Oh Calcutta!

Il Victorial Museum, Photograph by John Henry Claude Wilson/Robert Harding World Imagery/Getty Images

Prendo spunto dal titolo del musical di Kenneth Tynan o dal nome di un famoso ristorante di Calcutta per cominciare un lungo, scusate, racconto-diario della capitale del West Bengala. Due giorni intensissimi, forse per la bellezza della città, forse per l’intensità della pioggia, forse per la visita alla casa di Madre Teresa o alle due strutture di Kallol, forse per la presenza di Sergio, sta di fatto che per me è stato un viaggio sentimentalmente devastante.

Calcutta non è una città, è un mondo. Come tale ha tutto, condita da salsa indiana. È uno stato d’animo, più che una città, che ti prende al cuore per diverse cose. A cominciare dall’architettura della città, bellissima, coloniale e decadente. Gli alberghi, imponenti, sembrano dei mammut più che elefanti. Grossi, polverosi, con hall immense, tappeti, reperti del periodo coloniale, durante il quale Calcutta è stata capitale. Le auto, le tantissime Ambassador, le uniche che possono guadare le strade che si trasformano in fiumi quando comincia a piovere. I risciò a pedale, quelli sgangherati visti anche nel film (non proprio bello rispetto al libro) La città della gioia, con i risciò walla che mostrano orgogliosi il loro campanello, simbolo del loro status.

Quello che impressiona è la gente. A Calcutta più che in ogni altra città indiana, la gente impressiona. Tanta, tantissima, che passa da una parte all’altra, sempre in movimento, anche quando al posto di normali vestiti servirebbero mute e costumi per attraversare le enormi pozzanghere/laghi e le strade/fiumi durante le piogge. Non si fermano mai, neanche di notte, neanche quando la città è al buio più pesto.

La città delle ombre, più che, come è stata definita, la città della gioia (Dominique Lapierre), la città delle notti angosciose (Kipling), un mucchio di letame (Günter Grass). Secondo lo scrittore britannico Geoffrey Moorhouse, nel suo Calcutta, the city revealed, “… in un certo qual modo la storia di Calcutta è, in miniatura, quella dell’India e di tutto il cosiddetto Terzo Mondo […]. Giornali e televisioni ci hanno dato una rozza rappresentazione delle sue mostruosità, ma nessuna delle sue meraviglie”. Io preferisco le definizioni o, meglio, il racconto e il disegno che di Calcutta fa spesso lo scrittore bengalese -newyorkese Amitav Gosh.

Abbiamo girato, abbiamo mangiato (grande pizza nel Fire and Ice, ristorante della mitica Annamaria Wiserman napoletana che a Kathmandu aprì diversi anni fa una omonima pizzeria), abbiamo visto, odorato, toccato e ci siamo bagnati. Solo lasciandosi circondare, permeare, attraversare dalla città, se ne può avere una idea. Non si può dire di aver visto l’India se non si è stati a Calcutta, dove si materializza quell’idea che ognuno di noi ha dell’India.

Abbiamo visitato la città, ma ci sono alcune cose che restano di più. Poche istantanee che voglio lasciarvi, diverse dalle classiche cartoline ricordo.

Con la nostra amica Monica del consolato, siamo andati a prendere il tè in un circolo inglese, il Saturday Club, uno i quelli che sono sopravvissuti dalla dominazione britannica alla dichiarazione di indipendenza. Un circolo inglese con tutti i crismi: legno, il nome dei presidenti sui crest appesi al muro, sedie di vimini, gente che gioca a badminton al chiuso, camerieri in livrea, finta nobiltà indiana che sorseggia il tè e mangia samosa e pakora sotto rumorosi ventilatori. Alle 19 un cameriere esce sul cortile e suonando una campanella, avvisa che i bambini devono uscire dal circolo. Fantastico. Sembrava di essere piombati a Calcutta almeno cento anni fa. Mi aspettavo da un momento che entrasse un inglese che imbracciava un fucile seguito da un gruppo di aiutanti indiani poco vestiti che portavano in mano una grande tigre bengalese appena ammazzata.

Di questi club a Calcutta ce ne sono tanti, come gli alberghi coloniali. Il non plus ultra del colonialismo è sicuramente la zona degli uffici del governo locale e la residenza del governatore, ma soprattutto il Victoria Memorial, vera e propria cattedrale nel deserto con dall’altro lato della strada il Race Course, dove c’erano le corse dei cavalli. Una curiosità: la statua del giocatore di calcio bengalese che nei primi del 900 portò alla vittoria della squadra di Calcutta, a piedi scalzi, contro la nazionale inglese.

Altra foto di Calcutta è sicuramente la Mother House, la casa dove ha vissuto Madre Teresa. Sulla stessa strada, la lunga ACJ Bose road, ci sono in sequenza questa casa, l’orfanotrofio e la casa dei lebbrosi. Pullman di turisti da tutte le parti del mondo si fermano a visitarle. Potenza di una santa o spettacolarizzazione del dolore? Dopotutto quello che si vede negli orfanotrofi e nei lebbrosari è la soluzione di quello che è Calcutta è nell’immaginario collettivo, un inferno in terra, un luogo nel quale vita e morte, malattia e salute si alternano e si confondono spesso.

Nella piccola casa al piano terra c’è una semplice cappella, più che altro una stanza allungata, nella quale c’è la semplice tomba in marmo della piccola beata nata in Albania. Abbiamo partecipato alla messa, in un clima surreale, con un vescovo per celebrante e le finestre aperte sulla strada dalle quali entravano i suoni (soprattutto i clacson strombazzanti), gli odori e le voci della città. Al primo piano la cappella storica con la piccolissima statua a grandezza naturale della “matita nelle mani di Dio”, accovacciata in preghiera come era solita mettersi madre Teresa. Dall’altro lato del piccolo cortile, al primo piano, la stanza dove ha vissuto la beata.

la tomba di Madre Teresa e una suora con Anna Chiara

Ultima fotografia che voglio lasciarvi è relativa ai sobborghi, dove siamo andati a visitare le due strutture di Kallol Gosh e della sua Offer. Due ore di auto in mezzo a villaggi dove si espongono le bandiere comuniste ad ogni casa, dove il verde della ricca vegetazione tropicale cozza con il rosso acceso delle bandiere e il nero delle case affumicate o dal giallo del three weeler, i classici tre ruote indiani. Due bellissime strutture divise da una piccola strada. In una, che raccoglie il progetto Andandaghar, ci sono i bambini malati di HIV. Due strutture, una con l’ospedale e un’altra è la residenza. Tanti, troppi bambini, sempre pochi rispetto ai moltissimi che vengono abbandonati per le strade. Nell’ospedale abbiamo incontrato due sorelline appena arrivate, una delle quali, di sei mesi, pesa appena quattro chili. Qui si tocca con mano davvero la solidarietà dei benefattori, che fortunatamente non fanno mancare il loro apporto, anche se nonè mai abbastanza. Kallol, il grande Kallol, in soli due anni ha costruito la residenza e l’ospedale, un tempo irrisorio se paragonato ai tempi indiani.

l’ingresso di Anandaghar; bambini accolti nel centro

Dall’altro lato della strada Apanjan, dove lo stesso Kallol accoglie, cura, riabilita bambini con disabilità mentali. Incredibile. Una struttura costruita principalmente con l’aiuto dell’associazione napoletana Mondo Amico. Se vedeste queste strutture, vi verrebbe voglia di donare qualcosa, perché sareste sicuri dove arrivano e come vengono utilizzati i vostri soldi.

Kallol, Sergio e i primi tre bambini di Anandaghar

Abbiamo chiuso la visita calcuttiana, obbligatoriamente ridotta a causa della forte pioggia, con uno spettacolare brunch all’Oberoi con Sergio, Eleonora e Sofia.

Siamo tornati a Delhi ma non abbiamo abbandonato Calcutta. Una volta che la tocchi, non ti lascia più.

7 commenti

Archiviato in Diario indonapoletano

7 risposte a “Oh Calcutta!

  1. Not any access

    Bravo!

  2. Nello

    Nella vita è sempre questione di accessi, chi ne ha troppi, chi ha quelli giusti, e chi non ne ha. C’è poi chi non ne ha e autonomamente se ne mette qualcuno, chi ne ha in parte e se li aggiunge autonomamente tutti, chi li ha tutti e se ne toglie autonomamente alcuni o tutti. L’accesso è fondamentale. Non sei d’accordo?

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