La patente

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Se volete avere esperienza della burocrazia, venite in India. Non ho mai visto tanta carta, tante foto, tanti dipendenti come quelli che stanno negli uffici pubblici indiani. Oggi ne ho avuto un’altra dimostrazione diretta, andando a farmi la patente indiana.

In pratica si trattava della conversione della mia patente italiana in quella indiana. Dopo quasi quattro anni di guidate in India senza patente, ho pensato fosse giusto pagare il mio tributo con la legge e prendermi la patente indiana. Ed è stata un’avventura degna del migliore Indiana Jones.

Sono arrivato con moglie e figlia al seguito (puntavo a tentare di intenerire con Anna Chiara il burocrate di turno così che non mi facesse perdere tempo) in questo tipico palazzo indiano, fatto di scale e scalinate che vanno in ogni senso tipo quadro di Maurits Escher. In mezzo alle varie scale, un cortile.

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Non si vedeva nulla. Il tutto era coperto da una nebbia che, sulle prime mi sembrava il fumo proveniente dalla frittura di snack tipici indiani. Ho scoperto dopo che stavano disinfettando, fumigando per uccidere le zanzare, con tutta la centinaia di gente che stava intorno.

Pareva di stare in un girone dantesco. Di tanto in tanto vedeva una scrivania (chiamarla tale significa usare un eufemismo): un pezzo di legno appoggiata su due cassette di legno dietro la quale un distinto(?) signore offriva i servizi più vari, dalla compilazione dei moduli alla battitura a macchina, alle foto.

Uffici volanti come questi ce ne stavano tantissimi, e mi è balzata subito alla mente la scena di Mi Manda Picone, nel quale Giancarlo Giannini presentava il suo “ufficio volante” nell’obitorio comunale di Napoli. O, meglio ancora, l’ufficio volante di Totò in Miseria e Nobiltà quando scrive la lettera al “cumpare nepote” dell’analfabeta che “nun teng man li sord pe pavà la lettera a lu scrivano che me sta scrivenne la lettera presente”.

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Macchine da scrivere anteguerra volanti, procacciatori di avvocati e notai, banchetti di notai e legali che offrivano servizi di tutti i tipi. In questo bailamme, in una loggetta al primo piano, c’erano gli sportelli della motorizzazione.

Ci siamo fiondati dal capo per avere assistenza. Con me avevo già una serie infinita di carte, fotocopie, autentiche, il tutto in triplice copia. Immancabili, le fototessera in tutti i formati. Ma le carte non erano tutte. E così ho dovuto compilare atri due modelli a testa, che è stata una impresa reperire.

Inutile dire che, in tutto questo carnaio di gente, non ce ne stava neanche una che parlasse inglese. E così ho dovuto fare ricorso alla mia conoscenza dell’hindi per districarmi in quel labirinto di uomini, carte e insegne incomprensibili.

Mentre moglie e figlia rimanevano nella stanza del capo, io giravo per i vari uffici alla ricerca di carte e timbri. Fin a che hanno deciso che era il nostro momento. Una donna ci ha prelevati e portati in altro ufficio, fatto attraversare la fila e condotti direttamente alla scrivania di quello che, materialmente, inserisce i dati nel pc.

Ci siamo messi dietro di lui, con la fila davanti, e nessuno ha protestato. Arrivato il nostro turno, presto per la verità, vista l’incapacità dell’operatore di scrivere i nostri nomi al pc, li ho scritti io. E qui il problema: il nome di Marianna con il cognome era troppo lungo. E così ne abbiamo tagliato una parte. Sulla patente lei è D VEDOVE MARIANNA. Il mio è entrato giusto giusto.

Dopo aver scritto il nome, ci hanno preso le impronte digitali (chi è che in Italia si lamentava del fatto che non sarebbe stato giusto a prenderle agli extracomunitari?). Da qui abbiamo pagato, ben 190 rupie (quasi quattro euro per tutti e due), con le solite 10 rupie di resto scomparse per la mancia, e siamo passati alla foto. Davanti ad una delle prime digitali, ci hanno fotografato e abbiamo anche firmato sulla lavagnetta elettronica per registrare la firma.

Siamo tornati nella stanza del capo, dove questo burocrate finalizzava tutti i fascicoli. Con una penna verde, firmava a casaccio sui fogli e poi li riponeva nel file-cabinet (o schedario): una cesta di plastica tipo cestino a terra, dove i fascicoli arrivavano dopo aver volteggiato un po’ per l’aere, spinti prima dalla mano del burocrate e poi dal vortice tipo uragano dovuto ai ventilatori al soffitto. Lui firmava e li buttava a terra.

Così anche con i nostri. Peccato che, nonostante ci fossero le fotocopie tradotte e autenticate dall’ambasciata, ai nostri fascicoli avevano spillato anche le nostre patenti. E la mia è quella di plastica che, ovviamente, si è spaccata.

Sono arrivate le nostre patenti, di plastica come quelle italiane. Ma non mi volevano dare indietro le nostre italiane. Ho cercato di spiegare, come faccio a guidare in Italia? A Torre se mi vedono con la patente italiana mi mandano a quel paese.

Mezz’ora di discussione, avocando amicizie altolocate di italica nascita (leggi Sonia), e a quel punto il burocrate ha ceduto. Si è consultato con un collega e mi ha permesso di prendere le patenti italiane.

Non solo quelle, ma tutto il file. Per cui mi sono dovuto fiondare nel file-cabinet-schedario-cestino-della-monnezza, ravanare in tutti i fascicoli “archiviati” e trovare i nostri. Lui insisteva che me li prendessi interamente, ma mi sono limitato a togliere solo le nostre patenti, riposare i fascicoli nello “schedario” e andarcene.

E così ho potuto mettere un’altra tacca sulla mia lotta alla sopravvivenza nella burocrazia indiana. Già temo pensando al mese di marzo. Il 14 infatti, mi scade il visto e, purtroppo, anche la patente, visto che me l’hanno fatta valida fino al visto. Ciò significa che dovrò fare le seguenti cose:

  1. pieno di carte e fotocopie, con l’immancabile nutrita dose di fotografie mi recherò al ministero degli esteri dove dovrò visitare ben tre uffici per avere firme, timbri e tesserino da diverse persone;
  2. dovrò poi attraversare la città per andare al posto dove si registrano gli stranieri;
  3. infilarmi in mezzo a coloro che devono prendere il numero per tentare di prenderne uno quanto più basso possibile per fare prima;
  4. poiché questi numeri saranno già esarriti dovrò inventarmi qualche scusa da dire al capo ufficio per tentare di passare dinanzi a tutti e avere il visto in giornata. Ho già sfruttato:mia moglie in ospedale, intervista con Sonia Gandhi, visita Prodi;
  5. farmi vidimare il passaporto dallo sportello e consegnare la documentazione del ministero degli esteri;
  6. passare alla cassa;
  7. passare dal capo ufficio che deve mettermi la firma;
  8. il giorno dopo, ritornare alla motorizzazione civile dall’altro lato della città rispetto a dove vivo e ripetere la trafila per la patente.

Compiatitemi.

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4 commenti

Archiviato in Diario indonapoletano

4 risposte a “La patente

  1. Massimo

    se ti può confortare funziona quasi allo stesso modo anche negli uffici MCTC italiani, l’unica differenza è che in italia questa burocrazia la subisce il povero dipendente dell’autoscuola …….

  2. mimmo

    Ma la foto era compresa nel prezzo? Sembri un terrorista, altro che giornalista!

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