Campesinos indiani contro il governo che hanno votato

Migliaia di persone, si parla di 25000 manifestanti, in prevalenza dalit e tribali senza terra, hanno concluso oggi la loro lunga marcia su New Delhi, camminando per oltre 340 chilometri in 26 giorni. La richiesta dei manifestanti al governo indiano è quella di avere la terra per lavorare, sentendosi tagliati fuori dal boom dell’economia indiana.

L’intento della marcia dei 25000 era anche quello di far ricordare al governo che, nonostante le promesse elettorali, New Delhi ha mancato le proposte contenute nel Common Minumum Programme, il programma di governo dell’attuale coalizione. Alla marcia hanno partecipato anche molti attivisti arrivati da ogni parte del mondo. I manifestanti sono stati bloccati dalla polizia indiana e non sono riusciti a raggiungere il parlamento della capitale.

In tutto il paese, molte terre vengono sottratte ai contadini per destinarle alle grandi aziende. Posco, Tata, solo per citarne un paio sono in prima linea per acquisire terre con il benestare della politica indiana, la stessa che ha vinto con i voti di coloro ai quali oggi toglie la terra.

Il governo di Manomhan Singh e di Sonia, che nel 2004 fece casa casa tra i contadini per convincerli a farsi eleggere, oggi, dietro la spinta delle proteste di piazza e dei media, ha annunciato l’istituzione di una commissione che dovrà dettare le regole in questo campo.

A rendere ancora più difficile la situazione è l’individuazione dei proprietari delle terre. Gruppi di potere, criminalità organizzata e potenti latifondisti hanno nelle loro mani gran parte della terra indiana sotratta a poco a poco ai contadini con la compiacenza di molti politici. A cominciare da quelli comunisti (come quelli del West Bengala) per finire a quelli di sinistra (al governo attualmente), dando per scontato l’appoggio di quelli che rappresentano i nazionalisti di destra. Una dei focolai delle proteste è proprio il West Bengala, governato da 25 anni dal partito comunista indiano, dove il governo ha regalato alla Tata le terre dei contadini che hanno eretto barricate, ci sono stati scontri e morti.

E mentre a New Delhi pensano alle soluzioni, in Maharasthra, nel centro, i contadini continuano a suicidarsi. Il loro grano , per fare un esempio, costa di più di quello che arriva dall’estero, anche dall’Europa, grazie agli aiuti che l’Ue da ai suoi agricoltori. Per continuare a lavorare questi contadini indiani si indebitano con le banche o con gli strozzini e arrivano ad un momento nel quale non possono fare altro che suicidarsi. Ma, pur essendo in numero maggiore dei morti per i monsoni, nessuno (o pochi) ne parla.

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