Stato di emergenza in Pakistan

Il giorno dopo l’inizio del “secondo colpo di stato di Musharraf”, come titolavano ieri i giornali Pakistani, l’intento del presidente e del suo esecutivo di rinviare le elezioni e’ stato definitivamente chiarito. In una conferenza stampa, il primo ministro Shaukat Aziz ha detto che “pur se nessuna decisione e’ stata presa sulla data, le elezioni per gennaio, come e’ scritto nella costituzione, potrebbero essere differite di un anno”. Musharraf e il suo governo potrebbero quindi, con questa decisione, continuare a tenere in mano le redini del Pakistan pur contro la volonta’ popolare, espressa soprattutto nei moti di piazza seguiti alla rimozione del giudice Chaudhary lo scorso marzo. Lo stesso capo della corte Suprema, Chaudhary, e’ stato additato, seppur indirettamente, da Musharraf come uno degli artefici della difficile situazione del paese, insieme ai problemi legati al terrorismo e alla sicurezza interna, che hanno spinto il presidente-generale alla dichiarazione dello stato di emergenza. Musharraf infatti ha detto, nel discorso alla nazione, che alcuni giudici interferiscono troppo nella gestione del paese da parte del governo, di fatto bloccando l’attivita’ governativa. Un chiaro attacco a colui che da mesi e’ additato come il maggior oppositore di Musharraf, colui che sarebbe stato chiamato a decidere oggi, se Musharraf avrebbe potuto candidarsi in uniforme alle scorse elezioni vinte senza contendenti. La corte suprema si era gia’ espressa poco prima delle elezioni del mese scorso, dando ragione al presidente e aprendogli di fatto la via alla riconferma del mandato seppur in uniforme. Lui aveva promesso che il 15 settembre avrebbe lasciato l’uniforme, ma diversi partiti di opposizione hanno fatto ricorso contro la candidatura e la suprema corte avrebbe dovuto decidere a partire dall’udienza di oggi. Ed invece, uno dei primi atti che il presidente ha fatto dopo la dichiarazione dello stato di emergenza, e’ stato quello di rimuovere Chaudhary e i suoi amici della corte suprema, e installare un nuovo capo della corte, suo uomo, a governare il tutto. In tutto il paese l’esercito sta operando rastrellamenti e arresti. Oltre 500 persone sono state rinchiuse da ieri nelle carceri pakistane, molti giudici e leader dei partiti di opposizione e oggi gli avvocati manifesteranno per strada contro la decisione di Musharraf. L’ex capitano della nazionale pakistana di cricket ora in politica e nemico giurato di Musharraf, Imran Khan, e’ stato messo agli arresti domiciliari dai quali e’ poi scappato. Agli arresti anche i seguaci dell’ex primo ministro in esilio, Nawaz Sharif. Nulla invece per Benazir Bhutto, rientrata ieri d’urgenza da Dubai. La sua casa di Karachi e’ stata circondata dalla polizia, ma l’ex primo ministro, rientrata il 18 ottobre dopo un accordo con Musharraf, non e’ stata arrestata. Ha pero’ fortemente condannato la dichiarazione dello stato di emergenza, anche se ha detto di capire la situazione difficile dal punto di vista della sicurezza che attraversa il paese, invitando la gente a ribellarsi e auspicando un rapido ritorno alla democrazia e l’indizione come promesso delle elezioni generali. Anche ei ha parlato di “secondo colpo di stato di Musharraf”, dichiarandosi “profondamente delusa che il generale Musharraf abbia sospeso la Costituzione e promulgato un ordine costituzionale provvisorio”, preannunciando che il paese, “giudici, avvocati, attivisti politici non glielo lasceranno fare”. Secondo la ex premier, lo stato di emergenza “condurrà a un confronto inutile tra il regime e il popolo e questo potrebbe aiutare gli estremisti a sfruttare la situazione a loro vantaggio”. Una ferma condanna, tra le tante dei governi internazionali, e’ arrivata oggi anche dagli Stati Uniti. Nonostante il Pakistan rappresenti per gli USA un forte alleato nella lotta al terrorismo islamico soprattutto in Afghanistan, Condoleeza Rice oggi da Gerusalemme ha fatto sapere che gli USA rivedranno il loro aiuto finanziario al Pakistan dopo la dichiarazione dello stato d’emergenza, ma ha precisato che non sarà toccata la parte di aiuti che è consacrata alla lotta al terrorismo. “Dovremo rivedere il nostro aiuto”, ma “dobbiamo salvaguardare gli interessi antiterrorismo (in Pakistan) e continuare a proteggere gli interessi degli Stati Uniti”, ha detto il ministro degli esteri Usa. “Dobbiamo essere coscienti del fatto che molta dell’ assistenza che è andata direttamente al Pakistan è direttamente collegata a missioni anti-terrorismo. Si tratta di una faccenda complicata”, ha aggiunto la Rice. Gli Usa hanno accordato circa 11 miliardi di aiuti finanziari e militari al Pakistan, la maggior parte dei quali destinati alla lotta al terrorismo, dopo il 2001, quando Islamabad si alleò a Washington nella lotta al terrorismo dopo gli attentati dell’11 settembre. Un portavoce del Pentagono ieri aveva detto che gli Stati Uniti non contavano di sospendere nell’immediato il loro aiuto militare al Pakistan dopo il colpo di mano di Musharraf. Ma nonostante le minacce, le proteste e le insurrezioni, Musharraf per ora non intende fare marcia indietro.

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