Musharraf abbandona la divisa

Alla fine Musharraf ha ceduto alle pressioni internazionali, USA in testa, e ha abbandonato la divisa. Quella che lui definiva “la mia seconda pelle”, quella con la quale nel 1999 spodestò dalla poltrona il primo ministro Nawaz Sharif e con un colpo di stato diventò il padre-padrone del Pakistan. In una breve cerimonia nella città militare di Rawalpindi, il capo del paese sognato da Mohammed Ali Jinnah come indipendente e diviso dall’India, ha passato le consegne di capo dell’esercito al generale Ashfaq Kayani, che lui ha definito essere “un ottimo soldato”. E oggi sarà la prima volta di Pervez Musharraf come presidente civile del Pakistan, visto che anche la Suprema Corte ha respinto gli ultimi sei ricorsi contro la sua elezione. Questo gli darà il via libera alla guida del nuovo Pakistan, quello per il quale giurerà oggi, ma che dovrà ancora fare i conti con una situazione politica interna molto complicata. A cominciare dallo stato di emergenza, dichiarato dal presidente ex generale lo scorso 3 ottobre e mai ritirato, nonostante le proteste e le pressioni internazionali. Musharraf si era difeso dietro l’escalation di attentati terroristici nel paese, con la volontà di riaffermare la democrazia, la sicurezza e la fermezza nel paese. Intenti per seguire i quali ha fatto piombare il paese in un regime dittatoriale, annullando tutte le funzioni civili e la libertà di stampa. Domani, durante la cerimonia di giuramento come nuovo presidente civile, Musharraf, secondo molti organi di stampa pakistani, dovrebbe annunciare la data della fine dello stato di emergenza. I passaggi richiesti dalla comunità internazionale erano tre: dismissione della divisa, cessazione dello stato di emergenza con la restaurazione della vita democratica e indizione di elezioni. Già da qualche giorno Musharraf ha annunciato che le elezioni politiche si terranno l’8 di gennaio. Oggi ha tolto la divisa. La fine dell’emergenza potrebbe essere vicina. Ma non sono in molti a crederci, anche perché l’attitudine di Musharraf al governo dittatoriale non è cessato e in giacca e cravatta al posto di divisa e medaglie non significa che avrà meno potere. Secondo diversi analisti, infatti, l’idea di Musharraf sarebbe quella che un triumvirato, composto da lui, dal primo ministro e dal nuovo capo dell’esercito, governi il Pakistan. Il generale Kayani è considerato un uomo ombra del presidente, da sempre molto vicino a Musharraf. L’esercito, inoltre, rimarrà sempre fedele a quel capo che l’ha guidato per anni e che gli ha dato un ruolo di primo piano nel paese. Aziz, che al momento siede a capo del governo, è un’altra pedina nelle mani del presidente pakistano. Le nuove elezioni, potrebbero portare uno tra i rivali storici di Musharraf, Benazir Bhutto e Nawaz Sharif (appena tornato dall’esilio), ad ottenere risultati lusinghieri tanto da costringere il presidente a concedere loro un ruolo di primo piano ma che sarebbe in minoranza rispetto agli altri due triumviri. Tra i media pakistani si sussurra che il premierato è proprio la condizione che la Bhutto ha preteso per appoggiare Musharraf nella sua candidatura presidenziale, in cambio della quale, inoltre, ha ottenuto l’amnistia per tornare a ottobre in Pakistan dopo sette anni di esilio. La stessa Bhutto ha dichiarato di “accogliere favorevolmente” la decisione di Musharraf di togliersi la divisa come promesso e richiesto dall’opposizione, aggiungendo di “non avere fretta di accettare Musharraf come presidente. Prenderemo ogni decisione dopo aver analizzato ogni decisione in vista di tutti gli aspetti interessati”. Sharif tace, mentre gli americani plaudono all’iniziativa di Musharraf. La Rice era arrivata a negare gli aiuti al Pakistan, facendo poi marcia indietro salvaguardando quelli che servivano per la sicurezza soprattutto in prospettiva della guerra contro il terrorismo internazionale in generale e Al Qaeda in particolare che il Pakistan sta combattendo a fianco degli americani. Anche Gordon Brown si è dichiarato contento, ma i pakistani si mostrano ancora titubanti. Senza la fine dello stato di emergenza, scrive in un editoriale il quotidiano Dawn, non possiamo discutere di nulla.

 

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