I concerti all’indiana

Ieri sera sono andato a sentire un concerto di Anoushka Shankar, la figlia del mitico Pandit Ravi Shankar (il grande suonatore di sitar amico di George Harrison) e sorella di Nora Jones. Un bel concerto di raga, con sitar, tabla e flauto, per raccogliere fondi per il World Food Program.

Peccato che eravamo in India. E non voglio sembrare razzista, ma esperienza del genere qui ne ho già avute in passato. Quattro anni fa andai al cinema, uno di quelli di superlusso che si concede solo la upper class indiana, a vedere The Passion, il film su Gesù di Mel Gibson. Stavo per andarmene, non per il film, ma per gli spettatori. Chi parlava con il vicino ad alta voce, chi lo faceva al telefono, squilli di cellulare ogni secondo, gente che entrava e usciva. Pensavo che la cosa dipendesse dal tema del film, non propriamente di carattere indiano.

A distanza di quattro anni, ieri ho avuto la conferma che la cosa è “genetica”. Cancelli aperti alle 18.30, inizio concerto previsto alle 19, Anoushka ha cominciato a suonare alle 19.40. Ci può stare. All’ingresso, fuga in avanti per prendersi i posti migliori, visto che non erano assegnati.

Quello che non ci può stare è il contorno. Nell’auditorium dove c’era il concerto, il più grosso auditorium di Delhi (che tra l’altro non era neanche pieno, anzi), la gente faceva quello che voleva. Entrava e usciva ad ogni momento, si alzava, salutava gli amici, parlava a voce alta, parlavano al cellulare.

 Dopo il secondo pezzo c’è stato un esodo indiscriminato verso l’uscita, nonostante il concerto fosse davvero molto interessante, nonostante la bravura di Anoushka e la presenza in sala del suo più illustre e famoso genitore.

Gli indiani si sa sono casinisti. Non importa se davanti a loro c’è il presidente della repubblica o un grande attoer. Dopo i convenevoli di rito l’atteggiamento che potrei definire rilassato, tanto da farli sentire e comportare in pubblico come se stessero a casa propria, è una cosa normale.

Ma torniamo a ieri sera. Chi mangiava, chi rideva, chi parlava, chi passeggiava. Hai voglia di scrivere sugli inviti di non portare borse, cellulari, armi (sic!). All’ingresso i soliti controlli indiani che fanno solo la gioia di coloro che amano essere palpati.

Ma un concerto seguito in questo modo fa davvero rabbrividire. Dato il tenore benefico della serata, i prezzi andavano dai 10 ai 100 euro. 100 euro per non sentire nulla, a causa della maleducazione dell’auditorium. Il problema era che si ci distraeva facilmente, eri portato a girarti e a guardare dovunque. Un gran casino. Non isolato, come dicevo, perchè già successo in India.

E una volta anche in Italia. Quasi dieci anni andai ad un concerto di Battiato al Belvedere di San Leucio in provincia di Caserta. Un concerto di musica classica. Durante una canzone, due del pubblico si sono presi a botte perchè gli organizzatori avevano emesso due biglietti con lo stesso posto. Battiato dovette interrompere il concerto. Saranno stati indiani, o quelli di ieri erano tutti casertani?

Una cosa è certa: in India come a Caserta non vado più a sentire concerti.

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1 Commento

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Una risposta a “I concerti all’indiana

  1. zimo

    Non conosco nulla della figlia di Ravi Shankar, ma consiglio a tutti il mitico disco “Passages” di suo padre con Philip Glass, un altro grande della musica.

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