Spia lasciata 35 anni nel braccio della morte, liberata

Ha ammesso di essere stato una spia l’indiano liberato dalle prigioni pachistane dopo 35 anni di reclusione nel braccio della morte. Parlando oggi in conferenza stampa nel Punjab, il suo Stato natale nell’India settentrionale, Kashmir Singh ha ammesso che all’epoca del suo arresto, nel 1974, si trovava in Pakistan come spia al soldo di New Delhi. L’uomo, di 61 anni, ha lamentato di essere stato dimenticato dal governo indiano, che l’ha lasciato in prigione senza fare nulla, come almeno altri 100 detenuti indiani che lui ha incontrato. Neanche a sua moglie è stato dato un sussidio. Quando faceva la spia, guadagnava circa 8 euro al mese. L’uomo, un sikh, durante la sua lunga detenzione si era convertito all’Islam, cambiando il nome in Ibrahim. Proprio la sua conversione ha spinto a interessarsi a lui alcuni gruppi pachistani che hanno fatto pressioni sul governo di Islamabad per ottenere la sua liberazione. Il ministro per i diritti umani pachistano Ansar Burney e la sua associazione per i diritti umani si interessarono al suo caso, dietro segnalazione di altri detenuti che raccontavano di questo indiano che si era tolto il turbante dei sikh e che pregava con fervore verso la Mecca cinque volte al giorno. La liberazione di Singh è stata vista come un passo significativo nel miglioramento delle relazioni tra India e Pakistan.

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