Ancora proteste anticinesi, questa volta protagoniste le donne

Un gruppo di 36 donne rappresentanti tibetane hanno preso parte a Delhi ad una dimostrazione pro Tibet in occasione del quarantanovesimo anniversario della sommossa femminile tibetana e sono state arrestate dalla polizia. Le donne, che provengono da sei diversi distretti regionali del Congresso giovanile tibetano dell’India del nord comprendente Dharamshala, Poanta, Herbertput, Tsering Dhondenling, Rajpur e Manali, si sono recate dinanzi all’ambasciata cinese, nel quartiere di Chanakiapury, e con il volto dipinto con i colori della bandiera tibetana hanno gridato slogan anti cinesi e hanno scritto sulle mura dell’ambasciata ”free Tibet”. Dopo circa 40 minuti di proteste e’ intervenuta la polizia indiana che ha cercato di contenere le manifestanti, allontanandole dal compound dell’ambasciata. Diverse le richieste dei membri del Congresso giovanile tibetano, come quella di non consentire le Olimpiadi in Cina fin quando il Tibet non sara’ libero, stop alla sterilizzazione forzata delle donne tibetane, stop alla violazione dei diritti umani in Tibet, rilascio immediato dei prigionieri tibetani arrestati anche recentemente a Lhasa. La manifestante piu’ anziana, una sessantenne, ha dichiarato che le sofferenze patite dalle donne tibetane all’interno del Tibet sono inimmaginabili in quanto sono torturate fisicamente e mentalmente. ”Non conosco esattamente la situazione delle donne in Tibet – ha invece dichiarato la piu’ giovane delle manifestanti, una suora di soli 16 anni – ma so che la Cina cerca sempre di sminuire le donne tibetane distruggendo la nostra religione e questo non e’ piu’ tollerabile”. Tutte e trentasei le donne sono state trattenute dalla polizia di Chanakiapuri dove hanno deciso di continuare la loro protesta facendo lo sciopero della fame e rifiutando di essere rilasciate su cauzione fin quando non verranno rilasciate senza alcuna accusa a loro carico, affermando che protestare per la liberta’ del proprio paese non puo’ essere considerato un reato. Il 12 marzo 1959 migliaia di donne tibetane si riunirono in piazza e sfidando le autorita’ cinesi protestarono contro l’occupazione cantando slogan a favore dell’indipendenza tibetana. Molte di loro persero la vita.

Intanto, centinaia di monaci tibetani hanno organizzato una manifestazione anticinese ieri a Lhasa, per il secondo giorno consecutivo, secondo Radio Free Asia. Testimoni citati dall’emittente hanno raccontato che circa duemila agenti di polizia sono intervenuti con bastoni e gas lacrimogeni per disperdere i monaci. Le manifestazioni svoltesi ieri e lunedì nella capitale del Tibet sono le più grandi dal 1989, quando fu imposta la legge marziale e avvengono mentre si avvicinano le Olimpiadi di agosto ed è sono ancora vive nell’opinione pubblica mondiale le immagini delle proteste dei monaci buddhisti birmani, represse nel sangue dalla giunta militare lo scorso settembre. Secondo testimoni alla manifestazione di ieri hanno partecipato circa trecento lama del monastero di Drepung e di Sera. Decine di monaci sono stati fermati. Responsabili cinesi hanno ammesso che ci sono state manifestazioni di protesta, non hanno tuttavia confermato gli arresti. La manifestazione di ieri si è svolta nel centro della città, nei pressi del tempio di Jokhang. Un turista ha affermato che molti laici che si trovavano sulla piazza antistante il tempio hanno formato “un grande, silenzioso cerchio intorno ad un gruppo di poliziotti” che era sul punto di arrestare alcuni monaci. Altri testimoni hanno raccontato che “decine” di agenti con telecamere riprendevano i presenti, probabilmente nel tentativo di intimidirli. La protesta è proseguita fino a quando non sono arrivati rinforzi e gli agenti hanno potuto disperdere i manifestanti. La prima protesta, lunedì, era avvenuta nei pressi del monastero di Drepug, pochi chilometri fuori dalla capitale. La manifestazione era stata indetta in occasione dell’ anniversario della rivolta anticinese di Lhasa del 1959 e per chiedere la liberazione dei monaci arrestati lo scorso ottobre mentre festeggiavano la concessione della medaglia d’oro del Congresso degli Stati Uniti al Dalai Lama, il leader tibetano che vive in esilio in India.

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