Forse 30 i morti in Tibet, parlano testimoni e governi

E’ ancora incertezza sul numero totale dei morti causati dagli scontri avvenuti a Lhasa venerdi’. Dieci secondo le autorita’ cinesi, almeno trenta secondo il governo tibetano in esilio a Dharamsala, nel nord dell’ India, cento e forse piu’ secondo altre fonti non confermate. La capitale del Tibet e’ allo sbando. Gli stranieri sono costretti a restare negli alberghi; tra loro anche una decina di italiani, tre studenti, due cooperanti e quattro turisti. Proprio i tre studenti dell’orientale di Napoli hanno raccontato di un vero e proprio inferno per le strade ed hanno espresso il desiderio di partire al più presto. Testimoni raggiunti telefonicamente parlano di ambulanze, fiamme, sangue e diversi feriti per le strade. La televisione mostra immagini di negozi distrutti, dati alle fiamme, gente ferita riversa sulle strade. Tutti hanno paura di tutto e si continuano a sentire colpi di arma da fuoco. Le strade di Lhasa sono presidiate dai militari, ci sono persino i carri armati. La gente ha paura di uscire di casa. I cinesi temono gli scontri con i tibetani. Ieri le manifestazioni sono continuate a Delhi e a Kathmandu, con scontri con la polizia, feriti e arresti. A Delhi una cinquantina di tibetani si sono radunati in segno di protesta dinanzi all’ambasciata cinese, cantando slogan pro tibet. E’ intervenuta la polizia indiana che li ha messi in stato di fermo. 20 invece i manifestanti arrestati a Kathamdnu, in Nepal, mentre manifestavano dinanzi all’ufficio locale delle Nazioni Unite. Sempre ieri le manifestazioni sono continuate anche nella zona del Gansu, nel nordovest della Cina. La voglia di combattere l’occupazione cinese diventa sempre piu’ forte da parte dei tibetani. Sfidando la paura di poter essere vittima delle autorita’ cinesi, ieri un altro gruppo di 44 tibetani (102 sono stati arrestati e sono ancora in carcere) e’ partito dall’India, opponendosi anche all’ordine del governo indiano stesso, per raggiungere il Tibet. “Le proteste coraggiose dei tibetani in Tibet – ha dichiarato Chime Youngdrung, presidente del partito nazionale democratico del Tibet – ci hanno reso ancor più determinati nel voler continuare questa marcia e portarla a termine. Poiché siamo testimoni di una escalation di violenze da parte del governo cinese a Lhasa, crediamo che sia importante per noi ritornare a casa per riunirci con i nostri fratelli e sorelle che stanno combattendo per sopravvivere sotto l’occupazione cinese”.

Le autorita’ cinesi sostengono che le manifestazioni di protesta siano opera della “cricca” del Dalai Lama. “I disordini sono stati provocati da un pugno di monaci sulla base di uno schema premeditato dalla cricca del Dalai Lama” ha detto il viceprocuratore generale cinese Sun Qian. I cinesi hanno invitato “i teppisti” a calmarsi, affermando, in una nota diffusa dall’Alta Corte del Tibet, che useranno “clemenza per i ribelli che si consegneranno entro la sera di lunedì prossimo” Un vero e proprio ultimatum, che lascia intendere che la mancata resa entro lunedi’ resa potra’ portare a nuovi violenti atti di repressione. Nella nota si legge inoltre che “i teppisti hanno dato fuoco a scuole, ospedali, centri di intrattenimento per bambini. negozi e case civili e ucciso innocenti civili”.

Anche il parlamento tibetano in esilio a Dharamsala, che oggi si era riunito in sessione ordinaria, ha alzato la voce contro la Cina, chiedendo l’intervento delle Nazioni Unite prima che ”il brutale regime cinese uccida piu’ innocenti”. Tutti i 43 membri della 14ma assemblea parlamentare tibetana sono entrati in sciopero della fame e hanno chiesto di agire contro ”il pericolo che il governo cinese ripeta quanto fatto nel 1987, forzando al silenzio per oltre due decadi il nostro popolo al silenzio”. I parlamentari hanno anche chiesto al governo indiano di rilasciare i giovani che partecipavano alla ”Marcia di Ritorno al Tibet”, cento dei quali sono agli arresti domiciliari a 50 km da Dharamsala sulla via del Tibet. Appelli inoltre alla comunita’ internazionale a non lasciare isolata e inascoltata la protesta dei tibetani

Il governo indiano, per parte sua, non ha ancora reso nota la sua posizione ufficiale sulla crisi tibetana. “Stiamo osservando l’evoluzione della situazione in Tibet e renderemo nota la nostra posizione e le nostre idee entro un giorno o due al massimo”, ha detto ieri il ministro degli esteri indiano, Pranab. Mukherjee che ha specificato che il ritardo è stato determinato dal fatto che venerdi’ il primo ministro indiano Manmohan Singh era fuori Delhi e quindi il governo indiano non ha potuto discutere della questione. In una nota ufficiale il Ministero degli esteri indiano indiano si è detto “sconvolto dai disordini e dalla morte di persone innocenti in Tibet” e ha esortato al dialogo per risolvere la crisi. Ma sono in tanti a criticare il silenzio dei governi indiano e nepalese sulla situazione. L’India, che dal 1959 ospita il Dalai Lama e il governo tibetano, ha ancora delle questioni di confine conteso aperte con la Cina, ma i recenti accordi economici tra i due paesi hanno riavvicinato le parti. E molti commentatori indiani traducono il silenzio indiano o comunque, l’eccessiva sua prudenza, come la volonta’ di non scontentare il forte partner economico. Da Kathmandu, invece, nessun commento.

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