Oggi scade l’ultimatum, il Dalai Lama rompe il silenzio

Di seguito il mio pezzo apparso stamattina su Il Mattino.

Non usa mezzi termini il Dalai Lama nella sua prima conferenza pubblica dopo i fatti di Lhasa. Pur mantenendo fede alla “via di mezzo”, la via del dialogo con la Cina, il capo spirituale e politico dei tibetani non l’ha mandata a dire a Pechino. “Un genocidio culturale – ha detto – è in corso in Tibet e chiediamo una inchiesta internazionale sulla situazione”. Secondo Tenzin Gyatso, quattordicesimo Dalai Lama, è in pericolo la cultura, la storia e la tradizione del Tibet. La Cina starebbe annullando tutto quanto di tibetano c’é nel paese, rendendo difficile anche l’educazione dei monaci. Ma nessun cambio nella strategia del Dalai e del suo governo: “il nostro approccio rimane lo stesso. Noi non ci battiamo per una la separazione ma per una piena autonomia. Solo così possiamo mantenere le nostre tradizioni, la nostra cultura e mantenere vivo anche l’ambiente”. Giuste secondo lui le proteste dei tibetani, anche se si è appellato contro le violenze, dichiarandosi comunque contrario al boicottaggio dei giochi olimpici di Pechino. “Il popolo cinese – ha detto – ha diritto di sentirsi fiero e ha meritato i giochi. I tibetani – ha proseguito – sono trattati come cittadini di seconda classe e vivono in un regime di terrore”. Per il 72nne premio Nobel per la pace, i tibetani sono “il capro espiatorio” e secondo lui è “impossibile l’armonia nella zona” tibetana, anche perché “i cinesi non sanno come portare avanti dei colloqui, specialmente i funzionari governativi. Tutto quello che sanno e come sopprimere”. Sul fronte delle vittime, poco prima che cominciasse la conferenza stampa del Dalai Lama, sempre a Dharamsala, la cittadina a nord dell’India che dal 1959 ospita il governo tibetano in esilio, il parlamento tibetano ha confermato 80 morti. Il leader spirituale, parlando alla BBC ha detto di sapere da altre fonti che le vittime sarebbero oltre cento. Altre otto persone sono state uccise oggi a nei pressi del monastero Ngaba Kirti nella zona orientale del Tibet, I loro corpi sono stati esposti nel monastero e mostrati insieme alle foto dei dispersi. Le proteste si sono allargate anche in Cina fuori dalla provincia del Tibet. In Sichuan, ci sono stati violenti scontri che i testimoni raccontano oggi di aver visto sin da venerdì, come in Xiahe e nel Qinghai. In queste regioni come nel Qinghai, Gansu, e Yunnan, vivono molti tibetani. Secondo i siti tibetani, ieri sera si sono intensificati a Lhasa i rastrellamenti casa casa da parte delle forze di polizia cinese. Col favore della notte, i poliziotti hanno arrestato centinaia di persone, strappandole dalle loro case. Diversi gruppi di supporto alla causa tibetana parlano di violenze e torture nei confronti di queste persone. Ma questo non ha placato le proteste in Tibet. Nonostante l’ultimatum che scade oggi e la polizia che pattuglia le strade in tenuta antisommossa, con carri armati e mezzi cingolati, soprattutto nella zona orientale del paese centinaia di studenti sono scesi in piazza per manifestare contro la Cina. Gli studenti sono stati bloccati dalla polizia all’interno del campus universitario, mentre mostravano immagini e distribuivano volantini informativi su quello che succedeva a Lhasa. Manifestazioni anche a Dharamsala e a New Delhi, che si vanno ad aggiungere alle altre in giro per il mondo. Su Lhasa e sul Tibet pesa la minaccia dell’ultimatum rivolto ai “ribelli” affinché si consegnino volontariamente entro domani se non vogliono andare incontro “ad una severa punizione, in accordo con la legge”, che significa il plotone di esecuzione. La Cina censura tutte le immagini provenienti da Lhasa e ha bloccato anche il sito di YouTube, sul quale si stavano diffondendo le immagini degli scontri. Pechino insiste ad inviare comunicati nei quali si parla di cinesi picchiati dai ribelli tibetani. Il governo di Pechino ha messo in campo anche la seconda autorità tibetana dopo il Dalai Lama per convicere della “bontà” delle operazioni anti tibetane. Il Panchen Lama, secondo per ordine di importanza nella gerarchia tibetana, ha condannato la rivolta anticinese di Lhasa, affermando che essa è “un sabotaggio degli insegnamenti del buddismo”. Questo Panchen Lama, che oggi ha vent’ anni, è stato scelto unilateralmente dalla Cina nel 1995 per contrapporlo al Dalai tibetano e soprattutto al vero Panchen Lama scelto dai tibetani secondo la tradizione,come incarnazione del decimo Panchen. Quest’ultimo, un bambino di 6 anni, è stato rapito dal governo di Pechino nel 1995 e da allora non si hanno più sue notizie.

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