E’ scaduto l’ultimatum, stato di calma apparente

È scaduto l’ultimatum del governo cinese ai tibetani, ma poco è cambiato a Lhasa. La giornata si è svolta in uno stato di calma apparente, la gente per strada sembra riprendere la solita vita, gli scontri relegati al resto del mondo, la polizia che controlla le strade, i rastrellamenti casa casa per le cittadine tibetane, monaci e sostenitori che manifestano dinanzi alle sedi diplomatiche cinesi. Il pallino è passato ieri sul tavolo della politica. Dopo la ferma reazione di ieri del Dalai Lama, è stata oggi la volta del governo cinese. Il presidente della Regione Autonoma del Tibet, Qiangba Puncog, ha sostenuto, in una conferenza stampa a Pechino, che la polizia non ha fatto uso di armi da fuoco e che tutte le vittime sono cinesi e sono state uccise dai “ribelli”, in una spietata caccia al cinese. Testimoni hanno confermato attacchi contro civili cinesi e hanno riferito che venerdì e sabato scorso si sono sentite delle sparatorie che si sono protratte per alcune ore. Puncog ha anche negato che, come affermato da numerosi testimoni, l’esercito sia intervenuto a dare manforte alle forze dell’ordine. Altri testimoni hanno affermato di aver visto uomini in borghese sparare sulla folla dei dimostranti dalle loro automobili. Puncog ha affermato di essere “infuriato” per la versione dei fatti diffusa “dal Dalai Lama e dalla stampa occidentale”, secondo i quali le forze di sicurezza cinesi hanno attaccato dei “pacifici manifestanti”. Alcuni testimoni raccontano di monaci che hanno attaccato persone e distrutto cose, ma altre fonti parlano di cinesi vestiti da monaci. Pechino insiste sulle 13 vittime, mentre il governo tibetano in esilio stamattina in un comunicato ha parlato di oltre cento vittime, contro le 80 annunciate ieri dal Dalai Lama. Il governo tibetano in esilio in India ha anche ribadito la necessità di una inchiesta internazionale sui fatti di Lhasa. E Pechino chiede anche aiuto al nuovo alleato, soprattutto in chiave economica, New Delhi, per fare pressioni sul Dalai. Attraverso il suo ambasciatore in India, la Cina ha ricordato all’India “l’alleanza economica” che unisce le due potenze emergenti e ha detto di sperare che New Delhi non si lasci “influenzare dalle voci messe in giro dalla cricca del Dalai Lama” e che “mantenga una posizione oggettiva e corretta” sulle violenze a Lhasa, la capitale del Tibet. La polemica sulla questione tibetana entra anche nel parlamento di Delhi. Il governo di Manmohan Singh, è accusato dall’opposizione di aver soggiaciuto alle richieste degli alleati dell’estrema sinistra e di non aver posizione nei confronti della Cina, mentre il ministro degli esteri difende il governo dicendo che “la situazione nella regione autonoma cinese è monitorata dall’esecutivo”. Intanto in India e in Nepal non sono cessate le manifestazioni. A Kathmandu per il terzo giorno consecutivo poco più di un centinaio i tibetani si sono dati appuntamento dinanzi agli uffici dell’ONU per sottoporre un appello urgente alle Nazioni Unite chiedendo lo stop del “genocidio”. È intervenuta la polizia nepalese che, utilizzando bastoni, ha disperso la folla, arrestando 48 manifestanti mentre altri tre sono stati feriti in modo grave e sono ricoverati in ospedale. Ma la protesta tibetana sta registrando fratture al suo interno. I giovani del Tibetan Youth Congress, una organizzazione mondiale con sede a Dharmasala, sono per una linea più dura. Da anni sono impegnati in campagne di boicottaggio nei confronti di prodotti cinesi e di altre campagne e proteste che, spesso, finiscono in scontri con la polizia. La dichiarazione di ieri del Dalai sul no al boicottaggio alle olimpiadi, ha spiazzato i giovani del TYC. “Continuiamo a rispettare il Dalai – ha detto oggi ai giornalisti Tsewang Rigzin, presidente del TYC – lui si è impegnato come e quanto ha potuto, ma ha fallito nel cambiare le posizioni cinesi. È oramai chiaro che la via di mezzo ha perso la sua rilevanza e santità, dal momento che è adottata da oltre 20 anni e nulla è cambiato”. Questi giovani, che rappresentano la generazione degli esuli tibetani nati nella diaspora e che non hanno mai visto il loro paese natale, sono per una linea più dura nei confronti della Cina. Insieme ad altri movimenti giovanili hanno formato il Tibetan Peoplès Uprising Movement, il movimento per la rivolta del popolo tibetano, organizzatore anche della marcia di ritorno in Tibet. L’intento è quello di rinverdire i fasti della rivolta del 1959 a Lhasa, quando il 10 marzo il risentimento dei tibetani sfociò in un’aperta rivolta nazionale, contro l’occupazione cinese iniziata nove anni prima. L’esercito cinese non usò mezzi termini per bloccare la rivolta uccidendo, secondo stime, più di 87.000 civili da marzo a ottobre. Il 17 marzo il Dalai lasciò il Tibet per l’India, seguito da circa 100.000 tibetani. La volontà di rinverdire queste rivolte non era piaciuta del tutto al governo tibetano in esilio, che invece sposa la “via di mezzo”. Le divisioni, secondo esponenti del governo, sono controproducenti e rappresentano solo le diverse idee del movimento. “Come in una famiglia i figli verso i genitori”, dice il direttore del movimento studentesco Free Tibet. Ma al “padre”, questa linea dura non piace.

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