Pechino continua, ma arriva la Pelosi e sferra un fendente ai cinesi

Ecco il pezzo di oggi dell’Ansa scritto da Beniamino Natale con alcune mie notizie

La presidente del Congresso degli Stati Uniti, Nancy Pelosi, ha aperto oggi un nuovo fronte con la Cina chiedendo un’inchiesta internazionale sulle violenze in Tibet e incontrando il Dalai Lama in India. Dura la reazione di Pechino, che sta riprendendo il controllo della situazione in Tibet: “Non accettiamo interferenze nei nostri affari interni”, ha detto l’ambasciatore cinese a New Delhi. A Dharamsala, la cittadina dell’India settentrionale che ospita il governo tibetano in esilio, Nancy Pelosi ha messo apertamente in discussione la versione cinese sulle proteste e ha espresso solidarietà al Dalai Lama, capo secondo Pechino della “cricca” che le ha “pianificate e dirette”. “La situazione in Tibet è una sfida alla coscienza del mondo”, ha detto l’esponente del Partito Democratico, che ha chiesto un’inchiesta internazionale per “rendere chiaro che Sua Santità (il Dalai Lama) non ha assolutamente nulla a che vedere con gli episodi di violenza”. La leadership cinese si è esposta ai massimi livelli per accusare il leader tibetano di aver organizzato i moti per “boicottare le Olimpiadi” di Pechino. Il primo ministro Wen Jiabao, nella sua conferenza stampa annuale, ha affermato martedì scorso di avere “molte prove” della colpevolezza del Dalai Lama, non solo nell’aver istigato i giovani tibetani che a Lhasa hanno attaccato gli immigrati cinesi e le loro proprietà, ma anche le manifestazioni contro le ambasciate cinesi svoltesi in Europa ed in Asia. Molti comuni cittadini cinesi, riflettendo quella che probabilmente è un opinione del governo, sostengono che i moti in Tibet sono il primo passo di un “complotto” teso a “smembrare il paese” diretto dagli Usa. L’attacco di Nancy Pelosi alla Cina viene il giorno dopo che il presidente George W.Bush ha annunciato che sarà presente alla cerimonia inaugurale delle Olimpiadi di Pechino, il prossimo 8 agosto. La presidente del Congresso, il cui partito é generalmente più intransigente del Partito repubblicano verso la Cina, ha sostenuto che “se i popoli amanti della libertà in tutto il mondo non parlano contro l’oppressione della Cina nel Tibet, allora abbiamo peso il diritto di parlare di diritti umani”. Sul terreno, Pechino sta riprendendo il controllo della situazione, dopo aver espulso i giornalisti stranieri dal Tibet e dalle altre zone a popolazione tibetana dove si sono verificate le violenze dei giorni scorsi. Residenti di Lhasa raggiunti per telefono affermano che la situazione è calma e che “ci sono militari dappertutto”, mentre Pechino ha diffuso su alcuni dei maggiori portali Internet ‘autorizzati’ le foto di 19 tibetani ricercati per i moti dei giorni scorsi. Nel Sichuan e nel Gansu, già teatro di massicce proteste, testimoni riferiscono di aver visto “migliaia” di soldati pronti a schierarsi e “interi villaggi trasformati in accampamenti militari”. Tibetani residenti nel Sichuan hanno detto di essere “certi” che nelle violenze nella località di Aba sono morte “molte persone”, ma non hanno fornito dettagli. Ieri l’ agenzia ufficiale Nuova Cina ha scritto che quattro tibetani erano stati uccisi a colpi di arma da fuoco dalla polizia per legittima difesa. Poi si è corretta, affermando che i quattro sono stati solo feriti. L’ammissione è venuta dopo che un sito web filotibetano ha diffuso le foto di quattro persone con evidenti ferite da arma da fuoco. I dirigenti cinesi hanno affermato che a Lhasa le forze di sicurezza non hanno mai sparato sui manifestanti. Le vittime delle violenze sono state 13 secondo la Cina – tutte a Lhasa – mentre sarebbero state 99 in diverse zone della regione secondo il governo tibetano in esilio. Dopo aver incontrato Nancy Pelosi a Dharamsala, il Dalai Lama é andato a New Delhi, dove guiderà meditazioni organizzate da una Fondazione internazionale alle quali dovrebbe partecipare anche la star di Hollywood Richard Gere. Poche ore prima del suo arrivo, l’ambasciata cinese è stata presa d’assalto da decine di esuli tibetani, alcuni dei quali sono riusciti a scavalcare il muro di cinta e hanno tentato di ammainare la bandiera rossa cinese per innalzare quella tibetana. Bloccati dalla polizia indiana e dagli uomini della sicurezza cinese, sono stati arrestati, facendo salire a circa 80 il numero dei manifestanti imprigionati a New Delhi dall’inizio delle proteste.

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