Continua il viaggio della fiaccola

Il presidente cinese Hu Jintao ha acceso oggi la fiaccola olimpica in una cerimonia su piazza Tiananmen che avrebbe voluto essere una gioiosa celebrazione dello spirito olimpico ma che e’ stata dominata dall’ombra del Tibet, la regione teatro nelle scorse settimane di una rivolta anticinese sfociata in alcuni casi in violenze. Senza sorridere e rigido come sempre il leader cinese ha consegnato la fiaccola a Liu Xiang, il primatista mondiale dei 110 ostacoli, che l’ha portata correndo sul rostro che si affaccia sulla storica piazza di Pechino, la Porta della Pace Celeste dalla quale domina la situazione un grande ritratto di Mao Zedong, il fondatore della Repubblica Popolare. Da qui la fiaccola partira’ per il viaggio che, dopo una corsa di 137mila chilometri in cinque continenti, la riportera’ a Pechino, il giorno di apertura della 29esima Olimpiade, l’8 agosto. Bambini vestiti come le cinque mascotte olimpiche hanno ballato e cantato, palloncini colorati sono volati nel cielo. La sezione della platea riservata ai Vip era mezza vuota e nelle ultime file, quelle vicine alla postazione dei giornalisti, erano facilmente riconoscibili dei robusti agenti di polizia in borghese. Una vasta parte della citta’ e’ stata bloccata per non lasciare spazio a contestazioni come quelle verificatesi in Grecia alla partenza della fiaccola per la Cina. Proteste sono state annunciate dai sostenitori della causa tibetana a Londra, Parigi, San Francisco e New Delhi e il viaggio della fiaccola nel mondo sara’ tutt’altro che facile. Rientrata in Cina all’ inizio di maggio la fiaccola passera’ (in giugno) per le strade di Lhasa, la capitale del Tibet, dove le autorita’ cinesi si dichiarano sicure di poter ”garantire il normale svolgimento” del programma. Domani la fiaccola olimpica, per la prima volta nella storia delle Olimpiadi, si ”dividerà in due”: una delle fiamme raggiungerà Almaty, nel Kazakhstan, prima tappa del suo viaggio; l’altra invece andrà al campo base dell’Everest, dove si aspetteranno le condizioni meteorologiche favorevoli per portarla sulla cima più alta del mondo a 8.848 metri di altezza. I giornalisti non saranno ammessi – del resto sono banditi dal Tibet e da altre vaste zone della Cina dal 10 marzo scorso, data di inizio della rivolta – ed entrambi i versanti della montagna, quello cinese e quello nepalese, saranno chiusi alle spedizioni almeno fino a quando la fiaccola non sara’ passata. Pechino ha reagito con fastidio agli inviti a dialogare col leader tibetano in esilio, il Dalai Lama, rivoltigli dagli Usa e dall’Europa. In un editoriale diffuso dall’agenzia Nuova Cina, e’ stato lanciato l’ennesimo attacco al leader tibetano, accusato di essere ”un uomo politico secessionista” e non ”un leader religioso”. Le ripetute dichiarazioni nelle quali il leader tibetano afferma di volere per il Tibet una ”genuina” autonomia e non l’indipendenza vengono bollate da Nuova Cina come ”ipocrite”. L’agenzia pubblica inoltre presunte confessioni attribuite a un ”sospetto non identificato” che ha preso parte alle manifestazioni anti-cinesi e che imputa al Dalai Lama e al governo tibetano in esilio la responsabilità dei disordini del 14 marzo a Lhasa. L’ufficio del Dalai Lama di New Delhi e il governo tibetano in esilio hanno respinto le accuse e hanno invitato Pechino a consentire un’inchiesta internazionale per accertare le responsabilità. Nelle violenze, secondo Pechino, sono morte venti persone (18 cittadini uccisi dai manifestanti tibetani e due poliziotti) mentre fonti tibetane parlano di ”almeno 140 morti”, un migliaio di feriti e massicci arresti in tutte le zone tibetane della Cina. Sul blocco dei monasteri e la campagna di ”rieducazione” dei monaci la Cina continua a tacere mentre il totale dei ”sospetti” arrestati, secondo Nuova Cina, e’ di 703 persone tra cui sei ”capi” della ribellione. Oggi la polizia di Kathmandu, in Nepal, ha nuovamente represso una manifestazione di esuli tibetani, arrestando oltre 280 persone, secondo la Reuters, mentre a New Delhi, centinaia di tibetani hanno bruciato bandiere cinesi e hanno consegnato all’ambasciata di Pechino una lettere di protesta contro la repressione.

Intanto ieri alcune decine di tibetani in esilio hanno partecipato oggi a New Delhi a una manifestazione di protesta contro la Cina durante la quale è stata accesa una “fiaccola dell’indipendenza”, in riferimento polemico alla fiaccola olimpica che deve percorrere il mondo prima dei Giochi di Pechino della prossima estate. Lo ha constatato la France Presse. La fiamma è stata accesa inizialmente a Dharamsala, in India settentrionale, dove dal 1959 vive in esilio il Dalai Lama. La prossima tappa sarà San Francisco, dove la fiaccola olimpica ufficiale è attesa per il 9 aprile. “Questa staffetta della fiaccola dell’indipendenza vuole protestare contro il regime cinese in vigore in Tibet. Per di più, noi non vogliamo che la fiaccola olimpica passi per il Tibet, perché il Tibet non appartiene alla Cina”, ha detto Urgyen Chophel, presidente del Congresso della gioventù tibetana, un’organizzazione indipendentista tibetana basata in India. La fiaccola olimpica è arrivata ieri a Atene e deve essere consegnata oggi agli organizzatori cinesi delle Olimpiadi che la porteranno, lunedì, a Pechino. Il 2 aprile essa inizierà il suo periplo del mondo e è previsto che passi per il Tibet in maggio.

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