Appello del Dalai e nuovi scontri

Il Dalai Lama ha rivolto oggi un nuovo, accorato, appello agli esuli tibetani ad evitare azioni violente, in concomitanza con il passaggio della fiaccola olimpica a Londra, costellato da scontri fra polizia e manifestanti anti-cinesi che hanno tentato di strappare la torcia o di spegnerla con estintori. ”Sin dall’inizio ho sostenuto l’organizzazione dei Giochi a Pechino e la mia posizione non e’ cambiata”, ribadisce la guida spirituale dei buddisti tibetani in una dichiarazione in 13 punti pubblicata a Dharamsala, la cittadina dell’India settentrionale che ospita il Dalai Lama e le istituzioni politiche tibetane in esilio. ”E’ diritto legittimo di ciascun tibetano battersi per la liberta’ e per i propri diritti. Tuttavia, sarebbe inutile suscitare con le nostre azioni un sentimento di odio nelle menti dei cinesi”, afferma il premio Nobel per la pace nel documento, diffuso da diversi siti internet gestiti da esuli tibetani. ”So bene che siete stati provocati a tutti i livelli, ma e’ importante che ci atteniamo alla nostra pratica della non violenza – esorta poi il Dalai Lama, rivolgendosi a tutti i tibetani e denunciando ”la lunga sofferenza fisica e mentale” inflitta dal suo popolo dalle autorita’ cinesi. ”Le recenti proteste in tutto il Tibet hanno non solo contraddetto ma anche demolito la propaganda della Repubblica popolare cinese, secondo cui, eccetto un pugno di ”reazionari”, la maggioranza dei tibetani condurrebbe una vita prospera e soddisfacente”, asserisce ancora il leader tibetano. Nelle manifestazioni di protesta anticinesi, cominciate il 10 marzo a Lhasa, la capitale della regione autonoma del Tibet e proseguite nelle vicine enclave tibetane, hanno perso la vita circa 150 persone, secondo il governo in esilio. Solo giovedi’ sera, almeno otto persone sono morte quando la polizia ha aperto il fuoco su una manifestazione di monaci e civili a Garze, nella provincia del Sichuan. Il bilancio delle autorita’ di Pechino dall’inizio delle proteste e’ invece di 20 morti, 18 civili uccisi dai manifestanti a Lhasa e due poliziotti, uno a Lhasa e uno nel Sichuan. Il governo afferma poi che centinaia di ”rivoltosi” si sono consegnati alle forze dell’ordine, mentre, secondo le ultime informazioni pubblicate dal sito del Centro tibetano per i diritti umani (Tchrd), www.tchrd.org, circa 2.300 persone sono state arrestate dal 10 marzo. Pechino ha accusato il Dalai Lama e ”la sua cricca” di aver fomentato la rivolta, ma, nel documento pubblicato oggi, il premio Nobel respinge nuovamente ogni addebito. ”Non basta accusare, ci vogliono le prove”, afferma, rinnovando il suo appello per un’inchiesta internazionale indipendente.

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