La fiaccola a Parigi, tra proteste e manifestazioni

Dopo gli incidenti di Londra, la fiaccola olimpica sbarca a Parigi e i manifestanti pro Tibet la costringono a viaggiare ”blindata”, in autobus. Le continue, spettacolari azioni di disturbo nella capitale francese alla fine hanno fiaccato gli organizzatori, inducendoli ad annullare prima la cerimonia piu’ significativa prevista – quella al Municipio – poi a chiudere anzitempo la staffetta, caricando la fiaccola su un autobus e facendola arrivare direttamente allo stadio Charlety, ultima tappa del percorso parigino. Questa notte la fiaccola partira’ per gli Usa, mercoledi’ sara’ a San Francisco. Ed anche dall’altra parte dell’ Atlantico l’ accoglienza si annuncia calda. A Parigi, la citta’ dove nacque Pierre de Coubertin, fondatore dei Giochi moderni e promotore dell’ideale olimpico, e dove nel 1789 fu promulgata la prima Dichiarazione dei diritti umani, la regia della clamorosa protesta contro il passaggio della fiaccola e per la causa del Tibet e’ stata del segretario generale di Reporter senza frontiere (Rsf), Robert Menard, 55 anni. Era stato lui ad organizzare, il 24 marzo scorso, una inedita incursione alla cerimonia di accensione della fiaccola ad Antica Olimpia, in Grecia. E quella bandiera nera, apparsa allora per la prima volta, con le manette al posto dei cinque cerchi olimpici, e’ stata la protagonista oggi su monumenti, case e chiese della capitale francese, accanto alle bandiere del Tibet. Menard ha raccontato di aver scalato la facciata della cattedrale di Notre Dame la scorsa notte, di essere rimasto li’ nascosto per esporre oggi la sua bandiera e quella un po’ piu’ piccola del Tibet. Nulla ha potuto oggi, di fronte alle azioni di Rsf, il pur imponente dispositivo di sicurezza messo in piedi a Parigi dalle autorita’ francesi: circa 3.000 poliziotti, in terra, aria e anche sulla Senna; ciascun tedoforo di turno protetto da un cordone ‘ambulante’ lungo 200 metri e composto da 65 poliziotti in moto, 100 sui roller e altrettanti vigili del fuoco corridori; alcune colonne di mezzi delle forze dell’ordine ad apertura e chiusura della staffetta. A piu’ riprese militanti pro Tibet hanno cercato di spegnere la fiaccola lungo il percorso: azioni a ripetizione che hanno spinto gli organizzatori a farla salire in autobus. La fiaccola e’ stata spenta anche una volta, per ”ragioni tecniche”, ha detto la prefettura. Intanto Menard e quelli di Rsf – ma molti attivi sono stati anche i Verdi – si dedicavano a issare le loro nere bandiere un po’ dappertutto, e in particolare sui luoghi a piu’ forte impatto mediatico: la Torre Eiffel, l’avenue dei Champs Elysees e la cattedrale di Notre Dame. E’ stato il caos, un po’ dappertutto, anche con tafferugli fra sostenitori cinesi e tibetani. Una ventina i fermi operati dalla polizia, fra i quali quello della vicepresidente della regione parigina dell’ Ile-de-France, la verde Mireille Ferri. Aveva in mano un estintore. La fiaccola, partita dal primo piano della Torre Eiffel in perfetto orario – alle 12:35 – ha trovato quasi subito i primi intoppi, ed e’ andata avanti a singhiozzo: per un po’ di metri portata dal tedoforo e un po’ di piu’ a bordo dell’autobus di scorta. E’ saltato anche il momento piu’ significativo della tappa parigina, cioe’ la cerimonia prevista all’interno dell’ Hotel de Ville, il Municipio. Anche li’ sono riusciti ad entrare i militanti di Reporter senza frontiere con le loro bandiere. E’ stato una specie di ‘stop and go’, snervante: l’ itinerario della fiaccola e’ stato modificato su richiesta degli organizzatori e dell’ambasciata cinese a Parigi. Infine la decisione di interrompere la staffetta e di caricare la fiaccola sul bus per lo stadio Charlety, ultima tappa prevista, accanto alla sede del Comitato olimpico francese. E’ sempre piu’ un percorso ad ostacoli quello che attende la fiaccola olimpica nel suo viaggio verso Pechino. Dopo le proteste di Londra e prima del caos di Parigi, si era fatto sentire per la prima volta anche il presidente del Comitato olimpico internazionale, Jacques Rogge, per dirsi seriamente preoccupato e per chiedere ”una rapida e pacifica soluzione” in Tibet.

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