Pechino ribadisce: il Tibet è problema interno della Cina

Il Tibet e’ un ”problema interno” della Cina. Col Dalai Lama si puo’ trattare ma solo dopo che avra’ ”rinunciato alle sue attivita’ secessioniste” e smesso di ”sabotare le Olimpiadi”. Nulla di nuovo in queste posizioni cinesi, se non che sono state espresse dal presidente Hu Jintao, che ha rotto il silenzio che aveva osservato fin dall’ inizio della rivolta tibetana, il 10 marzo. In tarda serata intanto l’ agenzia Nuova Cina ha annunciato l’arresto di nove monaci del monastero di Tangxia, che avrebbero ”confessato il loro crimine”, vale a dire quello di aver fatto esplodere una rudimentale bomba in un edificio del governo della prefettura di Qambo, nel Tibet orientale. L’ attentato sarebbe avvenuto il 23 marzo e l’ agenzia non chiarisce se ci siano state vittime. Nel dispaccio si fanno i nomi di due monaci, il capo del gruppo Rinqen Jamcan, descritto come un ”importante monaco” di 27 anni, e Cewang Yexe che sarebbe stato l’ esecutore materiale dell’ attentato. Fino ad oggi, l’ offensiva propagandistica anti-Dalai Lama era stata affidata, peraltro con scarso successo, ai gradi minori del Partito ed in particolare ai responsabili del Tibet. E’ stato il segretario del Partito Comunista del Tibet Zhang Qingli – un ”duro” legato ad Hu Jintao che ha gia’ trascorso alcuni anni alla testa del Partito in un’ altra regione difficile, quella a popolazione musulmana del Xinjiang – a definire il leader tibetano, con una frase che ha fatto il giro del mondo, ”un lupo vestito da monaco”. Ed e’ stato il presidente della Regione Autonoma del Tibet Qiangba Puncog a cercare di convincere il resto del mondo di aver trovato le ”prove” che le violenze sono state ”organizzate direttamente dalla cricca del Dalai Lama”. Anche la sede e l’ interlocutore scelti per il pronunciamento del numero uno della gerarchia cinese sono significativi. Il convegno sull’Asia in corso a Boao, sull’ isola tropicale di Hainan, e’ infatti stato organizzato con lo scopo di far crescere la statura diplomatica e politica della Cina, che non ha tenuto il passo con quella economica. Hu Jintao ha parlato del Tibet con il primo ministro australiano Kevin Rudd, che e’ riuscito nel miracolo di esprimere un’ opinione critica sulla politica cinese senza farsi crociffigere dai propagandisti di Pechino (che comunque hanno fatto tagliare le frasi piu’ significative del suo discorso dalle versioni circolate in Cina). Parlando in perfetto mandarino e dimostrando una conoscenza approfondita della cultura e della storia della Cina, Rudd ha sostenuto davanti agli studenti dell’ Universita’ di Beida di Pechino che nel Tibet ci sono ”dei gravi problemi di diritti umani”. Dopo aver detto a Rudd che ”il nostro conflitto con la cricca del Dalai Lama non e’ un problema etnico, religioso o di diritti umani, ma e’ un problema di mantenere la madrepatria unita o di lasciare che sia divisa”, il leader cinese ha aggiunto che ”la barriera ai contatti e ai colloqui non sta dalla parte nostra ma dalla parte del Dalai Lama”. La scoperta della cellula terroristica dei monaci di Qambo si e’ avuta il giorno dopo che, sempre attraverso Nuova Cina, e’ stata lanciata una campagna di propaganda con la quale si accusa un gruppo di esuli tibetani vicino al Dalai Lama di essere in combutta con i terroristi musulmani di Al Qaeda. Il leader tibetano, che e’ negli Usa per un soggiorno di due settimane, ha ripetuto per l’ ennesima volta in un’ intervista alla rete televisiva Nbc di non volere la secessione del Tibet dalla Cina ma solo una ”vera” autonomia. Il Dalai Lama ha aggiunto che il suo messaggio alla Cina e’: ”non siamo contro di voi, io non cerco la secessione” e ha negato di voler boicottare le Olimpiadi.

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