La Cina apre ad un incontro con il Dalai

Con una improvvisa svolta che ha coinciso con il vertice tra Cina ed Unione Europea, Pechino si é dichiarata oggi disposta a colloqui con gli emissari del Dalai Lama, il leader tibetano e premio Nobel per la Pace che dal 1959 vive in esilio in India. Dall’inizio della rivolta tibetana, il 10 marzo scorso, il dialogo con il leader esiliato era stato indicato da Europa e Stati Uniti come la possibile via d’uscita dalla crisi, che per la Cina ha significato crollo d’immagine a pochi mesi dalle Olimpiadi di Pechino. “Considerate le ripetute richieste da parte del Dalai (Lama) per la ripresa dei colloqui, il dipartimento responsabile del governo centrale avrà nei prossimi giorni contatti con i rappresentanti privati del Dalai (Lama)”, ha scritto l’agenzia ‘Nuova Cina’ citando un anonimo funzionario. “Ci si augura che attraverso i contatti e le consultazioni il Dalai (Lama) prenderà iniziative credibili per fermare le attività volte a dividere la Cina e che smetta di disturbare e sabotare i Giochi Olimpici di Pechino in modo da creare le condizioni per il dialogo”, ha aggiunto l’agenzia. Lo stesso annuncio è stato ripetuto nel telegiornale della sera della televisione di Stato, la Cctv, che viene vista anche in Tibet. Dall’India, un portavoce del leader tibetano ha detto di non aver ricevuto comunicazioni ma, ha aggiunto, se dalla Cina “verrà un invito siamo pronti ad accettarlo”. La sorpresa è arrivata poco la conclusione dei colloqui sulla “cooperazione strategica” tra due maxi-delegazioni di Cina e Unione Europea guidate rispettivamente dal primo ministro Wen Jiabao e dal presidente della Commissione Ue, José Manuel Barroso. Incontrando i giornalisti nella Sala dell’Assemblea del Popolo a Pechino, Wen si era limitato a dire di aver parlato del Tibet col suo ospite, mentre Barroso si era sbilanciato affermando di aspettarsi “presto, delle novità positive”. Nessuno si aspettava che sarebbero venute così presto. Barroso si è dichiarato “molto felice” dell’annuncio. Reazioni positive sono venute da dal presidente francese, Nicholas Sarkozy, che sarà presidente Ue durante le Olimpiadi, da Washington, Londra e Berlino. In tutta le vicende delle passate sei settimane – dall’inizio delle proteste in Tibet, alle violenze contro gli immigrati cinesi del 14 marzo, dalle manifestazioni durante la staffetta della fiaccola olimpica alle manifestazioni anti-occidentali di giovani cinesi – Pechino era rimasta sorpresa dalle durezza delle reazioni dell’Europa, di solito più diplomatica degli Usa nelle sue prese di posizione verso i problemi delle minoranze etniche e religiose della Cina. Non ci sono date fissate, né alcuna certezza che i colloqui producano risultati accettabili dalle due parti. La Cina e il Dalai Lama si sono già parlati in passato. L’ultima, lunga tornata di discussioni si è svolta in sei tappe tra il 2002 ed il 2007 e non ha mai superato lo stadio di “colloqui sui colloqui”, anche se sia i partecipanti cinesi che quelli tibetani ne avevano parlato in modo positivo. La rottura è avvenuta all’improvviso e senza che siano state date spiegazioni. Subito dopo è partita una violenta campagna di propaganda contro il Dalai Lama, che si è intensificata dopo l’ inizio delle proteste anti-cinesi e ha raggiunto il suo culmine quando il segretario del Partito Comunista del Tibet Zhang Qingli lo ha definito “un lupo travestito da monaco”. Ma che Pechino si sentisse veramente minacciata da “forze oscure” è stato chiaro quando per la prima e unica volta, ricevendo il 12 aprile il premier australiano Kevin Rudd, il presidente Hu Jintao ha sostenuto che quello del Tibet è esclusivamente un problema di “integrità territoriale della Cina”. Da un mese e mezzo i giornali cinesi sono ricchi di articoli nei quali si sostiene che la rivolta in Tibet è il frutto di un complotto di alcuni politici, forse di alcuni governi occidentali per staccare la regione dalla Cina usando come teste di ponte lo stesso Dalai Lama e alcune organizzazioni non governative, come le americane National Endowment for Democray (Ned, governativa) e Trace (fondata da Andrea Soros, figlia del finanziere George Soros), oltre alla tedesca Friedrich Naumann Foundation.

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