Mano dura di Pechino, 30 condanne. E la fiaccola entra domani in Cina

Il governo di Pechino ha dimostrato oggi la sua mano dura nei confronti delle manifestazioni in Tibet dello scorso marzo. Il tribunale di Lhasa ha condannato 30 attivisti tibetani, tra laici e monaci, per le manifestazioni anti cinesi. Il governo di Pechino li accusa di aver ucciso 18 civili, e di aver partecipato ai moti durante i quali sono andati distrutti o seriamente danneggiati cinque ospedali, sette scuole, 120 case e 908 negozi, per un totale di 22 milioni di euro. Le condanne inflitte vanno da un minimo di tre anni all’ergastolo. In particolare, un monaco ed un autista sono stati condannati al massimo della pena, in quello che si preannunzia il primo di una serie di processi. Ed e’ battaglia tra il governo tibetano in esilio e Pechino sulle cifre delle vittime degli scontri del marzo scorso. Secondo la Central Tibet Administration, il governo tibetano in esilio in India, sarebbero 203 i morti, oltre 1000 feriti e 5715 arrestati in Tibet dal 10 marzo scorso, data di inizio delle proteste a Lhasa, al 25 aprile. Più basse invece le stime riportate dai media cinesi: secondo la stampa ufficiale di Pechino, i morti sarebbero in tutto 23 contro i 19 di Lhasa Radio. I feriti 917, 405 per la radio; gli arrestati 2226 per la stampa cinese mentre 1397 per la radio della capitale tibetana. Oggi Pechino, che insiste nell’indicare nel Dalai Lama il responsabile di tutti gli incidenti, ha di nuovo invitato il leader tibetano a scegliere la via del dialogo aver auspicato un incontro formulato la settimana scorsa. Nessuna risposta da Dharamsala, dove ieri il Dalai ha tenuto una giornata di preghiera per le vittime degli scontri. Il Dalai Lama si è sempre dichiarato disponibile ad un incontro e il suo entourage ha fatto sapere venerdì di attendere ufficialmente l’invito. Ed intanto oggi e’ passata indenne anche per Ho Chi Min la torcia olimpica, nel suo ultimo tratto di giro del mondo, prima di entrare domani in Cina. Nell’ex capitale del Vietnam, 60 tedofori hanno portato la torcia per una decina di chilometri fino allo stadio nei pressi dell’aeroporto. La fiaccola e’ stata scortata nell’ex Saigon da centinaia di agenti a piedi, in motocicletta, auto e minivan, in due ali di folla festante, molti dei quali cittadini cinesi. La citta’ del sud del Vietnam, infatti, ospita una grande comunita’ cinese anche in ossequio agli ottimi rapporti fra Hanoi e Pechino. Insieme a questi cinesi, molti vietnamiti, con bandiere rosse, striscioni e magliette che inneggiavano alla Cina. La staffetta, che ha corso per l’ex Saigon di sera, non ha registrato problemi, accompagnando la fiaccola all’aero che la portera’ ad Hong Kong. Il Vietnam, su spinta cinese, si era fatto promotore di un repulisti di manifestanti pro Tibet nei giorni scorsi, bloccando e cacciando dal paese anche alcuni stranieri. La stessa cosa e’ avvenuta anche ad Hong Kong, dove domani la fiaccola, ad esattamente cento giorni dall’inizio dei giochi, fara’ la sua prima tappa cinese. Nell’ex colonia inglese saranno oltre 3000 gli agenti che assicureranno il passaggio del sacro fuoco di Olimpia che dopo Macao fara’ tappa in Tibet. Il governo tibetano in esilio ha oggi inviato una lettera al Comitato Olimpico Internazionale chiedendo di impedire il passaggio della torcia in Tibet. Secondo il comunicato della CTA, ”molti tibetani sono stati uccisi e arrestati a causa della brutale e violenta soppressione delle manifestazioni pacifiche tibetane. Se la torcia passera’, sara’ un insulto e mancanza di rispetto ai tibetani che continuano a subire torture fisiche e mentali”. Il governo di Dharamsala tiene a specificare che sia il Dalai Lama che lo stesso governo non si sono mai opposti ai giochi olimpici di Pechino.

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