Le olimpiadi si avvicinano, ma non si placano repressioni in Cina contro dissidenti

Di seguito il pezzo dell’Ansa del corrispondente da Pechino

L’ elenco è lungo: dal difensore dei malati di Aids Hu Jia (condannato a tre e mezzo di prigione), all’ avvocato degli inquilini di Shanghai Zheng Enchong (agli arresti domiciliari dopo aver scontato quattro anni di detenzione) fino all’ ultimo in ordine di tempo, l’ attivista e blogger Huang Qi, arrestato nei giorni scorsi per aver scritti articoli critici verso il comportamento delle autorità locali in occasione del terremoto del Sichuan. Mancano circa 50 giorni all’ 8 agosto, giorno di apertura dei Giochi Olimpici di Pechino e, secondo i gruppi umanitari, la repressione contro i dissidenti cinesi non accenna a fermarsi, anzi. In un documento diffuso alla fine dell’ anno scorso Amnesty International ha ricordato le vicende di alcuni dissidenti che illustrano il giro di vite dato da Pechino in vista delle Olimpiadi: Wang Ling, condannata in ottobre a 15 mesi di “rieducazione attraverso il lavoro” per aver firmato petizioni e preparato cartelli critici verso la costruzione delle nuove strutture olimpiche; Yang Chunlin, che dopo la pubblicazione del rapporto di Amnesty è stato condannato a cinque anni (il 24 marzo scorso), per aver scritto e diffuso una petizione dal significativo titolo: “vogliamo i diritti umani e non le Olimpiadi”; Ye Gouzhou, attivista per il diritto alla casa, che sta scontando quattro anni di reclusione per aver cercato di organizzare una manifestazione per richiamare l’attenzione sulla sorte delle persone che hanno dovuto trasferirsi per far posto alle opere olimpiche, circa un milione e mezzo di persone secondo il Centre on Housing Rights and Evictions (Cohre), un’ organizzazione umanitaria basata a Ginevra. Il caso che ha più suscitato clamore è stato quello di Hu Jia, del quale invano hanno chiesto la liberazione i governi di numerosi paesi occidentali. Trentaquattro anni, tra i primi a denunciare lo scandalo del traffico di sangue infetto che ha portato ad un’ epidemia di Aids nella provincia dell’ Henan, Hu é un attivo blogger e promotore dei diritti democratici. Con l’ avvocato democratico Teng Biao, ha diffuso una lettera aperta di denuncia della “vera situazione” dei diritti umani in Cina nell’ anno delle Olimpiadi. L’ iniziativa gli è costata tre anni e mezzo di prigione, che gli sono stati inflitti per il reato di aver “incitato a sovvertire i poteri dello Stato”. Teng Biao se l’ è cavata con un sequestro durato due giorni, durante i quali è stato “invitato” da un gruppo di agenti del Ministero per la Pubblica Sicurezza a rinunciare ai suoi contatti con giornalisti stranieri, e con la revoca della sua licenza d’ avvocato, decisa dopo che si era offerto di difendere i tibetani detenuti per le manifestazioni anti-cinesi dei mesiscorsi. Inoltre Zeng Jiyan, moglie di Hu Jia e anche lei attivista, e la loro bambina di pochi mesi sono agli arresti domiciliari di fatto dallo scorso dicembre. Il conto alla rovescia tocca i cinquanta giorni mentre la staffetta della fiaccola olimpica – il “viaggio dell’ armonia” secondo il Comitato Organizzatore dei Giochi di Pechino (Bocog) – passa per i posti più rischiosi: da oggi è nel Xinjiang, la Regione Autonoma dove vivono tra gli altri circa otto milioni di uighuri, di etnia turcofona e di religione musulmana, e poi – forse – passerà dal Tibet. Testimoni riferiscono che a Kashgar, la città sulla storica Via della Seta ai confini con il Pakistan e l’ Afghanistan e capitale del nazionalismo uighuro, sarà consentito seguire il passaggio della fiaccola solo alle persone inquadrate dalla proprie “unità di lavoro”. Le strade sono pattugliate da militari, poliziotti, e vigili del fuoco e ai negozi è stato ordinato di restare chiusi durante il passaggio del simbolo olimpico.

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