Musharraf, un profilo

Un mio profilo di Musharraf apparso oggi su Il Mattino.

Da nove anni padre-padrone assoluto del Pakistan, l’ex generale Pervez Musharraf è stato sempre considerato un uomo forte all’interno dello scacchiere orientale. Fautore di una stretta alleanza con gli Stati Uniti, che gli ha causato non pochi problemi di terrorismo interno per le proteste di militanti islamici vicini, negli ultimi anni, alle posizioni dei terroristi fondamentalisti e dei talebani, Musharraf ha saputo tessere buoni rapporti all’estero, che hanno portato anche alla ripresa dei rapporti con l’India. La sua capacità e i “successi” in campo internazionale, però, non sono stati bilanciati da una capacità di gestione del paese che, invece, è passato da una democrazia ad una quasi dittatura, con un capo dello stato affermatosi con un colpo di stato (nel 1999) e rieletto “democraticamente” il 6 ottobre scorso. Gli oppositori politici lo accusano di aver militarizzato il paese: non a caso l’ex generale capo dell’esercito, carica che ha tenuto per se unitamente a quella di presidente per anni, aveva trasferito anche la sua residenza ufficiale da Islamabad a Rawalpindi, sede dell’esercito. Proprio la forza nei confronti del fragile assetto democratico del paese gli sono costati il ruolo e lo hanno costretto all’esilio. Il generale nato a New Delhi 65 anni fa, infatti, nel novembre scorso, all’indomani della sua rielezione, decise di dichiarare lo stato di emergenza in Pakistan, sciogliere le camere, concentrare in se tutto il potere, dopo aver già dismesso giudici ostili, tra i quali quell’Iftikhar Chaudry, capo della corte suprema, che avrebbe dovuto decidere sull’ìeleggibilità di Musharraf e che per la sua detenzione agli arresti domiciliari, dove si trova da oltre un anno. Non solo: Musharraf si affrettò a cambiare la costituzione promulgata nel 1973, emendandola nel senso di concedersi più poteri, conferendosi il diritti di sciogliere le camere e dimettere il primo ministro. Un pungo duro che aveva usato anche per reprimere azioni terroristiche interne, come quella che nel luglio dell’anno scorso portò l’esercito ad aprire il fuoco contro gli studenti e i talebani asserragliati nella moschea rossa di Islamabad facendo oltre 100 vittime. Sicuro di tenere in mano il potere, il presidente mise un suo uomo a capo dell’esercito e continuava a gestire l’ISI, il terribile servizio segreto pachistano, accusato, tra l’altro, di essere dietro alla morte dell’ex primo ministro Benazir Bhutto e, recentemente, alle bombe all’ambasciata indiana di Kabul. Con la stessa sicurezza affrontò le elezioni di febbraio dell’anno scorso che lui stesso aveva indetto su pressioni internazionali, in primis quelle dell’alleato americano, che però, grazie anche all’onda emotiva seguita all’attentato fatale che colpì Benazir Bhutto, furono vinte dal partito del popolo pachistano della Bhutto mentre la sua Lega Pachistana Musulmana-Q subì una sonora sconfitta. Da allora, la sua parabola è andata discendendo. Nonostante si fosse prodigato per far tornare in patria la Bhutto e Zardari, suo marito, questi, su pressioni del nemico giurato di Musharraf, Nawaz Sharif (lo stesso che, primo ministro, nel 1999 fu mandato all’esilio in seguito al colpo di stato del generale), suo alleato di governo, ha fatto di tutto per cacciarlo, minacciando l’impeachment e accusandolo, tra l’altro, di aver sottratto fondi dagli aiuti statunitensi alla lotta al terrorismo. Fondi che sarebbero serviti anche a rintracciare quell’Osama Bin Laden che, da quando è cominciata la sua latitanza, si dice essere nelle montagne pachistane ai confini con l’Afghanistan. Circostanza che Musharraf ha sempre rinnegato, soprattutto per tenere buono l’alleato americano il quale, però, alla prima occasione gli ha parzialmente girato la faccia, concedendo all’India e non al Pakistan forniture nucleari civili. Dimostrazione, questa, secondo analisti, del fatto che comunque gli USA sapevano di avere in Musharraf un alleato scomodo ma necessario, vista la posizione strategica del paese. Ora per lui pare si prospetti un futuro in Arabia Saudita, a Gedda, la stessa città (e pare lo stesso palazzo) che ospitò il suo rivale Nawaz Sharif.

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