L’asilo indiano, ovvero come fare soldi senza fare nulla

A Delhi piove. Ma fa molto caldo, facendo schizzare il tasso di umidità a vertici assurdi. Oggi sono andato fuori due volte, per accompagnare Anna Chiara ai baby group. Una di quelle riunioni di bambini e tate a casa di qualcuno, nelle quali le tate indiane si lamentano dei datori di lavoro e i bambini giocano. Già, perché non hanno voluto prendere Anna Chiara a scuola. Ha 19 mesi, dicono sia piccola. Due scuole la potevano prendere, una indiana nei pressi di casa e quella tedesca.

Tutta fiera, mia moglie mi ha portato a quella vicino casa. Gliela aveva consigliata un’amica italiana che ne era entusiasta. Ci ha accolto la direttrice dietro appuntamento. Ma per entrare, è stato come arrivare al cuore di Fort Knox. Due cancelli chiusi a chiave, a distanza di 50 metri l’uno dall’altro e un solo omino che aveva la chiave. Bene, penso, visto che siamo in zona sismica, se succede un bel terremoto i bambini per scappare devono contare su questo ominide che non è in grado, normalmente, di cercare la chiave giusta nel suo mazzo.

Detto questo, che già non poneva bene a favore della scuola, abbiamo incontrato la direttrice, tutta fiera del metodo Montessori che utilizzano. Ha cominciato ad illustrarci i benefici e i pregi della sua struttura. Bene. Passi per la questione dei cancelli, io al metodo ci tengo. Chiedo: sono qualificati gli insegnanti? Certo!, mi dice, ma poi ci siete sempre voi a supportarli. Quando tornano a casa i bambini? dico io. No, a scuola. Cosa? Si, perché, mi dice lei, noi chiediamo ai genitori di stare con i bambini di quell’età durante l’orario scolastico.

Scusi, non ho capito bene. Io pago, cerco una scuola per mia figlia che vuole evadere di casa mente io me la terrei stretta a me ma non posso farlo perché sia io che mia moglie lavoriamo, e dobbiamo poi venire due volte a settimana (solo per due giorni li prende la scuola, per tre ore) a guardare la bambina nella vostra scuola e a supportare gli insegnanti? Ma c’avete le pigne nel cervello? Ma che, davero davero davero?

Sa, mi fa lei, a quell’età i bambini non sono autosufficienti. E grazie al …. (stavo per essere volgare), per questo che li si mandano a scuola, altrimenti resterebbero a casa con mamma e papà. A parte poi che mia figlia si rolla da sola le canne (eufemismo per dire che è molto indipendente, autoritaria, decisa… insomma, degna figlia di un indonapoletano poco degno), ma perché dovrei pagare per un lavoro che poi farei io? e dove poi? in una gabbia senza uscita, in un’Alcatraz per bambini.

Ma noi qui, ha detto al direttrice, abbiamo anche il giardino. Peccato che al posto della sabbia che di solito si usa, i bambini giochino nella terra, che non mi pare una cosa molto igienica, oltre al fatto che anziché bere dalle bottiglie di acqua confezionate, bevono acqua depurata. Un momento. A casa mia abbiamo il depuratore, come in ogni casa in India visto che l’acqua non è molto buona da bere. Il minimo che ti capita dopo che l’hai bevuta, è che resti seduto così tanto tempo sul vaso, che il comune ti fa pagare una tassa per intasamento delle fogne. Per questo, come tutti i cristiani (non in senso religioso, ma nell’accezione di ‘persone’) che vivono in India e che se lo possono permettere, indiani compresi,. beviamo esclusivamente acqua imbottigliata. Che poi magari alla fonte sarà inquinata, ma il fatto che stia in una bottiglia di plastica ti da una certa sicurezza, almeno psicologica.

Abbandonata la scuola indiana, passiamo alla tedesca. Non c’è che dire, bella pulita. Peccato che c’è una lista d’attesa per la quale Anna Chiara sara’ accettata a scuola quando si sarà laureata. E comunque, anche qui, la cosa dura solo due volte a settimana.

E allora, meglio i baby group. Due-tre volte a settimana nelle case private incontra gli altri bambini e gioca per un paio di ora. Fa merenda e si diverte. Alla faccia di Alcatraz e del metodo Montessori all’indiana.

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3 commenti

Archiviato in Diario indonapoletano

3 risposte a “L’asilo indiano, ovvero come fare soldi senza fare nulla

  1. Marchino

    Ciao Nello,
    il mondo indiano non finisce mai di stupire per le assurdità, ma anche in Italia le abbiamo..
    comunque la mia azienda è indiana ed ha una sede
    sia a Milano sia a Bangalore, solo che i colleghi
    di Bangalore spesso spariscono dal collegamento in rete e non si capisce cosa stiano facendo….
    risultato: a Milano ci ammazziamo di lavoro e ci tocca lavorare anche per ciò che non fanno a Bangalore, classica flemma indiana…..ciao

  2. loro si sono ammazzati per secoli per dare a noi quello che non avevamo: dal tè alle spezie e beni di lusso vari.

    Pari e patta.

    E poi. se il mondo del computer indiano crollasse, tutti i dati dei grandi centri ospedalieri americani, e con loro la ricerca medica occidentale, andrebbero e p…ne. Sai bene che “processano” tutto in India da almeno 10 anni. Forse è meglio avere qualche ora di disconnessione.

    A proposito, non è che, data la differenza di fuso, sono disconnessi perchgé dormono?:)

  3. Marchino

    hai ragione anche tu, le aziende occidentali hanno sempre sfruttato il basso costo dell’oriente…
    comunque io non sopporto gli americani, se fosse per me potrebbero anche perdere tutti i dati
    e farsi le ricerche per conto proprio..visto anche il loro sistema ospedaliero….
    Per gli indiani invece mi sono simpatici, anche se hanno questa flemma.. prova ad averci a che fare..
    infine non è per la differenza di fuso che non li trovo, infatti si ricollegano…e poi vanno a casa alle 15,00 ora italiana, sono loro proprio di carattere che “dormono in piedi”… e sono anche laureati…

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