A Calcutta, tra arte e spiritualità

Non c’è che dire, Calcutta è sempre la stessa. Bella, sporca, disordinata, decadente, fatiscente, coloniale, come solo Calcutta può esserlo. Una città unica al mondo, anche se non so se potrei viverci. La qualità della vita è veramente bassa e non resisterei di continuo in quei club internazionali post coloniali che rappresentano l’unico svago degli expat nella città della gioia.

Ci sono tornato due fine settimane fa, per vedere una mostra d’arte di Serena, la figlia di Sergio. La mostra GenNextIII mi ha impressionato, ci sono raccolte opere di giovanissimi artisti contemporanei da tutto il mondo, anche se principalmente indiani. L’arte contemporanea in India si sta sviluppando molto e gli artisti indiani sono molto richiesti. Basti pensare che il gallerista di Calcutta che ha organizzato la mostra, mi ha mostrato un suo libro nel quale analizza il prezzo di beni di investimento (oro, etc) confrontandoli con le opere d’arte. Queste ultime hanno avuto un valore in crescita costante.

Serena ha presentato due opere, davvero interessanti. Infatti è stata molto apprezzata e ha conquistato le prime pagine dei giornali della capitale culturale dell’India, un titolo che nessuna città del subcontinente riuscirà mai a strappare a Calcutta dove, in effetti, al di là del fatto che vengano organizzate numerose manifestazioni, si respira un’aria diversa (e non a causa dell’inquinamento) tra i suoi vecchi palazzi.

Immancabile il pranzo delizioso con i colleghi di Marianna al consolato di Calcutta. Stavolta, a differenza della prima, siamo andati in un altro club, il Tollygunge club, uno dei più vecchi ed esclusivi, nonchè grandi, con un campo di golf e i ricchi indiani che, al posto degli inglesi colonizzatori, ora lo frequentano.

Ma l’andata a Calcutta è coincisa anche con la Durga Puja, la più grande festa dei bengalesi, durante la quale si venera Durga, una delle incarnazioni, come Kali, di Parvati, la moglie di Shiva. In onore della dea vengono realizzate statue in cartapesta raffiguranti Durga con le sue almeno sei braccia, tutta ornata di gioielli, vestiti scintillanti, e circondata da altre raffigurazioni sacre e mitologiche indù.

Queste statue, che sono continuo oggetto di venerazione, vengono custodite in pandal, dei templi costruiti per l’occasione utilizzando cartapesta, bambù e altro. Al termine della festa, i pandal vengono distrutti e la statua della dea lasciata nelle rive del Gange o dello Hoogly, il fiume di Calcutta.

La festa è scintillante, c’è casino dovunque. Calcutta è la capitale della Durga Puja e tutti sono eccitati, anche se quest’anno c’era il problema della Tata e la chiusura della fabbrica a rendere le cose più tristi.

Anche noi abbiamo visitato dei pandal e, soprattutto, siamo andati (Marianna, Anna Chiara, io e Oscar, un amico svedese di Sergio), a visitare il Kali Temple, al Kali Ghat, il tempio più sacro di Calcutta che ha dato il nome alla città, dedicata alla incarnazione di Parvati che distrugge i demoni, assetata del loro sangue da qui la faccia nera della morte e la lingua rossa. Sin dalle prime luci dell’alba centinaia, poi migliaia, di fedeli affollano la piccolissima struttura per pregare la piccola statua nera della dea. All’esterno, oltre ai negozietti che vendono oggetti rituali, pellegrini e mendicanti, anche gli animali che vengono sacrificati alla dea. Al Kali Temple, infatti, è ancora viva la tradizione del sacrificio animale. Fino a qualche anno fa, venivano sacrificati anche gli uomini, ma la pratica è stata vietata dalla legge.

Per ovviare a questo, gli indiani hanno escogitato il sistema del cocco. Questo frutto viene tagliato in maniera tale che ne resta il cuore e un ciuffetto, che simboleggia una testa con capelli. Il cocco, inoltre, contiene il latte che, una volta rotto, si disperde, come il sangue quando si taglia un corpo. Infine, quando si apre un cocco, all’interno si trovano tre puntini neri, come se fossero due occhi e un naso. Rompere e offrire alla dea un cocco è come offrire un umano.

Per ovviare alla fila che alle 7 etra già immensa, abbiamo usato il metodo indonapoletano. Abbiamo beccato uno dei tanti brahmini che vogliono obbligatoriamente farti fare una puja, una preghiera rituale, gli ho dato un po’ di rupie che lui ha sapientemente diviso con la polizia, e così siamo passati davanti alla fila. Ogni santone è paese.

Ma per me la visita di Calcutta non può essere considerata tale senza tre cose: Kallol, Madre Teresa e Annamaria.

La visita ai centri di Kallol Gosh, dove abbiamo partecipato prima al coro dei bambini malati di HIV ad Anandaghar, poi assistito allo spettacolo dei bambini con ritardi mentali di Apanjan, è stata come al solito super. Questi bambini, nonostante tute le loro disabilità, hanno messo in scena alcuni quadri dalla vita di Durga e degli altri dei, rigorosamente in costume. Come guest of honour, insieme a due politici e a Sergio, ho dovuto anche tenere un discorso, mentre Anna Chiara mi faceva da claque tra la gente. Lo spettacolo e l’impegno dei bambini sono stati egregi ed è bello vedere il lavoro che fanno in questi centri per aiutare i bambini sfortunati, raccolti per strada dopo essere stati abbandonati. Un’opera alla quale tutti possono contribuire, come già fanno molti napoletani di MondoAmico. E, credetemi, i soldi sono ben spesi.

Hanno completato il quadro un fotografo fortemente strabico (non so cosa vedesse nell’obiettivo) e un operatore video con la gobba, tutto piegato.

Una preghiera sulla tomba di Madre Teresa, con Anna Chiara che porta scompiglio nel piccolo convento, presa simpaticamente in cura e passata di braccia in braccia tra tutte le suore, è immancabile.

Inutile dire che, per suggellare la visita, siamo andati a cena da Annamaria e il suo Fire and Ice, la migliore pizzeria del sub continente asiatico.

La ciliegina sulla torta del viaggio è stata la business class al ritorno. Su questa storia devo fare una premessa. Venerdì, poco prima di partire da Delhi per Calcutta, ricevo un sms dalla Jet Airways, di solito una buona compagnia, che mi avvisa che il mio volo di ritorno di domenica alle 20 era stato cancellato e che ero stato riprotetto alle 17. Significava lasciare l’albergo alle 13 visto il traffico della città. Ho chiamato il call centre, ma non c’è stato nulla da fare. Così il colpo di genio. Chiamo il responsabile stampa della compagnia, le dico che io domenica ho una intervista con il primo ministro dello stato alle 16, quindi non posso partire alle 17. Delle due l’una: o mi trovano un altro volo, oppure mi pagano l’albergo e mi fanno partire di lunedì. A meno che nono volessero dire al primo ministro che non sarei potuto andare.

Detto, fatto: ritorno di domenica su volo Indian Airlines, in business class. Con conseguente show di Anna Chiara a bordo.

Unita nota triste e negativa? Probabilmente questa è l’ultima volta che vado a Calcutta. A maggio lasciamo l’India e… chissà.

8 commenti

Archiviato in Diario indonapoletano

8 risposte a “A Calcutta, tra arte e spiritualità

  1. Marchino

    non potendo venire a Calcutta,
    mi è venuto in mente il film “La Città Della Gioia” con Patrick Swayze…chissà se potrà rendere un pò
    l’idea di questa città…
    mi sono venuti in mente anche questi film:
    un treno per darjeling, water, kundun, il piccolo budda ….in effetti visto che sono stato in alcune città dell’India & Nepal, potrei recuperare alcuni
    film ambientati lì per vedere quanta differenza c’è
    tra il vissuto reale ed il film….immagino molta
    differenza..

  2. Marianna

    è vero, è triste pensare che forse non torneremo più a Calcutta, così come a volte mi viene il magone quando penso che presto lasceremo questo Paese. Eppure da un altro punto di vista non vedo l’ora di farlo. Anche e soprattutto questo è l’India, sentimenti ed emozioni contrastanti ma comunque molto forti. Tutto e il contrario di tutto…….resteranno i ricordi, belli e brutti, ma sicuramente intensi

  3. mimmo torrese

    Non credere troppo al gallerista di Calcutta, per quanto riguarda la valutazione di opere d’arte al confronto dell’oro. Non c’è da credergli soprattutto dopo aver dato un’occhiata alle opere esposte e alle quotazioni in dollari riportate a margine. A quei prezzi in Italia si riesce ad avere qualcosa sicuramente di meglio. Quasi tutte le opere che ho visto in una rapida visione, risentono di un’influenza sia come tecnica che come soggetto, molto legata ai fumetti. C’è ancora tanto, troppo figurativo.

  4. Nello te ne vai? Dove?
    Ciao Niki

  5. Nello

    @ Mimmo: parli troppo difficile, sono d’accordo sulla sovrastima di alcune opere che erano presenti in mostra, ma che l’arte contemporanea rappresenti un mercato e un investimento in ascesa non è un fatto solo indiano, ma diffusissimo.

    @Niki: per ora non lo sappiamo. A novembre vedremo un po’ di disponibilità e poi decideremo. La partenza è per l’estate.

  6. mimmo torrese

    anche i bond parmalat o quelli emessi dal governo argentino erano un investimento in ascesa. Leihman era una società dotata di un rating altissimo. A parte gli scherzi, quello che dici è vero fino ad un certo punto. Il mercato dell’arte ha delle variabili che influenzano le quotazioni. Gallerista, città, rapporto con i media, rapporto con un critico d’arte e altro che non sto qui a dire. Quello che è certo, è che il centro di tutto non si trova sicuramente in asia. New York, Londra, Parigi e Milano sono le città che contano.

  7. mimmo torrese

    Ops, dimenticavo una città che ci interessa. Napoli negli anni Ottanta è stata una città di riferimento per l’arte contemporanea. Merito di personaggi come Lucio Amelio e Pasquale Trisorio, che riuscirono a portare e a valorizzare artisti italiani e statunitensi. Oggi, comunque ha un posto di rilievo, ma non come allora.

  8. leo vergine

    ARCHIVIO DELLA DISLOCAZIONE/DISPLACEMENT’S ARCHIVES

    Archivio della dislocazione documenta il trasferimento continuo di ognuno di noi. Ai partecipanti al progetto viene richiesto di realizzare fotografie personali nel contesto di altri panorami, esibendo nella mano la cartolina del proprio luogo di provenienza.Displacement’s archives document the continuous transfer of itself. To each of the participants to the project it is in demand to realize photos of itself in the context of various panoramas, exhibiting in the hand the postcard of his/her own place of origin.
    ES PRODUZIONI 2009
    http://dislocazione.altervista.org

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