Perchè Rusdhie è contro Il Milionario

Ecco di seguito l’intervento di Salman Rushdie nei confronti de Il Milionario e di altri film, così come apparso su Il Corriere della Sera del 2 marzo scorso. E’ il testo di cui parlavo in una risposta a Marco al mio post Per Salmand Rushdie, il Milionario è una cagata pazzesca!. Qui è tutto più motivato rispetto al lancio che ho pubblicato qualche giorno fa.

Adattare significa trasformare una cosa in un’altra, un procedimento comunissimo in campo artistico. I libri diventano film o commedie, le opere teatrali a loro volta si trasformano in film o musical, i film vengono adattati per i teatri di Broadway o finiscono «romanzati», un brutto termine per indicare la loro versione libresca.
Viviamo in un mondo di infinite trasformazioni e metamorfosi. Vecchi film eccellenti – “Lolita”, “La pantera rosa” – ricompaiono in pessimi rifacimenti; film scadenti – “L’incredibile Hulk”, “Gola profonda” – sono girati nuovamente con risultati ancora peggiori.
Nell’adattamento si cela una forza creativa o distruttiva. Rod Stewart che canta “Downtown Train” è alla pari di Tom Waits, e Joe Cocker, con “With a little help from my friends”, compie il miracolo di cantare una canzone dei Beatles meglio dei Beatles, ma questo non sorprende più di tanto quando ci si ricorda che il cantante originale era Ringo Starr.
In questi giorni insegno un corso su alcuni esempi celebri di ottimi libri trasformati in ottimi film – “L’età dell’innocenza”, di Edith Wharton, nell’adattamento omonimo di Martin Scorsese; “Il gattopardo”, di Tomasi di Lampedusa, tramutato nel più celebre film di Luchino Visconti; “La saggezza nel sangue” (Wise Blood) di Flannery O’Connor, diventato un film meraviglioso grazie alla regia di John Huston; e con la sua versione cinematografica di “Grandi speranze”, David Lean ha prodotto un classico che merita di essere considerato allo stesso livello del romanzo di Dickens, un film che ha convinto questo cinefilo a perdonargli il tremendo fiasco di “Passaggio in India”.
«La poesia è quello che si perde nella traduzione», diceva Robert Frost, ma Joseph Brodsky replicava: «La poesia è quello che si guadagna nella traduzione»: l’oggetto del contendere non potrebbe essere meglio definito.
Sono sempre stato dell’opinione che se parliamo di una poesia che travalica i confini di una lingua per diventare un’altra poesia in un’altra lingua, o di un libro che passa dalla carta stampata alla celluloide, o di esseri umani che migrano da un mondo all’altro, Frost e Brodsky hanno entrambi ragione. Se qualcosa si perde sempre nella traduzione, si può sempre guadagnare qualcos’altro.
Vorrei dare una definizione molto ampia dell’adattamento, che abbracci tanto la traduzione, quanto la migrazione, la metamorfosi, e tutti i mezzi per i quali una cosa diventa un’altra. La questione dell’essenza resta centrale nell’azione dell’adattare: come costruire una seconda versione di una cosa che è venuta prima, di un libro o film o poesia o verdura, o di te stesso, affinché diventi pienamente qualcosa di nuovo eppure conservi l’essenza, lo spirito, l’anima dell’originale, quella cosa che eri tu stesso, o il tuo libro, o poesia, o film.
Che dire allora degli adattamenti che abbiamo visto alla cerimonia degli Oscar la scorsa settimana? Che cosa si può dire di “Slumdog Millionaire” (in italiano “The Millionaire”, ndr), adattato dal romanzo del diplomatico indiano Vikas Swarup e diretto da Danny Boyle e Loveleen Tandam, che si è aggiudicato otto statuette, tra cui quella di miglior film?
Un film di buoni sentimenti sulle tremende bidonville di Bombay, un film dalla fotografia opulenta sulla povertà estrema, uno sguardo romantico, bollywoodizzato, puntato sul ventre putrido e assai poco romantico dell’India – beh, vi sarete sentiti commossi e con gli occhi umidi? Per rincarare la dose, c’è anche uno splendido balletto finale, in puro stile bollywoodiano. (A dire il vero, è una coreografia assai scadente anche per gli standard di Bollywood, ma lasciamo perdere). Sarà difficile remare contro un film talmente popolare, ma ci proverò.
I problemi cominciano con l’opera adattata. Swarup ha scritto un romanzone prettamente commerciale, con un intreccio che sfida la ragione: un ragazzo delle baraccopoli in qualche modo riesce a partecipare alla popolarissima versione indiana di “Chi vuol essere milionario” e si aggiudica il massimo premio, perché gli eventi fortunosi della sua vita gli hanno consentito, per una serie di straordinarie coincidenze, di raccogliere le informazioni necessarie per rispondere correttamente alle domande che gli vengono poste, e in modo tale da ripercorrere il suo passato, con una sequela di flashback, per di più in ordine cronologico.
È un concetto chiaramente risibile, un genere di fantasticheria capace di screditare il genere letterario del fantasy. Qui diventa un accorgimento narrativo conservato fedelmente dai registi e costituisce il nocciolo di questo film, dallo strano titolo di “Slumdog Millionaire”. Di conseguenza anche il film sfida ogni credibilità.
Senza contare che le assurdità si accavallano l’una sull’altra, superando persino la banalità del romanzo. Due ragazzini delle baraccopoli di Bombay, che parlano Hindi e Marathi, sfuggono a un incendio e di colpo si impadroniscono della lingua inglese, tanto bene da raggirare i turisti occidentali. Tra l’altro, scappando dall’incendio danno prova di un’agilità sorprendente, perché le inquadrature successive ce li mostrano accanto al Taj Mahal, che si trova nella città di Agra, a centinaia di chilometri di distanza.
Un attimo dopo sono di nuovo a Bombay e il ragazzo più grande si è miracolosamente impadronito di una pistola e di alcuni proiettili, per non parlare dell’abilità e del coraggio per utilizzarli. Non si capisce come abbia fatto a ottenere un’arma. L’India non è gli Stati Uniti e non è facile procurarsi armi da fuoco, a meno che non si faccia parte di bande criminali e a questo punto del film la cosa appare del tutto improbabile. Veder scorrere sotto gli occhi la storia della tua città in modo così comicamente assurdo e pacchiano finisce con l’infastidire.
Tale è il sentimentalismo di Slumdog Millionaire che se fosse stato girato in qualche località più familiare agli spettatori occidentali, tutti l’avrebbero bollato come una colossale scempiaggine. Crediamo seriamente che la donna di un padrino della mafia possa sottrarsi al suo potere per andare a vivere felice e contenta con il fidanzatino della sua infanzia? Don Corleone avrebbe tollerato forse un simile affronto? No? Beh, nemmeno i padrini della D-Company, o di qualsiasi altra gang criminale di Bombay.
Gli appassionati di cinema sostengono che i film basati su sceneggiature originali siano superiori agli adattamenti di romanzi e opere teatrali. Tra i libri migliori degli ultimi decenni, sottoposti a trasposizione cinematografica, vorrei ricordare – per citarne solo alcuni – “The Rachel Papers” di Martin Amis, “Espiazione” di Ian McEwan, “Quel che resta del giorno di Ishiguro”, “Last Orders” di Graham Swift, Oscar e “Lucinda” di Peter Carey, “Spider” di Patrick McGrath, “Il tamburo di latta” di Günter Grass, “L’amore ai tempi del colera”, “La candida Erendira” e “Cronaca di una morte annunciata” di Gabriel García Márquez, La macchia umana di Philip Roth e Short Cuts, tratto dai racconti di Raymond Carver.
La tesi a favore della sceneggiatura originale e contraria agli adattamenti mi è stata illustrata con grande fervore da un produttore cinematografico britannico, alquanto alticcio, che asseriva, battendo il pugno sul tavolo, che tutti i film adattati dai romanzi sono uno schifo. È una posizione certamente condivisibile e “La macchia umana” non è l’unico esempio.
Di fatti i film estratti da quasi tutti i libri che ho citato qui sopra sono stati tremendi insuccessi, tanto noiosi, fiacchi e poco convincenti, quanto gli originali erano appassionati, intensi e serrati. I film dei capolavori di García Márquez in particolare sono penosi travisamenti e sostituiscono la precisione immaginativa dello scrittore colombiano con un esotismo sgangherato che tradisce profondamente l’originale senza nemmeno rendersene conto.
La proposta del film d’autore fu avanzata inizialmente da François Truffaut nei Cahiers du Cinéma sul finire degli anni Cinquanta, e poi elaborata, dapprima come teoria cinematografica, e successivamente nella produzione di film, da un gruppo di critici destinati a diventare celebri registi: Truffaut, Jean-Luc Godard, Claude Chabrol, Eric Rohmer e Jacques Rivette. Ma sebbene l’idea della superiorità delle sceneggiature originali sugli adattamenti fosse centrale al pensiero della Nouvelle Vague francese, molti dei più grandi successi cinematografici francesi, e addirittura mondiali, degli anni Cinquanta e Sessanta furono in realtà splendidi adattamenti.
Godard, sostenitore della sceneggiatura originale, riscosse il suo più grande successo commerciale con “Il disprezzo”, tratto da un libro di Alberto Moravia. Chabrol realizzò un film fantastico da un thriller scritto da Cecil Day Lewis sotto uno pseudonimo, “Que la Bête meurt”. Rohmer girò un film stupendo dal celebre racconto di Heinrich von Kleist, “La marchesa di O….”
E non dimentichiamo “Jules et Jim”, tratto dal romanzo di Henri-Pierre Roché. L’essenza di un’opera da adattare potrebbe trovarsi ovunque – nelle vicende secondarie che ci spiegano, per esempio, come fece Superman a diventare super, perché Batman indossò la maschera di pipistrello e perché il Joker se la ride tanto. Potrebbe trovarsi nella particolarissima atmosfera di una storia – i pregiudizi di una cittadina dell’Alabama durante la Depressione, vista attraverso gli occhi di una ragazza – oppure nell’interiorità del personaggio, la vita intima di Holden Caulfield o di Marcel, il narratore di Proust.
Come queste essenze possano essere comprese e catturate nel film ce lo rivela, per esempio, l’eccellente film di Raul Ruiz tratto da “Il tempo ritrovato” di Proust, o il film di Robert Mulligan “Il buio oltre la siepe”, o ancora la straordinaria interpretazione di Heath Ledger nei panni del Joker ne “Il cavaliere oscuro”.
I più difficili da adattare sono quei testi la cui essenza si nasconde nella lingua, e questo potrebbe spiegare come mai tutti i film tratti dai romanzi di García Márquez sono così brutti; perché non sono mai stati fatti dei bei film dai libri di Italo Calvino, Thomas Pynchon o Evelyn Waugh (malgrado le tante versioni altezzose di “Brideshead Revisited”); perché i film di Hemingway sono tanto deludenti (penso a “Il vecchio e il mare”, con Spencer Tracy in balia delle onde accanto a un pesce morto), e perché persino un valido tentativo come quello di Joseph Strick nel 1967 di girare un film sul romanzo di Joyce, “Ulisse”, abbia prodotto un risultato che non è degno dell’originale, malgrado gli eccellenti attori, un ottimo Milo O’Shea nella parte di Leopold Bloom e Maurice Roëves in quella di Stephen Dedalus.
Quando il tentativo va a segno, come nel caso di Huston alle prese con “I morti”, è perché il regista ha saputo fare un passo indietro per lasciar spazio alla parola di Joyce. Nella scena finale dell’Ulisse, quando Barbara Jefford, nei panni di Molly Bloom, si rotola lussuriosamente sul letto matrimoniale e pronuncia, con voce fuori campo, il più bel monologo della narrativa universale, e mentre sì dice sì dice sì, il mondo della lingua di Joyce riacquista finalmente tutta la sua vitalità.
Che cosa è essenziale? È questa una delle grandi domande della vita che si ripresenta, come accennavo prima, in tutti gli adattamenti, e non solo in quelli artistici. Il testo è la società umana e l’essere umano, isolato o in gruppi; l’essenza da preservare è l’essenza umana. Il risultato che ne scaturisce è il mondo confuso, ibrido e pluralistico in cui oggi noi viviamo, dove vige l’adattamento come metafora, per parafrasare Susan Sontag, l’adattamento come traghettamento, significato letterale del termine «metafora, dal greco, e del termine a esso ricollegato di «traduzione», stavolta di derivazione latina, per indicare un’altra forma di trasporto da una sponda all’altra.
Quali sono le cose che reputiamo essenziali nella nostra vita? La risposta potrebbe essere: i figli, la passeggiata quotidiana nel parco, un drink, la lettura, il lavoro, una vacanza, la squadra del cuore, una sigaretta, l’amore. Ma la vita ci costringe a molti ripensamenti. I figli se ne vanno di casa, ci trasferiamo lontano dal nostro amato parco, il dottore ci vieta fumo e alcolici, perdiamo la vista, perdiamo il lavoro, non ci sono più soldi o non c’è più tempo per una vacanza, la nostra squadra è una frana e il cuore va in frantumi.
In quei momenti il nostro quadro del mondo penzola di traverso sul muro. Poi, se ce la facciamo, ci adattiamo. E finalmente comprendiamo che l’essenza è qualcosa di molto più profondo, è la forza che ci fa andare avanti. Le dodici specie distinte di fringuelli che Charles Darwin scoprì nelle Isole Galápagos si erano tutte adattate alle condizioni locali, ma quando l’ornitologo John Gould esaminò i campioni di Darwin nel 1837, si rese conto che non si trattava di uccelli di specie diverse, bensì di dodici varietà del medesimo uccello. Nonostante le mutazioni casuali e la selezione naturale, la loro «fringuellità », ovvero la loro essenza, era rimasta intatta.
Come individui, comunità, nazioni, noi ci adattiamo costantemente e siamo costretti a farci la domanda: in che cosa consiste la nostra «fringuellità»? Quali sono le cose alle quali non possiamo rinunciare, pena la perdita dell’identità? Questo lo apprendiamo dai poeti che traducono le poesie altrui, dagli sceneggiatori e registi che trasformano le parole sulla pagina in immagini sullo schermo, da tutti coloro che traghettano qualcosa da una parte all’altra: l’adattamento funziona meglio quando è una vera trasposizione tra il vecchio e il nuovo, eseguita da persone che conoscono profondamente entrambi.
In altre parole, per riuscire, il processo dell’adattamento sociale, culturale e individuale, proprio come l’adattamento artistico, deve svolgersi in piena libertà, senza vincoli né costrizioni. Coloro che si aggrappano con eccessivo fervore al vecchio testo, la cosa da adattare, le vecchie usanze, il passato, sono condannati a produrre qualcosa che non funzionerà, infelicità, alienazione, spaccatura, fallimento, perdita.
Intere società rischiano di smarrire la loro strada tramite un errato processo di adattamento. Nel tentativo di salvarsi, rischiano di opprimere gli altri. Nella speranza di difendersi, rischiano di ledere proprio quelle libertà che credevano minacciate. Paladini della libertà, rischiano di erodere la libertà propria e altrui. In tempi di cambiamenti rapidi come quelli attuali, le società in movimento fioriranno – come per tutti gli adattamenti riusciti – se sapranno individuare con esattezza ciò che è essenziale e non negoziabile, ciò che tutti i loro cittadini devono accettare come prezzo della loro partecipazione. Da molti anni ormai, e lo dico con dolore, viviamo in un’era di pessimi adattamenti sociali, di compromessi e di rese da un lato, di eccessi arroganti e coercizioni dall’altro.
Possiamo solo sperare che il peggio sia passato e che il futuro ci riservi film e musical più belli, e giorni migliori.

Fonte: Corriere della Sera del 2 marzo 2009. Traduzione di Rita Baldassarre.

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1 Commento

Archiviato in Bollywood, Vita indiana

Una risposta a “Perchè Rusdhie è contro Il Milionario

  1. meno male che lo dice Rushdie, io il film l’ho trovato terribile!! magariri per ragioni diverse ma era proprio un polpettone!

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