Le elezioni indiane: un mese per decidere il futuro dell’elefante

Fra tre giorni la ‘più grande democrazia del mondo’ tornerà a votare per eleggere i membri della 15ma legislatura della Lokh Saba, la Camera del Popolo, la camera bassa del parlamento indiano. Un mese, cinque tornate, 714 milioni di elettori per decidere chi, dopo cinque anni di guida del Partito del Congresso di Sonia Gandhi, dovrà governare l’India. E il risultato pare essere non così certo. Se da un lato i sondaggi danno ancora in testa il partito della dinastia Gandhi-Nehru soprattutto rispetto al Bharatiya Janata Party (BJP), il partito nazionalista indù che ha guidato l’India nei cinque anni precedenti alla vittoria di Sonia, dall’altro pare che nessun partito nazionale abbia la capacità di governare da solo. Ancora una volta, quindi, saranno indispensabili i partiti regionali, verso cui si dirigeranno i due grandi partiti nazionali per stringere alleanze dopo il 16 maggio, data del conteggio dei voti. Il primo ago della bilancia sarà sicuramente Kumari Mayawati e il suo ‘terzo fronte’, la regina dei ‘dalit’, gli ex intoccabili, primo ministro dello stato dell’Uttar Pradesh, lo stato più popoloso dell’India con 190 milioni di abitanti e al centro degli scontri più feroci tra la comunità induista e quella musulmana. Mayawati, che però ha dimenticato i suoi dalit e risulta essere la persona che paga più tasse in India, è in aperta contrapposizione con Sonia Gandhi e la sua famiglia, che ha il suo feudo elettorale proprio nello stato della Mayawati. Qualche osservatore azzarda che, se entrambi i due partiti nazionali non riuscissero a prendere almeno un numero sufficiente di voti, l’alleanza con la Mayawati potrebbe portare la donna ad essere primo ministro. Una circostanza non molto remota e soprattutto non così lontana dalla volontà di parte della popolazione, in considerazione anche del fatto che nel paese con il più alto numero di giovani, i due maggiori candidati a ricoprire la carica di primo ministro sono per il Congresso l’attuale primo ministro Manmohan Singh, 77 anni, e Lalchand Kishenchand Advani per il BJP, 82 anni. Scartata, almeno per ora, la possibilità che il rampollo della dinastia Gandhi-Nehru, Rahul Gandhi, possa diventare primo ministro. In caso di vittoria del congresso, il giovane figlio di Sonia potrebbe avere un incarico di governo, ma sua madre intende farlo aspettare ancora a prendere il posto che fu di suo padre Rajiv. Oltre alla Mayawati, un ruolo importante potrebbero giocarlo il ‘quarto fronte’, l’insieme di partiti del nord est, che raccoglie alleati ed ex di Sonia che pescano nel bacino dell’Uttar Pradesh e degli stati orientali, e che hanno nel potente ministro delle ferrovie Lalu Prasad, pare padrone dello stato del Bihar, il massimo esponente. I comunisti bengalesi, una volta alleati dall’esterno del governo, poi allontanatisi in seguito all’approvazione dell’accordo di cooperazione nucleare con gli USA, potrebbero giocare un ruolo importante nella formazione delle alleanze, così come alcuni partiti del sud, soprattutto nello stato del Tamil Nadu, in particolare nella prospettiva di quello che succede in Sri Lanka. E i temi di questa campagna che volge al termine sono gli stessi: il terrorismo e la crisi economica. L’India si trova a combattere contro un terrorismo interno, costituito dai tanti gruppi separatisti del nord est e del nord ovest in particolare, ma anche dalla minaccia terroristica che arriva da gruppi pachistani e del Bangladesh, come ha dimostrato l’attentato a Mumbai nel novembre scorso. Le elezioni statali in alcune regioni chiave, all’indomani dell’attentato che fece 170 vittime, furono però, contrariamente ad ogni previsione, vinte dal Congresso e dall’alleanza di governo, nonostante le polemiche anti governative sulla sicurezza nazionale. Un risultato che fece riflettere su quanto sia imprevedibile e volubile l’elettorato indiano. Molto più importante invece la situazione economica. L’elefante non viaggia più a ritmi del’8% di crescita annua, complice la crisi internazionale e soprattutto vista la mancanza di struttura dell’economia indiana. La forbice fra i ricchi e i poveri si allarga sempre di più, aumentando sperequazioni e bisogni. Nei programmi elettorali i due maggiori partiti promettono ad esempio riso a basso costo, facendo a gara ad offrirlo a in quantità maggiore a prezzo minore. Misure palliative che, come il programma ‘dell’uomo comune’ e quello dei ‘100 giorni di lavoro’ assicurati ad ogni indiano contenuti nel programma elettorale che ha portato il Congresso alla vittoria quattro anni fa, sembrano più che altro specchietti per le allodole. Ma la storia dimostra che le allodole indiane, sono pronte a cadere nella rete.

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