Manifestazioni pro Bhopal, ma gli aiuti non arrivano

Oltre 400 persone provenienti da Bhopal la citta’ indiana devastata dalla tragedia chimica del 1984, hanno manifestato dinanzi alla sede dell’azienda americana Down Chemichal e Noida, nei pressi di Delhi, proprietaria della fabbrica incriminata. I manifestanti hanno bruciato immagini della fabbrica e hanno fatto un picchetto dinanzi alla sede della societa’ americana, mostrando foto di persone con menomazioni derivate dall’inquinamento provocato dall’esplosione degli impianti. Tra i manifestanti, diversi bambini, nati anche recentemente, con malformazioni, e giovani anche stranieri che si son ritrovati grazie all’appello lanciato su Twitter e su Facebook. Il governo del Madya Pradesh, lo stato nel quale si trova Bhopal, ha deciso di riaprire da domani e per una settimana, la fabbrica, in occasione del venticinquesimo anniversario della tragedia, per dimostrare che il territorio non e’ piu’ contaminato e la struttura non pericolosa. La notizia ha scatenato le ire dei cittadini di Bhopal e dei familiari delle vittime, molti dei quali riuniti in diverse associazioni, si stanno ribellando alla decisione governativa, chiedendo interventi seri sul sito. Nella notte tra il 2 e il 3 dicembre 1984 circa 40 tonnellate di gas tossico mortale prodotto dalla Union Carbide, multinazionale americana produttrice di pesticidi localizzata nel cuore della citta’ di Bhopal, si sprigionarono dalla fabbrica su una superficie di circa 20 chilometri quadrati. Tremilacinquecento persone morirono nei primi giorni dopo la catastrofe, mentre il totale delle persone morte successivamente per aver inalato il gas e’ stato calcolato a circa 15.000. Amnesty International afferma che i morti furono tra i 22.000 e i 25.000. Per gli ecologisti 5.000 tonnellate di prodotti chimici tossici inquinano ancora la zona e gli abitanti continuano a bere acqua inquinata che provoca decine di migliaia di malati cronici. I sopravvissuti chiedono al gigante americano Dow Chemical, che nel 1999 ha acquistato la Union Carbide, di pagare gli indennizzi e di fornire l’acqua potabile per la popolazione. La Dow Chemical afferma che il pagamento nel 1989 da parte della Unione Carbide di 470 milioni di dollari ha chiuso la vicenda. Anche il governo indiano ha promesso aiuti che pero’ giacciono nelle casse delle banche, mentre l’ex presidente di allora della societa’ americana, colpito da mandato di cattura internazionale, vive tranquillo in Florida.

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