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India attendista sulla proposta nucleare di Obama

”L’India non ha alcuna ragione per cambiare la sua posizione sulla proliferazione nucleare” ma non esclude di farlo se ”interverranno nuovi fattori e la situazione avra’ sviluppi”. Lo ha detto a New York ai giornalisti il ministro degli esteri indiano S.M.Krishna, a margine della riunione al palazzo di vetro di New York. Il paese di Gandhi non ha mai sottoscritto l’accordo di non proliferazione, nonostante abbia avuto in deroga la possibilita’ di acquistare materiale e tecnologie nucleari a scopi civili da paesi terzi. Il governo indiano ha cosi’ deciso di tenere una posizione mediana sulla questione presentata dal presidente americano Obama: da un lato infatti si dichiara possibilista alla revisione delle sue posizioni in seguito all’intervento di nuovi fattori, dall’altro ribadisce la sua contrarieta’ alla firma del Trattato di Non Proliferazione e al bando delle armi atomiche. ”Il nostro paese – ha detto Krishna – ha adottato una posizione di principio e la questione della revisione di questa posizione dipende da un numero di fattori e sviluppi”. Il ministro ha pero’ sottolineato come ”il CTBT (Comprehensive Test Ban Treaty, Trattato per la completa sospensione degli esperimenti nucleari, ndr) sia un fondamentale pilastro per un un mondo libero da armi nucleari”. L’India, pero’ ha ribadito la sua posizione di distanza dalla ”globalizzazione del trattato di non proliferazione”. In una lettera al presidente del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, inviata ieri dal rappresentate indiano al palazzo di vetro, si chiarisce che da un lato New Delhi appoggia la battaglia della non proliferazione delle armi nucleari e la messa al bando dei test, ma dall’altra annuncia di non cambiare idea sulla non sottoscrizione del Trattato di Non Proliferazione e dichiara che non abbandonera’ le armi nucleari. La lettera afferma che l’India ”non accettera’ prescrizioni contrarie al suo parlamento, le sue leggi e la sua sicurezza” e che ” le armi nucleari sono parte della sicurezza nazionale indiana e rimarranno tali”, assicurando che pero’ ”l’India non sottoscrivera’ nessuna corsa alle armi, incluse quelle nucleari. Noi abbiamo sempre moderato l’esercizio della nostra autonomia strategica con un senso di responsabilita’ globale. Affermiamo la nostra politica del non utilizzo per primi delle armi nucleari”.

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Armi e nucleare: du accordi firmati tra India e USA

India e Stati Uniti hanno sottoscritto oggi due importanti accordi sulla vendita di armi e sull’individuazione di due siti dove costruire centrali nucleari. Lo hanno annunciato in conferenza stampa congiunta il segretario di stato americano Hillary Clinton e il ministro degli esteri indiano SM Krishna. L’annuncio e’ stato fatto al termine della visita di cinque giorni della Clinton in India, la prima di un alto rappresentante dell’amministrazione Obama a New Delhi. L’accordo sulle armi prevede che gli Stati Uniti possano vendere armamenti all’India che si impegna a dimostrarne l’utilizzo e a non rivenderle, aprendo cosi’ le porte agli USA del mercato indiano, finora appannaggio della Russia. Con questo accordo, gli Stati Uniti sperano di poter anche spingere all’acquisto dei 129 aerei da caccia per i quali New Delhi ha bandito una gara internazionale alla quale partecipano, tra gli altri, i russi con il Mig, gli americani di Boeing e gli europei del consorzio Eurofighter. ”La firma di questo accordo – ha detto la Clinton in conferenza stampa – apre le porte per una grande cooperazione tra i due paesi nel campo della difesa”. Nell’accordo sulle armi, anche passaggi sulla scienza e tecnologia e cooperazione spaziale. Il secondo accordo firmato dai due paesi riguarda la costruzione di due centrali nucleari americane in India. Dopo la firma di un trattato di cooperazione nucleare tra India e Stati Uniti l’anno scorso tra Bush e Manmohan Singh che, nonostante l’India non abbia mai firmato il trattato di non proliferazione nucleare, permetteva agli americani di vendere tecnologia e carburante nucleare all’India e a quest’ultima di comprarli da chiunque, oggi sono stati decisi i siti sui quali i due nuovi impianti verranno costruiti dagli americani. Al termine della conferenza, la Clinton ha ufficializzato l’invito del presidente americano Barack Obama al primo ministro indiano Manmohan Singh di recarsi a Washington il prossimo 24 novembre.

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La Clinton per una partnership globale con l’India

India e Usa uniti per una partnership globale che parta dalla sfida del clima e, attraverso la lotta al terrorismo, arrivi a rinsaldare gli scambi bilaterali. E’ il messaggio che il segretario di stato americano Hillary Clinton ha lanciato a New Delhi nel secondo giorno della sua visita in India recandosi, accompagnata dall’inviato speciale americano per i cambiamenti climatici Todd Stern, a Gurgaon, citta’ satellite di Delhi, un complesso totalmente eco-compatibile. L’occasione e’ stata colta al volo da Clinton per auspicare un impegno dell’India a ridurre le emissioni dei gas serra anche prima del vertice di Copenhagen del prossimo dicembre. Sulla falsariga dei commenti fatti ieri in un incontro con gli industriali indiani ai quali il segretario di stato aveva detto di sperare che ”un paese come l’India in pieno sviluppo, non commetta gli stessi errori fatti fino a poco tempo dagli Stati Uniti”. Clinton ha tenuto a precisare che gli Stati Uniti non hanno alcuna intenzione di impedire la crescita economica dell’India, ma la prima risposta del ministro dell’ambiente indiano Jairam Ramesh e’ stata netta. ”Non accetteremo mai – ha detto – alcun vincolo legale sulle riduzioni delle emissioni dei gas inquinanti che possano bloccare il nostro sviluppo”. Ribadendo le posizioni del primo ministro indiano Manmohan Singh al vertice G8 dell’l’Aquila, Ramesh ha comunque assicurato che le emissioni indiane di gas inquinanti non supereranno quelle degli altri paesi in via di sviluppo e che tutto sara’ fatto sempre entro la cornice della convenzione sul cambiamento climatico di Bali. Piena concordanza invece sulla lotta al terrorismo, che il segretario di stato Usa aveva sottolineato con forza ieri a Mumbai alloggiando nell’hotel Taj Mahal e incontrandosi con i familiari delle vittime degli attacchi terroristici dello scorso novembre che l’India ha attribuito a terroristi pachistani. Hillary Clinton, che ha rinunciato ad una sosta, prevista in un primo momento in Pakistan, ha parlato di destini e visione comune con l’India su questo tema chiave e ha reso noto che Islamabad e’ sotto osservazione, perche’ ”ci attendiamo che ogni paese intraprenda azioni decise contro il terrorismo. E noi monitoriamo e speriamo che questo accada”. Tenendo pero’ a precisare che gli Stati Uniti ” hanno comunque ”registrato con favore un cambiamento nell’attitudine del governo e del popolo pachistano riguardo al terrorismo, nella consapevolezza che questa e’ una minaccia globale contro tutti” Nella sua visita, che culminera’ domani in incontri politici con i massimi dirigenti indiani, Clinton cerca di rinsaldare i rapporti fra i due paesi che, alla vigilia dell’elezione di Obama, dati i rapporti molto stretti tra i governi di Singh e Bush, sembravano freddi. Il segretario di stato rafforzera’ l’accordo di cooperazione nucleare siglato con l’amministrazione Bush, del valore di oltre 30 miliardi di dollari. Durante la visita, verranno individuati anche i siti sui quali gli americani costruiranno le centrali nucleari per conto degli indiani. Ma, ha tenuto a precisare Clinton, sempre nel rispetto degli accordi internazionali sul nucleare civile e la non proliferazione.

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Prima visita di Hillary Clinton, segretario di stato americano, in India

E’ arrivata stasera a Mumbai, nella sua prima visita in India come Segretario di Stato americano, Hillary Clinton, che restera’ nel paese di Gandhi fino al 21 luglio, prima di recarsi in Thailandia. La Clinton comincera’ la sua visita partecipando ad una cerimonia in commemorazione delle vittime dell’attentato di Mumbai del novembre scorso. Il 19 e il 20, invece, il segretario di stato americano incontrera’ il ministro degli esteri indiano, S M Krishna, il primo ministro Manomhan Singh, il presidente della coalizione di governo e del partito del Congresso Sonia Gandhi e il leader dell’opposizione LK Advani. La Clinton ha annunciato in una intervista ad una televisione indiana, da Praga dove si trova oggi alla vigilia della sua tappa indiana, che l’amministrazione Obama e’ rimasta ”molto impressionata” della discussione tra il primo ministro Singh con il suo omologo pachistano Yousuf Raza Gilani a Sharm El Sheikh. La Clinton, che ha detto che il suo paese non fara’ pressioni sull’India per il dialogo con il Pakistan, si e’ dichiarata ”impressionata dalla ripresa del dialogo tra India e Pakistan, che gli USA sostengono molto fino alla sottoscrizione di un accordo”. Inizialmente la Clinton doveva raggiungere l’India dopo essersi fermata in Pakistan, ma due giorni fa il suo entourage ha annunciato la cancellazione dello stop over a Islamabad, spiegando che il viaggio in Pakistan e’ stato rinviato in autunno. Una scelta, quella di focalizzare l’attenzione della sua visita esclusivamente sull’India, che a New Delhi e’ piaciuta molto, sottolineando come l’amministrazione Obama, verso la quale gli indiani, piu’ favorevoli a Bush, non erano molto favorevoli, abbia cominciato una nuova stagione di amicizia con l’India. Hillary Clinton ha detto che la sua amministrazione e’ intenzionata a portare avanti l’accordo di cooperazione nucleare sottoscritto da Singh con Bush, ma intende anche iniziare una seria discussione sulla proliferazione nucleare.

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I giovani e le curiosità del nuovo governo

E’ Agatha Sangma, 28 anni, la mascotte del secondo governo di Manmohan Singh. La giovane avvocato proveniente dallo stato nord orientale del Meghalaya, ha riscosso sorrisi e applausi, anche da Sonia Gandhi, quando oggi, nelle mani del presidente indiano Pratibha Patil, ha giurato come ”minister of state”, sottosegretario del governo indiano. Sangma e’ alla sua prima esperienza, ma vanta una famiglia di politici di lungo corso nel piccolissimo stato montuoso nord orientale, al di la’ del Bangladesh. Suo padre Purno Agitok Sangma, presenta al giuramento, fondatore del Nationalist Congress Party, e’ stato parlamentare dal 1977, primo ministro del Meghalaya e presidente della camera bassa del parlamento indiano (Lokh Saba). Un altro giovane astro della politica indiana, Sachin Pilot, 32 anni, ha giurato oggi, un’ora dopo il giuramento di suo suocero, Farooq Abdullah. 37 i ministri che hanno meno di 40 anni, anche se l’eta’ media del governo e’ di 57 anni. Dal piu’ anziano, il ministro degli esteri SM Krishna che ha 77 anni, alla piu’ giovane, il sottosegretario Agatha Sangma, passano 50 anni. Uno solo, il sikh MS Gill, alla cerimonia era vestito con giacca e cravatta, la maggior parte vestiva con abiti tradizionali. Sachin Pilot ha giurato indossando un tipico e colorato turbante rajasthano.

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Ha giurato il nuovo governo di Manmohan Singh

Hanno giurato i ministri che formeranno il nuovo governo di Manmohan Singh, il secondo consecutivo dell’economista sikh. Nelle mani del presidente dell’Unione Indiana Pratibha Patil hanno giurato 59 tra ministri, ministri indipendenti (una sorta di vice ministri) e i sottosegretari (‘ministers of state’), portando a 79 il numero dei componenti del governo. Singh e 19 avevano gia’ giurato la settimana scorsa, quando il primo ministro aveva anche affidato le deleghe piu’ importanti, interni, esteri, finanze e ferrovie. Il primo ministro non ha ancora deciso invece le deleghe per questi nuovi ministri, che sta discutendo in queste ore con Sonia Gandhi, presidente del Partito del Congresso e dell’alleanza (UPA) che governa il paese.
E sara’ una strada in salita quella che aspetta il nuovo governo e Singh, l’unico primo ministro, dopo Nehru, ad essere riconfermato dopo la fine naturale del primo mandato.
La sfida del nuovo esecutivo sara’ da un lato quella di tendere una mano alle classi meno abbienti, non toccate dalla crescita economica del paese ma che anzi hanno sofferto, soprattutto i contadini, di una crisi quasi senza precedenti, e dall’altro la necessita’ di non fermare lo sviluppo del paese che, contestualmente all’uscita del mondo dalla crisi economica globale, potrebbe vedere di nuovo l’economia indiana crescere a ritmi dell’8% annuo.
Singh, fautore gia’ in passato di riforme economiche liberali, deve far fronte alle minori entrate fiscali dello stato e contestualmente trovare una soluzione ai problemi degli ultimi, ancora troppi. Il 90% della popolazione vive e lavora in una economia informale (e il dato e’ in crescita dopo la liberalizzazione del 1991), in cui i diritti dei lavoratori non sono tutelati in alcun modo, dove non esiste il diritto alla pensione, all’assistenza sanitaria, dove viene evasa sistematicamente la legislazione sull’orario di lavoro e sulle condizioni di sicurezza sul posto di lavoro, dove le donne e le caste basse sono escluse a priori dalle progressioni di carriera nei posti di lavoro. Il mondo guarda all’India e Delhi vuole farsi trovare preparata.
Assente eccellente nel governo, Rahul Gandhi, il rampollo della dinastia Gandhi Nehru, uno dei grandi vincitori delle elezioni appena passate. Rahul, per il quale si parlava di un viceministero, ha detto di preferire un ”lavoro alla volta”, scegliendo di impegnarsi nel partito del Congresso, nel quale e’ segretario generale e responsabile dei giovani, piuttosto che accettare un incarico di governo.
Il gabinetto di Manmohan Singh sara’ composto da 34 ministri, 7 viceministri e 38 sottosegretari, tra i quali spicca la giovane Agatha Sangma di 28 anni. Le nomine non hanno mancato di suscitare proteste, per la presenza di parenti eccellenti ma soprattutto per l’assenza ministri di religione musulmana e per quella di esponenti dello stato dell’Uttar Pradesh, il piu’ popoloso d’India. In questo stato, Sonia e Rahul hanno il loro collegio e il Congresso ha avuto un ottimo risultato alle ultime elezioni guadagnando 10 voti. Qui regna incontrastata Kumari Mayawati, la ”regina dei dalit”, che si aspettava un risultato elettorale notevole tanto da diventare primo ministro, e che invece si e’ limitata a dare un appoggio esterno al governo di Manmohan Singh.

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Nominati 6 ministri e decisa prima seduta parlamento

Tra i 19 ministri che hanno giurato ieri, il primo ministro ha annunciato poco fa gli incarichi ad alcuni di loro. Somanahalli Mallaiah Krishna e’ stato nominato ministro degli esteri, l’ex capo della diplomazia Pranab Mukherjee e’ stato nominato ministro delle finanze. La presidente del Trinamool Congress Mamata Banerjee sara’ il nuovo ministro delle ferrovie, incarico molto importante nel gabinetto indiano. Conferme per Palanippan Chidambaram agli interni, Sharad Pawar all’agricoltura e AK Antony alla difesa. Gli altri incarichi dovrebbero essere annunciati nelle prossime ore. E si terra’ dall’1 al 9 giugno la prima sessione del nuovo parlamento indiano, uscito dalle elezioni finite lo scorso 13 maggio e i cui risultati sono stati resi noti il 16. Lo ha annunciato il ministro degli interni uscente Palanippan Chidambaram, il giorno dopo il giuramento del nuovo esecutivo e del primo ministro Manmohan Singh. Il presidente indiano Pratibha Patil parlera’ alle camere in seduta congiunta il 4 giugno, i nuovi membri del parlamento giureranno il 1 e il 2, mentre il presidente della camera sara’ eletto il 3. Le prime discussioni sule mozioni di ringraziamento al discorso del presidente saranno il 5, l’8 e il 9. Entro il 31 luglio si dovra’ discutere del bilancio generale. Il parlamento indiano non si riunisce di continuo, ma a sessioni. La situazione con il DMK, che aveva annunciato l’uscita dal governo e il solo appoggio esterno, dovrebbe rientrare presto.

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Il governo perde pezzi prima di giurare

Il governo indiano non ancora in carica perde gia’ i suoi primi pezzi. Il Dravida Munnetra Kazhagam (DMK) partito che governa in Tamil Nadu nel sud dell’India e che prima delle elezioni aveva garantito il suo appoggio al Congresso, ha annunciato oggi che uscira’ dalla coalizione di governo, pur mantenendo un appoggio esterno all’UPA (United Progressive Alliance) che governa il paese, guidata dal Congresso. Alle elezioni il DMK ha conquistato 18 seggi ed ha chiesto al primo ministro incaricato Manmohan Singh e a Sonia Gandhi, presidente del Congresso e dell’UPA, di avere 7 tra ministri e sottosegretari, con tre ministri importanti e il resto sottosegretari. Questi incarichi sarebebro stati accusati dai figli e nipoti del leader del partito, l’anziano primo ministro del Tamil Nadu Karunanidhi. Il Congresso, invece, ha offerto sei posti, con al massimo tre ministeri minori. Il leader del DMK, ha cosi’ deciso di tirare fuori dla governo i suoi, garantendo pero’ un appoggio esterno. A causa della rinuncia del DMK, e’ saltato oggi l’incontro tra il primo ministro Singh e il presidente Pratibha Patil. Il DMK e’ risultata la terza forza all’interno dell’UPA secondo i risultati delle elezioni resi noti il 16 maggio, dopo il Congresso e il Trinamool Congress, partito del West Bengala. Domani e’ previsto il giuramento del governo indiano guidato, per la seconda volta consecutiva, da Manmohan Singh.

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Sulla democrazia indiana e le elezioni

Da più parti sono stato stimolato ad un commento elettorale. Io sono un cronista, non un politologo, per cui mi sono sottratto. Ma è giusto , credo,  da osservatore privilegiato per stare qui da sei anni, che anch’io esprima il mio parere. Di seguito propongo una riflessione della professoressa Elisabetta Basile, docente di economia alla Sapienza, che ho avuto il piacere e l’onore di conoscere e le cui idee  condivido pienamente. A seguire l’intervento della Basile, in corsivo un mio contributo. Entrambi sono stati diffusi sulla lista dell’associazione Italindia.

[…] ti scrivo per comunicarti il disagio crescente che provo di fronte ai commenti sui risultati delle elezioni indiane. In particolare, sta crescendo la mia perplessità sull’uso corrente che viene fatto nella stampa e dagli specialisti dell’espressione che afferma che l’India è la democrazia più grande del mondo. Più studio l’India, e più mi pare un paese di una estrema complessità, e forse questa complessità è all’origine dell’interesse che io personalmente provo per essa. Nel tentativo di cogliere questa complessità, gli analisti usano categorie concettuali di uso comune e diffuso, come quella di democrazia. Affermare che l’India è una grande democrazia è vero, ma è anche banale allo stesso tempo. E’ certamente un paese grande, ed è certamente un paese basato su di un sistema politico che poggia su meccanismi elettorali che appaiono ‘democratici’ . Ma ciò basta a definire l’India un grande paese democratico? Più osservo l’India, più mi accorgo come sia difficile applicare il concetto di democrazia, così come io lo interpreto, al caso indiano. L’india mi appare sempre più un grande e complesso paese, ma sempre meno un paese democratico Devo dire che l’esito di queste elezioni (di cui peraltro sono contenta perché una vittoria del BJP mi sarebbe sembrata un segnale molto brutto) mi ha scosso e mi ha fatto molto riflettere. Più conosco l’India, più mi rendo conto che è una società profondamente autoritaria e antidemocratica, sia in relazione alla organizzazione economica sia con riferimento alla struttura politica. Può essere considerato democratico un paese in cui oltre il 90% della popolazione vive e lavora in una economia informale (e il dato è in crescita dopo la liberalizzazione del 1991), in cui i diritti dei lavoratori non sono tutelati in alcun modo? dove non esiste il diritto alla pensione, all’assistenza sanitaria, dove viene evasa sistematicamente la legislazione sull’orario di lavoro e sulle condizioni di sicurezza sul posto di lavoro? dove le donne e le caste basse sono escluse a priori dalle progressioni di carriera nei posti di lavoro? dove l’appartenenza castale ed etnica influenza le remunerazioni e la collocazione professionale? Può essere considerato democratico un paese in cui il dibattito politico viene in larga parte condizionato dall’appartenenza religiosa e castale, dove esistono partiti che sono espressione esclusivamente di tale logica? dove operano meccanismi ideologici forti, come per l’appunto l’ideologia religiosa e castale e i miti ad essa collegati (si veda il BJP e la Mayawati), che condizionano in modo forte le percezioni degli interessi individuali e di gruppo? Un paese in cui la gestione democratica stessa delle elezioni è messa in discussione dalla letteratura e dalla narrativa corrente (si veda ad esempio la descrizione che ne fa Aravind Adiga in The White Tiger), dove oltre il 40% della popolazione è analfabeta e fa fatica a capire per chi vota e come vota? Quando penso a questo contesto, mi interrogo sul significato della parola ‘democrazia? e mi chiedo se abbia ancora senso usarla in India (come peraltro in Italia) e mi chiedo anche come valutare il contrasto fra la grande libertà di stampa di cui l’India gode (ben più ampia di quella italiana) e la gestione effettiva del potere economico e politico. E mi chiedo – io che non sono una politologa, ma sono una economista che si occupa di capitalismo e povertà – con quale aggettivo si possa definire la società indiana in cui esistono alcune elite che dominano sulla base di un insieme di posizioni di potere sostenute da fattori economici, culturali e ideologici, che ricordano da vicino l’egemonia del capitale sul lavoro nell’epoca fascista in Italia, così come è stata descritta da Antonio Gramsci.

Non posso che essere d’accordo con Elisabetta, con la quale ho avuto il piacere di confrontarmi anche de visu. Non sono un analista, ne un politologo, ma porto l’esperienza di chi, da sei anni, vive quotidianamente in India e cerca di raccontarla, cercando nel contempo di fare in modo che venga compresa.
Ho sempre avuto remore nell’utilizzo de ‘la più grossa democrazia del mondo’. Se fate un giro sul mio blog, non trovate mai, o quasi (se non perché citata da altri), l’utilizzo di questa definizione, se non per attaccarla. Ultimamente ho usato l’espressione “la più grossa democrazia del mondo”. Ebbi modo di discuterne con il prof. Aldo Masullo, eminente filosofo, alla presentazione del libro del prof. Domenico Amirante. Anch’egli, reduce da un viaggio in India, mi espresse le sue riserve sulla cosa, a siamo su altri campi.
Ho i miei dubbi anche sulle elezioni. Si, è vero, gli indiani numericamente rappresentano il popolo più numeroso che va a votare liberamente, ma da qui a parlare di democrazia, in senso ideale e filosofico, siamo lontani. Non sto a parlare di sperequazioni sociali, di problemi economici, dei quali tutti voi siete maestri e io un semplice osservatore. Ma è indubbio che in India non si voti per “opinione” ma per “appartenenza”. Non nascondiamoci dietro ad un dito. I Yadav votano i Yadav, gli appartenenti ad un gruppo votano per il loro gruppo (che sia religioso, castale, tribale, etc, poco importa). E poi si vota Gandhi. E, stavolta, c’era una ragione in più. Rahul.
Dico questo perchè la sensazione che ho avuto durante la campagna elettorale era che non ci fosse nessun altro se non i Gandhi. Il BJP si è visto poco, così come gli altri, mentre i tre Gandhi sfuriavano dovunque.
La politica del Congresso, nei cinque anni di governo, ha fallito li dove aveva pescato la sua base elettorale nel 2004, nelle classi più basse. Eppure ha avuto oggi un consenso non indifferente. Come era successo all’indomani degli attentati di Mumbai. Gli indiani sono scesi in piazza in tutto il paese per protestare contro la mancanza di sicurezza e contro il governo che non si era impegnato a fondo. Per giorni le televisioni e i giornali mostravano gente per strada con cartelli e slogan antigovernativi. Eppure, agli inizi di dicembre, il Congresso e quindi il governo, non solo vincono per la quarta volta Delhi, ma strappano il Rajasthan al BJP che, vale dire, non era stato in grado di cavalcare l’ondata antigovernativa soprattutto nella critica al governo per la sua politica di lotta al terrorismo di matrice islamica interno ed esterno. Il BJP nelle elezioni del 2004 come in quelle appena concluse, non ha fatto una campagna elettorale propositiva, ma anti: anti congresso, anti Sonia, per certi versi antimusulmana.
Ultime due considerazioni. La percentuale dei votanti è stata del 58,4% cinque anni fa del 58,07%, quindi uguale. Sono aumentati i votanti, i primo ministro ieri ha detto che dalle loro analisi dei voti è risultato che il Congresso ha avuto i voti dei giovani. Non mi meraviglia, non foss’altro che almeno il partito di Sonia aveva tra i leader più esposti un giovane che, tra l’altro, possiede un carisma, secondo gli indiani, non foss’altro che assomiglia molto a suo padre, speranza dei giovani degli anni 90.
La seconda considerazione è sul fatto che manca, come sempre, soprattutto ora nel voto elettronico, il dato relativo alle schede nulle o bianche. Sulla macchinetta ci sarebbe un pulsante per esprimere questo tipo di voto, ma nessuno lo pigia. Ciò avvalora la mia idea del voto per appartenenza, perchè la gente comunque vota per il proprio candidato, il più delle volte locale o in qualche modo legato alle situazioni locali.
La percentuale dei non votanti non è data da coloro che non sono andati a votare per protesta, ma da una serie di fattori. Tra questi, come mi hanno fatto notare sapientemente pochi giorni fa i prof. Maiello e Amirante, c’è stata una riscrizione delle circoscrizioni elettorali. La difficoltà di raggiungerne alcune, in giorni tra l’altro nei quali il caldo era atroce (ci sono stati morti) ha portato a rinunce. Ma questo è solo un motivo, non tanto banale, credete, come possa sembrare. E poi, permettetemi una ultima considerazione, che va soprattutto contro la mia professione. Di India sui giornali si parla solamente per immagini. Situazioni iconografiche, quasi diapositive. Interessano molto i sadhu, la macchina a 1700 euro, gli elefanti, i poveri, il software, etc. Senza andare a vedere cosa c’è dietro. Ed anche quando gli articoli meriterebbero gli approfondimenti, si ragiona per immagini, come è appunto la definizione “l’esercizio democratico più grande del mondo” o “la più grande democrazia del mondo”. E’ una banalizzazione, lo so. Ma meno male che c’è. Altrimenti, non se ne parlerebbe neanche in queste occasioni.

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Manmohan primo ministro, dopodomani giuramento

Manmohan Singh, l’economista che per cinque anni e’ stato capo del governo indiano uscente, e’ stato rinomato alla guida dell’esecutivo. Singh ha avuto l’incarico di formare il nuovo governo dal presidente dell’Unione Indiana Pratibha Patil, durante un incontro con lo stesso Singh e Sonia Gandhi, presidente del Partito del Congresso, che ha vinto le elezioni fine il 13 maggio, e dell’UPA (United Progressive Alliance) che guidera’ il paese. Il 22 maggio, come annunciato, ci sara’ il giuramento del governo. Singh e la Gandhi stanno ora definendo le nomine dei ministri. Il Congresso, insieme ai suoi alleati pre elettorali (DMK, Trinamool, etc.) arriva a 274 seggi, due oltre la maggioranza. Ma il Congresso oggi ha ricevuto le lettere di supporto, l’appoggio esterno, dal Rashtriya Janata Dal (il partito di Laloo Prasad ex ministro delle ferrovie), dal Samajwadi Party e soprattutto dal Bahujan Samaj Party di Kumari Mayawati, la regina dei Dalit. Insieme a questi partiti, il Congresso e l’UPA possono contare su un appoggio di 322 parlamentari. Tra i ministri, Chidambaran dovrebbe rimanere ministro dell’Interno e AK Antony ministro della difesa. Pranab Mukherjee dovrebbe passare dagli esteri alle finanze. Rahul dovrebbe avere o un ministero senza portafoglio o nulla. Il Trinamool Congresso dovrebbe avere 3 ministri, mentre il DMK 2.

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