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Scontro fra donne in Bangladesh, vince la Hasina

Con una valanga di voti, che ricorda la storica vittoria del 1970 che porto’ alla nascita del Bangladesh, la Lega Awami (Al) della ex premier Sheikh Hasina ha ottenuto una schiacciante maggioranza alle elezioni politiche bengalesi. Cio’ consentirebbe al suo partito di riscrivere la costituzione per dare corpo alle riforme promesse al Paese. Nelle prime elezioni democratiche da sette anni, la nona tornata elettorale dell’ex Pakistan orientale ha visto uno spostamento notevole di voti dal Bangladesh National Party (Bnp), che aveva stravinto le elezioni del 2001, alla Lega Awami, la quale al termine dello spoglio risulta essersi aggiudicata 230 seggi, cui si aggiungono i 32 ottenuti dagli altri partiti della coalizione Grand Alliance. La coalizione guidata dalla Lega Awami ha quindi conquistato 262 seggi su un totale di 299, contro i soli 32 ottenuti dalla coalizione avversa, la Alleanza dei quattro partiti, guidata dal Bnp di Khaleda Zia, storica rivale della Hasina. La sconfitta e’ in parte imputabile al crollo del Jamaat-e-Islami, principale alleato del Bnp, che ha perso quasi tutti i suoi seggi, conquistandone solo due. Molto elevata la percentuale dei votanti. In un paese che conta circa 144 milioni di abitanti, secondo fonti ufficiali della commissione elettorale oltre il 70% degli 81 milioni di aventi diritto al voto si sono recati alle urne, in quella che e’ stata considerata l’elezione chiave per il ritorno del paese alla democrazia, dopo anni di governo militare. L’ipotesi di un secondo governo guidato da Sheikh Hasina ha cominciato a concretizzarsi gia’ nelle prime fasi delle operazioni di spoglio. Tuttavia, anche se tutti i dati annunciavano una schiacciante vittoria della Hasina e della Al, l’ex primo ministro, in passato arrestata perche’ accusata di corruzione, ha chiesto a tutti i suoi supporter di evitare marce e manifestazioni di giubilo sino alla chiusura delle operazioni di spoglio. Oltre alla vittoria personale della Hasina, le elezioni hanno visto la debacle di molti personaggi celebri, tra i quali l’ex ministro delle Finanze, M. Saifur Rahman, l’ex segretario generale del BNP, Abdul Mannan Bhuiyan, e l’ex ministro della salute (in quota al BNP) Khondoker Mosharraf Hossain. Sia la Lega Awami sia il Bnp ed i suoi alleati avevano impostato la campagna elettorale sulla necessita’ di combattere il terrorismo e promesso di impegnarsi ad abbassare i prezzi del cibo e a condurre il paese alla calma e alla democrazia, ponendo fine alle violente proteste che hanno insanguinato il Bangladesh negli ultimi anni. Il Bnp, pero’, non avrebbe centrato le reali aspirazioni dei votanti. In particolare, le nuove generazioni non avrebbero apprezzato le continue invocazioni di Khaleda Zia alla necessita’ di ”salvare l’Islam”.

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Domani le elezioni in Bangladesh

opo due anni di stato di emergenza, il Bangladesh torna lunedì alle urne per eleggere il nuovo parlamento, per la prima volta dal 2001. Con una costante immutabile, il duello che si rinnova fra le “due Begum”, le due ex prime ministre che da oltre 15 anni dominano la politica del Paese asiatico. Protagoniste sono sempre loro, Khaleda Zia, alla testa del Partito nazionalista del Bangladesh (Bnp, di destra), e Sheikh Hasina Wajed, leader della Lega Awami (centro-sinistra laico). Entrambe sessantenni, si detestano; però sono state anche capaci, in passato (era il 1986), di unire le loro forze per cacciare il dittatore di turno, Hussain Muhammad Ershad. La Lega Awami è data per favorita, ma gli indecisi sono ancora una moltitudine, e circa un terzo degli 81 milioni di elettori (il Bangladesh ha 140 milioni di abitanti) voterà per la prima volta. Entrambe hanno una tragica eredità alle spalle: Zia è la vedova di Ziaur Rahman, presidente del Bangladesh assassinato dai militari nel 1981; Hasina la figlia di Sheikh Mujibur Rahman, il primo presidente del Bangladesh (l’ex Pakistan orientale divenuto indipendente nel 1971), anch’egli assassinato dai militari, nel 1975. Le due ‘begum’ (titolo onorifico nell’Islam) sono accomunate anche dalle peripezie giudiziarie, essendo state entrambe incriminate per corruzione e imprigionate, dall’estate del 2007 per un anno, dal governo ad interim di Fakhruddin Ahmed. Sono state liberate su cauzione l’estate scorsa per permettere loro di partecipare alle elezioni. Dietro la loro estromissione c’erano ancora una volta i militari, intervenuti per porre un freno alle violenze politiche che dall’ottobre 2006 insanguinavano il Paese. L’11 gennaio le forze armate avevano convinto il presidente Iajuddin Ahmed a dichiarare lo stato di emergenza, e poi a annullare le legislative che avrebbero dovuto tenersi dieci giorni dopo. All’origine delle violenze c’erano state le ricorrenti, reciproche accuse di brogli e di falsificazioni delle liste elettorali. Ma stavolta le irregolarità dovrebbero essere scongiurate dalla presenza nei 35.000 seggi di un esercito di osservatori: 200.000, di cui 2.500 stranieri. In più 60.000 militari e 600.000 poliziotti e paramilitari vigileranno sulla sicurezza durante le operazioni di voto. Inoltre, in meno di due anni di potere, il governo di tecnici di Fakhruddin Ahmed ha condotto una battaglia campale contro la corruzione, mettendo sotto inchiesta 10.000 persone e sbattendo in carcere 150 fra ex ministri, uomini d’affari e alti burocrati. Ma soprattutto spurgando le liste elettorali di ben 13 milioni di elettori ‘fantasma’. L’ex candidato repubblicano alla presidenza americana John McCain, in visita a Dacca nei giorni scorsi, ci ha messo una mano sul fuoco: questa volta il voto “é il più regolare del mondo”, ha dichiarato.

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Taslima di nuovo cacciata dall’India

La scrittrice bengalese, Taslima Nasreen, è stata nuovamente costretta dal governo indiano a lasciare il paese. Lo ha rivelato, in una intervista pubblicata oggi, la stessa Nasreen, precisando di avere lasciato Calcutta, dove era rientrata lo scorso agosto, già da un mese. “Si, purtroppo sono stata costretta a ripartire – ha dichiarato Taslima all’agenzia di stampa indiana Press Trust of India – il governo indiano mi ha dato un permesso di soggiorno di sei mesi ma condizionato dal fatto che avrei lasciato il paese entro poco tempo”. La scrittrice che è da tempo nel mirino dei fondamentalisti islamici che si sono sentiti offesi da alcune affermazioni contenute nel suo libro “Lajjà, era stata già mandata via dall’India sette mesi fa proprio per le violente proteste di gruppi islamici che ne contestavano la presenza nel Paese. La Nasreen ha dichiarato che intende tornare in India in gennaio. “Poiché la porta del Bangladeh è chiusa per me – ha detto la scrittrice, che ora si trova in Europa – io considero l’India, e Calcutta in particolare, la mia casa. Se non mi sarà permesso di tornare, allora dovrò tornare ad una vita nomade, senza terra, senza una casa”. “Proprio l’India – ha concluso – che si vanta di essere la più grande democrazia del mondo, potrebbe non darmi un tetto”.

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Ancora bombe in India, 64 in meno di sei mesi

E’ di 61 morti e 470 feriti il bilancio delle 13 esplosioni che nel giro di 10 minuti hanno scosso quattro distretti dello stato nord orientale indiano dell’Assam. Erano le 11.25 quando la prima esplosione e’ stata avvertita nella citta’ principale dello stato, Guwahati, sotto la sopraelevata di Ganeshguri, vicinissima al tribunale distrettuale e nei pressi della zona del parlamento locale, ad appena cento metri dalla residenza del primo ministro. Da un cortile del tribunale si e’ alzato del fumo nero che ha invaso anche l’ufficio del vice procuratore, e la polizia crede che la bomba sia stata piazzata su un motorino. Pochi minuti dopo, altre esplosioni sono avvenute nei mercati affollati Pan Bazar e Fancy Bazar, per poi terminare alle 11.35 con l’ultima esplosione nei pressi del policlinico Dyspur. Quasi simultaneamente, altre bombe sono esplose nel mercato del pesce, in uno di verdure e nei pressi della stazione di Kokrajhar, citta’ dell’ovest dello stato. Sempre negli stessi minuti altre bombe sono esplose nelle citta’ di Barpeta e di Bogaingaon. 31, secondo il bilancio ufficiale annunciato dal primo ministro dello stato Tarun Gogoi, le vittime a Guwahati, dove una folla inferocita con la polizia, per la mancanza di sicurezza, ha attaccato gli agenti che, per difendersi, hanno fatto fuoco in aria. Per questo e’ stato imposto il coprifuoco in citta’, poi tolto dopo diverse ore, mentre lo stato di allerta e’ stato aumentato in tutto il paese. Al momento, non e’ stata fatta nessuna rivendicazione ufficiale. Nell’immediatezza delle bombe, la polizia e i politici hanno puntato il dito contro l’ULFA (United Liberation Front of Assam, Fronte di Unito di Liberazione dell’Assam), che dal 1979 combatte per affermare l’indipendenza dell’Assam da New Delhi, attraverso attentati anche al di fuori dello stato. Aanjan Borthakur, uno dei membri pubblici dell’ULFA, in una mail inviata ad alcuni giornali ha negato il coinvolgimento del suo gruppo negli attentati, condannandoli. Il governo assamese pero’ non crede a questa presa di distanza ed e’ convinto, da fonti di intelligence, che altri gruppi abbiano aiutato i separatisti. In particolare, gli agenti indiani sono convinti che anche l’HUJI, (Harkat-ul-Jihad-al Islami, il Movimento della Guerra Santa Islamica) una formazione terrorista legata ad Al Qaeda, nata in Pakistan con ramificazioni in India e in Bangladesh. Proprio il gruppo di questo stato, confinante con l’Assam avrebbe piazzato la prima bomba di Guwahati di concerto con quelli dell’Ulfa. Su una cosa gli inquirenti sono d’accordo: e’ stato usato in diversi attentati l’esplosivo RDX, gia’ usato dall’ULFA e, soprattutto, si e’ trattato di una serie di potenti attentati ben congegnati, che nel giro di 10 minuti hanno gettato nel terrore 4 distretti dell’Assam. L’India e’ sotto shock. Il ministro degli interni indiano Shivraj Patil, nel condannare le bombe, ha invitato tutti alla calma. In meno di sei mesi, l’India ha registrato 64 bombe in sei stati, che hanno provocato la morte di 220 persone e il ferimento di 900.

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Mendicante bengalese nasconde fortuna in casa

In India faceva il mendicante, ma a casa sua, in Bangladesh è un uomo ricchissimo. Mohammed Jakir, con le gambe amputate, girava per Mumbai e per l’India del nord, particolarmente il Rajasthan e il Punjab per chiedere l’elemosina. La polizia lo ha fermato ad Ajmer e, dopo averlo interrogato, ha scoperto che il “povero” mendicante aveva una fortuna di 75 lak, circa 150 mila euro. Tutti questi soldi, gli sono valsi la possibilità di sposarsi, comprare casa in Bangladesh e mettere su famiglia con quattro figli, tre ragazze che, probabilmente, seguiranno le orme paterne. Alla polizia ha raccontato che sta pensando di ritirarsi in “pensione” e di stabilirsi a vivere a Delhi. Mohammed ha detto che a Mumbai sono più generosi che in altra città indiana

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Sparita dagli archivi la prima costituzione del Bangladesh

Il documento autografo della proclamazione di indipendenza del Bangladesh e’ andato perso. Lo scrive il quotidiano di Dacca The Daily Star, raccontando che un gruppo di studiosi, incaricati di sistemare delle carte nell’archivio di stato del paese asiatico, si sono accorti lo scorso due aprile che manca l’originale della dichiarazione di indipendenza del Bangladesh dal Pakistan avvenuta nel 1971. La notizia e’ stata diffusa solo nei giorni scorsi e sta creando scompiglio nel paese. Nessuno sa che fine abbia fatto il documento manoscritto che e’ servito prima come atto di separazione dal Pakistan e cambiamento da Pakistan orientale in Bangladesh, e poi come costituzione del paese gangetico fino all’approvazione di una nuova carta costituzionale nel 1972. La dichiarazione di indipendenza fu scritta a mano su indicazione di Sheikh Mujibur Rahman, leader del movimento indipendentista bengalese, nel 1971. Rahmna a quel tempo era in carcere e fu liberato per diventare poi nel 1972 primo presidente bengalese. Secondo testimonianze di funzionari governativi al giornale bengalese, la carta era nelle mani del governo che l’aveva conservata nell’archivio di stato e nessuno si spiega come e dove sia sparita. Attualmente nell’archivio statale di Dacca sono state trovate solo delle fotocopie, alcune con le firme dei ministri dell’epoca, ma senza la firma di Rahman. Secondo alcuni studiosi il documento originario, scritto a mano durante il periodo di guerra del 1971, potrebbe essere stato preso o distrutto durante il colpo militare del 1975. Il Daily Star ha cominciato così una campagna chiedendo al governo di fare piena luce su questa scomparsa ad opera, secondo il giornale, di coloro che non volevano l’indipendenza del Bangladesh dal Pakistan.

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Immigrati del Bangladesh, i rom dell’India

Questo almeno è l’impressione che si ha leggendo oggi i giornali indiani. A seguito degli attentati di Jaipur, è caccia al gruppo terrorista straniero, soprattutto del Bangladesh, che sarebbe responsabile delle bombe.  Come in ogni paese che si rispetti, dopo le bombe è cominciato il palleggiamento di responsabilità tra il governo locale (a guida centrodestra, BJP) e quello nazionale a guida Congresso. I primi accusano i secondi di non aver fornito le informazioni di intelligence sugli attentati, così da prepararsi. Le accuse si sono ora spinte sul piano degli immigrati. In Rajasthan, infatti, c’è una nutrita comunità di persone e profughi che arrivano dal Bangladesh. L’ “ospitale” governo Rahjasthano più di una volta ha scritto a Delhi chiedendo una soluzione al problema dei bengalesi immigrati che darebbero fastidio e oggi il primo miistro dello stato, Vasundhara Raje, ha detto ai giornali che il governo centrale le ha chiesto di mettere tutti gli immigrati in delle colonie, tipo i nostri centri a Lampedusa dove vengono parcheggiati gli immigrati. Lungi da lei l’idea di farlo, “noi del centrodestra non lo facciamo e ci meravigliamo che quelli della sinistra ce lo chiedano”. I locali però non ci stanno e non vogliono gli immigrati, così hanno messo su la caccia all’immigrato del Bangladesh. Non c’è niente da fare, ogni mondo è paese.

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Taslima Nasreen lascia l’India

Partira’ stasera per la Svezia la scrittrice del Bangladesh, Taslima Nasreen, che vive in esilio in India per le proteste dei musulmani che l’hanno minacciata di morte per i suoi scritti giudicati offensivi per l’Islam. Lo ha detto la televisione indiana IBNLive. La Nasreen da novembre vive in un luogo sconosciuto di Delhi sotto protezione della polizia, ”agli arresti domiciliari”, come lei stessa ha denunciato piu’ volte. Ieri la scrittrice aveva annunciato l’intenzione di lasciare l’India, adducendo problemi di salute, anche se aveva aggiunto di ”non avere piu’ nessuna altra opzione”. E’ noto che non accettasse la sua situazione di reclusa, tanto che un gruppo di intellettuali indiani, capeggiati dalla scrittrice Arundhati Roy, avevano manifestato e presentato un appello al governo per ”liberare” la Nasreen. Taslima Nasreen ha piu’ volte chiesto di poter tornare a fare una vita normale. Il suo sogno sarebbe di tornare a Calcutta, la citta’ che l’ha accolta quando e’ scappata dal Bangladesh e dove ha una casa, ma dalla quale sette mesi fa e’ dovuta scappare in fretta per le proteste dei musulmani. Vista l’impossibilita’ di tornare a Calcutta, la Nasreen aveva chiesto di poter essere libera a Delhi, ma il governo indiano, temendo disordini, la tiene chiusa in casa. (ANSA).

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Intellettuali e scrittori per la libertà di espressione e di stampa

Ho incontrato oggi Arundhaty Roy, la scrittrice di Il Dio delle piccole cose. Ho parlato con lei della situazione indiana. Mi ha detto delle cose che vi proporrò domani, dopo aver sbobinato il suo audio (che vi farò sentire). Dice delle cose interessanti. Alla faccia della Speranza Indiana. Chi ha orecchie per intendere, intenda.

Un gruppo di scrittori ed intellettuali indiani, capeggiati dalla famosa scrittrice Arundhaty Roy, combatte per la liberta’ di stampa e di espressione in India, con particolare riferimento al caso di Taslima Nasreen, la scrittrice bengalese che, cacciata dal suo paese perche’ accusata di aver scritto libri ”anti islamici”, ed esiliata in India, negli ultimi mesi ha subito minacce e manifestazioni contro di lei anche nel paese di Gandhi. Per discutere del caso della Nasreen e della liberta’ di espressione piu’ in generale, Arundhaty Roy, insieme a numerosi altri scrittori, editori ed eminenti personalita’ del mondo della cultura indiana, si sono riuniti oggi a New Delhi presso il club della stampa dove si e’ tenuto un forum sulla liberta’ di espressione. ”Quello che deve far riflettere – ha detto fra le altre cose la Roy – e ‘ che la vicenda della Nasreen ha avuto inizio in West Bengala. E’ stato il governo comunista di questo stato, che si e’ sempre vantato di modernita’ e di essere all’avanguardia, che l’ha cacciata per ben due volte. Ma e’ stato nel periodo delle proteste a Nandigram. Il governo ha cominciato a temere di perdere, se avesse appoggiato la Nasreen, il voto dei musulmani che, a causa dei suoi scritti, non l’hanno mai vista di buon occhio”. Taslima Nasreen, cacciata da Calcutta a seguito di manifestazioni di protesta e minacce contro di lei, si era recata a Jaipur. Cacciata anche dalla capitale del Rajasthan era stata portata a Delhi. Da allora si trova in una localita’ sconosciuta decisa ”per proteggerla” dal governo indiano. La scrittrice bengalese ha piu’ volte sottolineato come la sua condizione attuale sia una sorta di ”arresti domiciliari”. Una condizione difficile ma anche precaria. Il visto della Nasreen scade il prossimo 18 febbraio e le autorita’ indiane non hanno ancora fatto sapere niente di certo per il suo futuro. La Roy e gli altri intellettuali hanno focalizzato l’attenzione sulla ”democrazia indiana che- ha detto Roy – e’ solo uno slogan pubblicitario. Questo non e’ un paese democratico, non c’e’ liberta’ di espressione”. MOlti film e libri vengono censurati dai governi locali e nazionale con la paura di non  urtare la suscettibilita’ di nessuna minoranza, anche se rappresenta una parte infinitesimale della popolazione. ”In nome di questo rispetto e democrazia – ha detto la Roy – siamo censurati”.

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Taslima: non voglio andare a Parigi. Mandate il premio a Calcutta

Taslima Nasreen non vuole andare a Parigi per ricevere il premio Simone de Beauvoir dalle mani del presidente francese Nicolas Sarkozy, nonostante l’invito di quest’ultimo seguito all'”invito” dell’India a non premiare la scrittrice a Delhi. Lo ha dichiarato la stessa scrittrice bengalese alla televisione indiana IbnLive. ”Sono grata al presidente francese per avermi invitata in Francia – ha detto la scrittrice – ma la cerimonia vera della consegna del premio e’ avvenuta il 9 gennaio, quando erano presenti personalita’ da tutto il mondo. Non ha senso adesso andare in Francia. Mi sarebbe piaciuto ricevere il premio dalle mani del presidente qui a New Delhi, come era previsto. Poiche’ non e’ stato possibile, vorrei che il diploma venisse inviato a Calcutta, la citta’ nella quale spero di tornare presto”.

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