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Per la Cina in Tibet è tutto a posto

La situazione in Tibet e’ ”stabile” a poco meno di un anno dalla rivolta dell’ anno scorso. Lo ha detto oggi la portavoce del ministero degli esteri cinese Jiang Yu in una conferenza stampa a Pechino in una indiretta risposta al Dalai Lama. Il leader tibetano, arrivando ieri in Germania dove gli sara’ conferita un’ onorificenza, ha affermato che il Tibet e’ molto ”teso” e che una nuova rivolta potrebbe scoppiare ”in qualsiasi momento”. Jiang Yu ha sostenuto che il problema del Tibet ”non e’ problema di diritti umani” ma che riguarda ”l’ integrita’ territoriale della Cina”. ”Tutti coloro che conoscono la storia sanno che fin dal 13esimo secolo tutte le dinastie cinesi hanno avuto la sovranita’…il Tibet non e’ mai stato un Paese indipendente”, ha aggiunto la portavoce. Il 10 marzo ricorre il cinquantesimo anniversario della rivolta anticinese che si concluse con la fuga in India del Dalai Lama, che da allora vive in esilio. Il 10 marzo dell’ anno scorso sono iniziate a Lhasa una serie di manifestazioni che il 14 sono sfociate in violenze contro gli immigrati cinesi. In seguito le manifestazioni si sono estese ad altre zone a popolazione tibetana e sono proseguite fino alla fine di maggio. Secondo i cinesi le vittime sono state poco piu’ di venti, mentre i gruppi tibetani in esilio parlano di duecento.

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Il Dalai lama ricoverato e dimesso dall’ospedale

Il Dalai Lama, il leader spirituale e politico dei buddisti tibetani, è stato dimesso dall’ospedale di New Delhi dove era stato ricoverato per un dolore al braccio. Il settantatreenne premio Nobel per la Pace, farà ritorno domani a Dharamsala, la città nel nord dell’India dove è in esilio dal 1959. “Il Dalai Lama sta bene – ha detto alla stampa Tenzin Takhla, il suo portavoce – e restano confermati per ora i suoi impegni. I medici hanno detto che non corre nessun pericolo, dopo averlo sottoposto a tutti i controlli medici di routine”. Il primo impegno più gravoso per la sua salute, sarà il viaggio in Europa che il leader religioso comincerà il prossimo 8 febbraio e che lo porterà in Italia, a Roma e Venezia per ricevere la cittadinanza e in Germania per ricevere un premio. Il ricovero all’Apollo Hospital, uno dei più grandi ospedali privati della capitale indiana, si era reso necessario stamattina dopo che Tenzin Gyatso, questo il nome del Dalai Lama, aveva patito un forte dolore al braccio. Temendo problemi cardiaci, dopo le prime cure portate a Dharamsala, il leader religioso è stato trasferito nella capitale indiana per accertamenti. Secondo i medici, si è trattato solo di una tendinite che non preclude nessuna attività per il Dalai Lama che ora si trova in un albergo nei pressi dell’ospedale e domani farà ritorno alla sua residenza. Il premio Nobel per la pace era stato già ricoverato due volte l’anno scorso, ad agosto e a ottobre, per problemi intestinali. Nella prima occasione, fu ricoverato a Mumbai di ritorno da un viaggio in Francia. Ad ottobre, invece, fu ricoverato a New Delhi per calcoli biliari. L’anno appena cominciato sarà molto particolare per il leader religioso, in quanto il prossimo marzo ricorre il 50mo anniversario della occupazione cinese del Tibet e della partenza per l’esilio indiano del leader religioso e politico. Gruppi di supporto e attivisti della causa tibetana di tutto il mondo stanno organizzando manifestazioni e si temono scontri contro le autorità e la polizia cinese, del tipo di quelli che l’anno scorso interessarono la vigilia delle olimpiadi di Pechino.

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Il Dalai Lama non si dimette

Il Dalai Lama ritira ogni proposito di dimissioni. Lo ha annunciato personalmente ai cronisti il capo spirituale dei tibetani in esilio, a margine di una conferenza sul meeting speciale dei tibetani di tutto il mondo conclusosi ieri a Dharamsala, nel nord dell’India. L’assembla aveva ribadito la sua fiducia nel leader spirituale e alla sua politica della “via di mezzo” nei confronti dei cinesi, non abbandonando però l’ipotesi dell’indipendenza da Pechino se la politica attendista del Dalai non desse risultati. Il leader, invece, ha respinto stamattina ogni idea di richiesta di indipendenza, giudicata “impraticabile”.

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Si condizionato alla Via di Mezzo del Dalai Lama

Fiducia al Dalai Lama, si alla sua ”via di mezzo” ma niente piu’ concessioni alla Cina e soprattutto non accantonamento dell’idea dell’indipendenza da Pechino. Questi i risultati della settimana di colloqui a Dharamsala, la citta’ del nord dell’India sede del governo tibetano in esilio, alla quale hanno partecipato 600 tra tibetani, monaci e sostenitori da tutto il mondo. Invitati dal Dalai Lama come previsto dalla costituzione del governo in esilio, le delegazioni hanno discusso in commissioni prima e poi in seduta plenaria, sul futuro del Tibet e sulla strategia da adottare nei confronti della Cina. Il messaggio che dall’assembla arriva al governo tibetano, unico organo in grado di decidere dal momento che il meeting aveva valore consultivo, e’ di fiducia alla politica attendista del leader spirituale, ma a tempo. Anche se nessun termine e’ stato fissato, la linea intransigente, portata avanti soprattutto dai movimenti giovanili che vorrebbero azioni decise contro la Cina per ottenere non l’autonomia ma l’indipendenza, non e’ passata del tutto ma ha ottenuto una grossa vittoria. Per la prima volta, infatti, dal 1993 da quando si scelse la ”via di mezzo”, la richiesta dell’indipendenza e’ stata avanzata a chiare lettere. E’ stato il presidente del parlamento tibetano in esilio, Karma Choephel, a spiegare le risultanze del meeting speciale ai giornalisti. ”L’assemblea ha detto alla Kashag (il governo tibetano in esilio, ndr) che non ha senso di continuare il dialogo con Pechino, la parte cinese non ha accettato le nostre richieste”, ha detto Choephel aggiungendo che non saranno mandati altri a Pechino per colloqui senza aperture chiare dalla Cina. Choephel ha anche ribadito che l’assemblea, pur ”unanimemente affermando la fiducia nel Dalai Lama”, ha minacciato di ”andare per una completa indipendenza e autodeterminazione” se la ”via di mezzo” del leader spirituale dovesse fallire nel lungo termine. In ogni caso, pero’, l’assemblea e’ stata chiara: sia nella richiesta dell’autonomia che dell’indipendenza, la politica sara’ sempre quella della non violenza. L’assemblea ha anche chiesto che la Cina finisca di criminalizzare il Dalai Lama, riconosciuto a livello mondiale come leader spirituale e politico dei tibetani. Il Dalai Lama fino ad ora non si e’ espresso. Attende che l’indicazione dell’assemblea giunga sul suo tavolo per l’approvazione. Non ha neanche partecipato ai lavori, per non condizionarli con la sua presenza, visto che era in discussione non la sua persona, ma la sua politica. L’assemblea ha rigettato ogni idea di dimissioni da parte del leader spirituale, ribadendo la fiducia in lui. Ha pero’ voluto dare un segnale politico al 73nne premio Nobel, il quale gode dell’appoggio morale di molti capi di stato e di governo oltre che di persone da ogni parte del pianeta. Che, pero’, fino ad ora non sono riusciti a premere efficacemente su Pechino per far concedere l’autonomia ai tibetani. La scelta di ribadire la fiducia nel Dalai nasce anche dal fatto che il leader e’ il catalizzatore di un movimento internazionale che andrebbe perso se uscisse di scena. Ma bisognava dare pure una risposta ai tanti, soprattutto i giovani dei movimenti tibetani, che chiedevano una svolta radicale e un intervento piu’ deciso su Pechino. Il Dalai ora dovra’ scegliere. Ottenuta la fiducia alla sua persona, potrebbe anche ritirarsi, come ha piu’ volte detto, lasciando agli altri il compito di fare gli ultimi tentativi verso l’autonomia. La politica della via di mezzo, potra’ continuare anche senza di lui. Ma non per molto.

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Si chiude domani riunione speciale tibetana

Si chiudera’ domani l’incontro speciale convocato dal Dalia Lama a Dharamsala, nel nord dell’India sede del governo tibetano in esilio, e che vede impegnati centinaia di monaci, tibetani e sostenitori della causa tibetani da tutto il mondo per discutere sul futuro della politica del paese. Fino ad ora si e’ registrato un nulla di fatto tra le posizioni attendista, che ha nel leader spirituale premio nobel, nella sua ”via di mezzo” e nella ricerca di una ”genuina autonomia” da Pechino i punti fermi, e quella piu’ intransigente dei giovani, che vogliono andare invece verso l’indipendenza dalla Cina. Dopo il fallimento dei recenti negoziati sino-tibetani sono in molti, soprattutto quelli appartenenti alle nuove generazioni e ai movimenti giovanili Free Tibet e Tibetan Youth Congress, che sembrerebbero favorevoli ad un cambiamento, a provare ad ottenere un maggiore ascolto con una politica piu’ aggressiva. Nonostante cio’, tuttavia, secondo un sondaggio condotto nell’ambito del popolo tibetano e i cui risultati sono stati resi noti dal portavoce del governo tibetano in esilio, Karma Chopel, sembra che la maggioranza intenda comunque seguire quella che sara’ la decisione finale del Dalai, nonostante la stessa maggioranza si sia espressa piu’ verso l’indipendenza che verso l’autonomia. Al momento una delle ipotesi piu’ probabili sarebbe quella secondo la quale si decida di continuare con la politica della via di mezzo, ponendo pero’ una sorta di time limit – si parla di un paio di anni – per poi eventualmente cambiare strategia qualora non saranno stati raggiunti risultati significativi. Intanto la posizione della Cina sembra irremovibile. ”Il cosiddetto governo tibetano in esilio – ha detto Qin Gang, portavoce del Ministero degli esteri cinese – non e’ riconosciuto da nessun governo al mondo. Ogni tentativo di separare il Tibet dalla Cina sara’ bloccato”.  La Cina inoltre contesta al Dalai Lama e ai suoi seguaci di mascherare, con la richiesta dell’autonomia, il tentativo di arrivare all’indipendenza.

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Cominciata la riunione speciale sul futuro del Tibet

Buddisti, tibetani e sostenitori della causa del Tibet da tutto il mondo, si sono riuniti oggi a Dharamsala, nel nord dell’India dove ha sede il governo tibetano in esilio, per il primo dei sei giorni dello speciale incontro voluto dal Dalai Lama per fare il punto della situazione sulla questione tibetana e verificare lo stato di attuazione della politica fino ad ora intrapresa. Da pochi giorni, il 5 novembre, e’ terminato il settimo round di colloqui tra due inviati del Dalai Lama e il governo cinese a Pechino. Un nulla di fatto, nel quale da un lato i tibetani hanno ribadito la loro richiesta di una ”genuina autonomia” sotto l’egida cinese, dall’altro i cinesi respingono le richieste tibetane perche’, dicono, nascondono una volonta’ secessionista e indipendentista. Un discorso tra sordi che, nonostante le pressioni internazionali soprattutto alla vigilia delle Olimpiadi dello scorso agosto, non ha portato a nessun cambiamento. Tanto da insinuare il dubbio tra i tibetani che la politica della ”via di mezzo” adottata dal Dalai Lama nei confronti della Cina, il suo approccio soft alla causa tibetana, non sia valido. Da qui la necessita’ di un incontro aperto, dal quale uscira’ il pensiero dei tibetani che si potra’ concretizzare in una conferma del mandato al Dalai sulla sua linea politica, o il radicale cambiamento della stessa verso una svolta piu’ radicale e intransigente. Il Dalai Lama, forse per non condizionare il dibattito, non sara’ presente alla sei giorni. Da tempo, il leader spirituale e politico dei tibetani ha anche affermato di essere pronto a fare un passo indietro, esprimendo la volonta’ di tornare a fare il monaco. Una posizione ribadita soprattutto all’indomani dei moti di marzo scorso a Lhasa, quando la polizia cinese e’ intervenuta duramente contro i manifestanti pro Tibet, arrestando e uccidendo diversi monaci e civili. Proprio la ferma reazione cinese e lo stallo nelle trattative per l’autonomia del Tibet da Pechino, ha spinto i giovani tibetani, soprattutto quelli del Tibetan Youth Congress, a criticare in piu’ di una occasione l’atteggiamento attendista del 73nne premio Nobel per la pace. Questa loro posizione, che e’ stata appoggiata da piu’ parti all’interno della diaspora tibetana, e’ stata la spinta che ha mosso il Dalai Lama a convocare questo incontro speciale, come quello che nel 1993 diede slancio alla ”via di mezzo”. Secondo molti osservatori, il Dalai Lama cerca anche di pesare il reale consenso internazionale sulla causa tibetana. Da anni il leader tibetano gira il mondo ottenendo da tutti simpatia e consenso. Molti leader politici lo appoggiano apertamente, tanti invece si sono rifiutati di incontrarlo per non urtare la suscettibilita’ di Pechino. Durante i moti di Lhasa e alla vigilia delle Olimpiadi, fu unanime la critica al governo cinese per quanto successe in Tibet e unanime fu anche la richiesta di rispettare i tibetani e di concedere l’autonomia che, come scritto nel memorandum per l’autonomia presentato dagli inviati del Dalai Lama al governo di Pechino, chiede alla Cina di rendere il Tibet autonomo sotto il governo cinese per permettere la sopravvivenza di lingua, cultura, tradizioni e religione di quel popolo. Nonostante le pressioni internazionali, la Cina non ha mai cambiato la sua posizione, accusando anzi il Dalai di giocare sporco e di volere in realta’ l’indipendenza da Pechino.

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Domani riunione speciale sul futuro del Tibet

Hanno cominciatoano ad arrivare oggi a Dharamsala, nel nord dell’India, le centinaia di dirigenti tibetani in esilio attesi per la riunione, al via da domani fino al 22, convocata per stabilire una nuova strategia sul futuro del Tibet dopo l’insuccesso nei rapporti con la Cina riconosciuto anche dal Dalai Lama. Una strategia che da più parti si ritiene debba basarsi su una rinnovata intransigenza, insistendo sul riconoscimento dell’indipendenza da parte di Pechino e abbandonando quindi la linea che vedrebbe come auspicabile anche uno status di autonomia. La riunione, la più massiccia della comunità tibetana da 60 anni a questa parte, potrebbe inoltre dettare i tempi per un’uscita di scena del Dalai Lama, dal momento che la sua “via di mezzo”, l’azione non violenta nei confronti della Cina nella richiesta di una completa autonomia, è fortemente criticata soprattutto dai giovani. Il leader spirituale e politico dei tibetani, che dal 1959 è costretto a vivere in esilio a Dharamsala, nelle scorse settimane ha esternato la sua frustrazione e delusione nei confronti delle trattative con Pechino, parlando di “perdita di fiducia” e di scomparsa del Tibet. Dal 2002 emissari del Dalai Lama e rappresentanti cinesi sono stati impegnati in regolari incontri in una linea di dialogo che sembra però irreparabilmente interrotta dopo che la scorsa settimana la Cina ha affermato che non farà “mai concessioni” al Tibet, escludendo anche la possibilità di una “semi-indipendenza”. Oggi il Dalai Lama ha accolto i primi delegati giunti nella città indiana dicendo che l’obiettivo dell’assemblea è di raccogliere “le vere opinioni e punti di vista del popolo tibetano attraverso discussioni libere e franche”. Si prevede che durante l’assise venga presentata una mozione che rivendica l’indipendenza, ma l’assemblea non ha alcun potere decisionale e dovrà quindi rimettersi alle decisioni di Parlamento e governo in esilio. La riunione è vista da molti in ogni caso come “un momento di svolta”, ne è convinto Sonam Dolkar, dell’organizzazione degli ex prigionieri politici ‘Go Chu Sum’ che fa parte dell’ala indipendentista, “é arrivato il momento per il popolo tibetano di riflettere sul proprio avvenire e di decidere quale direzione prendere”. “I cinesi attendano che sua Santità (il Dalai Lama, che ha 73 anni e problemi di salute) muoia perché pensano che ciò segnerà la fine del movimento tibetano – dice Tenzin Choeying leader degli ‘Studenti per un Tibet libero’ -. La comunità tibetana deve prendere in mano il suo avvenire”.

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La Cina chiede all’india di bloccare riunione speciale governo tibetano

Il governo cinese ha chiesto a quello indiano di bloccare l’incontro di sei giorni convocato dal Dalai Lama a Dharamsala, nel nord dell’India, il 17 novembre per discutere del futuro del Tibet. Lo scrive l’edizione on line del quotidiano The Times of India, riportando le dichiarazioni in conferenza stampa a Pechino di un portavoce del ministro degli esteri cinese. ”Il governo indiano si e’ impegnato solennemente a bloccare ogni attivita’ anticinese sul suo territorio. Speriamo che questa promessa verra’ mantenuta”, ha detto Qin Gang, portavoce del ministro degli esteri di Pechino. Secondo Gang, chiunque partecipi all’incontro organizzato dal Dalai Lama, non potra’ essere accettato dal popolo cinese, il cui governo ”e’ contrario a chiunque tenti di dividere la nazione o far emergere questa questione interna sulla scena internazionale”. L’India si era impegnata, alla vigilia dei giochi olimpici di Pechino, a bloccare attivita’ anticinesi sul territorio indiano e in cambio il governo di Pechino ha lodato l’impegno di New Delhi. Ma questa nuova richiesta non e’ contro i manifestanti pro Tibet, ma e’ diretta contro il Dalai Lama, che il governo di Pechino chiede a Delhi di fermare. Le diplomazie dei due paesi sono scese in campo per affrontare la questione. L’India teme da parte cinese una ”vendetta” nei confronti dell’Arunachal Pradesh, lo stato indiano mai riconosciuto dalla Cina che lo considera invece parte del proprio territorio. Il 17 novembre, a Dharamsala, la citta’ del nord dell’India dove ha sede dagli anni 50 il governo tibetano in esilio, si terra’ una riunione speciale degli organi di governo e amministrativi del Tibet. L’incontro e’ stato voluto dal Dalai Lama per decidere la nuova strategia futura sul Tibet, che potrebbe anche prevedere la sua uscita di scena, dal momento che la sua ”via di mezzo”, l’azione non violenta nei confronti della Cina nella richiesta di una completa autonomia, e’ fortemente criticata soprattutto dai giovani tibetani che sono per un intervento piu’ deciso. Il leader spirituale e politico dei tibetani ha nelle scorse settimane, esternato la sua frustrazione e delusione nei confronti delle trattative con Pechino, parlando di ”perdita di fiducia” e di scomparsa del Tibet. L’ultimo round di colloqui a Pechino tra inviati del Dalai Lama e governo cinese e’ terminato da poco, ma da parte tibetana non ci sono stati commenti che, hanno annunciato stamattina i due inviati, verranno fatti solo durante l’incontro speciale del 17 novembre.

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Inviati tibetani a Pechino per colloqui

La Cina non ha confermato né smentito la prossima visita di due inviati del Dalai Lama annunciata dalla stampa di Hong Kong, ma dall’ India il governo tibetano in esilio ha confermato la loro partenza per la Cina. I due inviati, Lodi Gyaltsen Gyari e Kelsang Gyaltsen, afferma un comunicato, sono partiti per Pechino dove si fermeranno “per circa una settimana”. In una conferenza stampa a Pechino la portavoce cinese Jiang Yu non ha né smentito né confermato la notizia. Si tratterà dell’ ottavo incontro tra rappresentanti cinesi e tibetani dal 2002 e del terzo dopo la rivolta della scorsa primavera, nella quale secondo gli esuli tibetani sono morte più di 200 persone e “migliaia” sono state arrestate. Pechino parla di poco più di 22 vittime e di 41 persone condannate a pene detentive. Il nuovo incontro avviene a sorpresa, dopo che il Dalai Lama, il leader tibetano e Premio Nobel per la Pace che vive in esilio dal 1959, aveva affermato di essere “stanco di aspettare” un segnale positivo da Pechino. Nella dichiarazione il leader tibetano afferma tra l’ altro di “non aver perso la fede nel popolo cinese” ma aggiunge: “la mia fiducia nell’ attuale governo cinese si sta affievolendo e sta diventando molto difficile”. Poche ore dopo le dichiarazioni del leader tibetano, Pechino ha annunciato di aver invitato per i colloqui i tibetani “su richiesta del Dalai Lama”.

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La Cina vuole organizzare nuovi incontri con i tibetani

La Cina organizzerà “nel prossimo futuro” un nuovo round di discussioni con i “rappresentanti privati del Dalai Lama, su richiesta dello stesso Dalai Lama”. Con questa breve dispaccio dell’ agenzia Nuova Cina, Pechino ha risposto alle recenti dichiarazioni del leader tibetano, che ha affermato che la sua fiducia “nell’ attuale governo cinese si sta affievolendo”. Nuova Cina aggiunge che il “terzo incontro” con i rappresentanti del leader tibetano, che nel 1989 ha ricevuto il Premio Nobel per la pace, avrà luogo “nonostante gli incidenti di Lhasa in marzo e le gravi azioni di disturbo e sabotaggio dei Giochi Olimpici di Pechino da parte di un pugno di secessionisti del ‘Tibet Indipendente'”. Il 10 marzo, anniversario della rivolta tibetana del 1959, che si concluse con la fuga del Dalai Lama in India, sono iniziate nella capitale del Tibet, Lhasa, una serie di manifestazioni anticinesi che si sono protratte fino alla fine di maggio e si sono svolte sia nella Regione Autonoma del Tibet che nelle altre zone della Cina a popolazione tibetana. Secondo le autorità cinesi ci sono state in tutto 22 vittime, in grande maggioranza civili uccisi dai manifestanti tibetani a Lhasa nelle violenze contro gli immigrati cinesi che si sono verificate il 14 marzo. Il governo tibetano in esilio, che ha la sua sede a Dharamsala in India, afferma che sono almeno duecento. La Cina ha affermato che per le proteste sono state inflitte in tutto 41 condanne a pene detentive e che 1.157 persone fermate sono state rilasciate senza essere sottoposte a processo. I tibetani in esilio sostengono che sono state arrestate “migliaia” di persone, di molte delle quali si ignora la sorte. Una serie di incontri tra i rappresentanti del Dalai Lama e del governo cinese si sono tenuti dal 2002 al 2007, senza produrre risultati concreti. Altri due round si sono tenuti in maggio e luglio. Il governo tibetano in esilio ha organizzato per i giorni dal 17 al 22 novembre un incontro tra le diverse istituzioni della comunità tibetana. “Abbiamo bisogno di capire, di analizzare e di pensare insieme a soluzioni di lungo termine basate sulla situazione attuale reale”, ha spiegato il Dalai Lama, che ha voluto precisare di non aver rinunciato alla cosidetta “Via di Mezzo”, vale a dire la ricerca di una soluzione pacifica della controversia con la Cina, mantenendo il Tibet come una provincia cinese con una “vera” autonomia. Ad innescare le dichiarazioni del Dalai Lama sarebbero state, secondo osservatori che simpatizzano con la causa tibetana, le affermazioni di dirigenti cinesi secondo le quali i colloqui riguarderebbero solo le condizioni alle quali il leader tibetano potrebbe rientrare in Tibet.”… Questa strada (la Via di Mezzo) non ha finora avuto alcun effetto sul nostro vero obiettivo – ha spiegato il Dalai Lama – che è quello di migliorare la vita dei tibetani all’ interno del Tibet…Il futuro del Tibet deve essere deciso dal popolo del Tibet e non da me come individuo…”.

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