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Made in China le bandiere free Tibet

La polizia cinese ha scoperto una fabbrica nel sud del Paese che produceva per tutto il mondo le bandiere del governo tibetano in esilio, al bando in Cina, ma che compaiono in tutte le proteste anticinesi e per la liberta’ del Tibet che costellano il giro del mondo della fiaccola olimpica verso i Giochi di Pechino 2008. Lo rivela il quotidiano di Hong Kong ‘Ming Pao’ citato dal sito online della Bbc. La fabbrica – dice la bbc – e’ stata scoperta nella provincia di Guagdong e riceveva commesse da tutto il mondo. Ma i dipendenti si sono difesi dicendo di aver ignorato il significato del vessillo, che per loro era solo una ”bandiera colorata”. Alcuni hanno raccontato al giornale di essersi tuttavia insospettiti vedendola comparire in tv quando venivano mostrate le proteste e di aver fatto delle ricerche su internet. Migliaia di bandiere tibetane – racconta il quotidiano – erano gia’ state imballate, pronte per essere spedite all’ estero. La polizia cinese teme che molte possano essere portate in segreto a Hong Kong per qualche clamorosa protesta filo- tibetana ”in casa” e ha iniziato a perquisire automobili nella regione economica speciale di Shenzhen e nella zona di Hong Kong. La bandiera tibetana, nota come ”Vessillo del leone delle nevi”, mostra un sole levante che emette raggi rossi e blu e sotto due leoni bianchi. Introdotta come bandiera nazionale nel 1912, fu messa al bando dalla Cina dopo l’invasione del 1950.

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Mano dura di Pechino, 30 condanne. E la fiaccola entra domani in Cina

Il governo di Pechino ha dimostrato oggi la sua mano dura nei confronti delle manifestazioni in Tibet dello scorso marzo. Il tribunale di Lhasa ha condannato 30 attivisti tibetani, tra laici e monaci, per le manifestazioni anti cinesi. Il governo di Pechino li accusa di aver ucciso 18 civili, e di aver partecipato ai moti durante i quali sono andati distrutti o seriamente danneggiati cinque ospedali, sette scuole, 120 case e 908 negozi, per un totale di 22 milioni di euro. Le condanne inflitte vanno da un minimo di tre anni all’ergastolo. In particolare, un monaco ed un autista sono stati condannati al massimo della pena, in quello che si preannunzia il primo di una serie di processi. Ed e’ battaglia tra il governo tibetano in esilio e Pechino sulle cifre delle vittime degli scontri del marzo scorso. Secondo la Central Tibet Administration, il governo tibetano in esilio in India, sarebbero 203 i morti, oltre 1000 feriti e 5715 arrestati in Tibet dal 10 marzo scorso, data di inizio delle proteste a Lhasa, al 25 aprile. Più basse invece le stime riportate dai media cinesi: secondo la stampa ufficiale di Pechino, i morti sarebbero in tutto 23 contro i 19 di Lhasa Radio. I feriti 917, 405 per la radio; gli arrestati 2226 per la stampa cinese mentre 1397 per la radio della capitale tibetana. Oggi Pechino, che insiste nell’indicare nel Dalai Lama il responsabile di tutti gli incidenti, ha di nuovo invitato il leader tibetano a scegliere la via del dialogo aver auspicato un incontro formulato la settimana scorsa. Nessuna risposta da Dharamsala, dove ieri il Dalai ha tenuto una giornata di preghiera per le vittime degli scontri. Il Dalai Lama si è sempre dichiarato disponibile ad un incontro e il suo entourage ha fatto sapere venerdì di attendere ufficialmente l’invito. Ed intanto oggi e’ passata indenne anche per Ho Chi Min la torcia olimpica, nel suo ultimo tratto di giro del mondo, prima di entrare domani in Cina. Nell’ex capitale del Vietnam, 60 tedofori hanno portato la torcia per una decina di chilometri fino allo stadio nei pressi dell’aeroporto. La fiaccola e’ stata scortata nell’ex Saigon da centinaia di agenti a piedi, in motocicletta, auto e minivan, in due ali di folla festante, molti dei quali cittadini cinesi. La citta’ del sud del Vietnam, infatti, ospita una grande comunita’ cinese anche in ossequio agli ottimi rapporti fra Hanoi e Pechino. Insieme a questi cinesi, molti vietnamiti, con bandiere rosse, striscioni e magliette che inneggiavano alla Cina. La staffetta, che ha corso per l’ex Saigon di sera, non ha registrato problemi, accompagnando la fiaccola all’aero che la portera’ ad Hong Kong. Il Vietnam, su spinta cinese, si era fatto promotore di un repulisti di manifestanti pro Tibet nei giorni scorsi, bloccando e cacciando dal paese anche alcuni stranieri. La stessa cosa e’ avvenuta anche ad Hong Kong, dove domani la fiaccola, ad esattamente cento giorni dall’inizio dei giochi, fara’ la sua prima tappa cinese. Nell’ex colonia inglese saranno oltre 3000 gli agenti che assicureranno il passaggio del sacro fuoco di Olimpia che dopo Macao fara’ tappa in Tibet. Il governo tibetano in esilio ha oggi inviato una lettera al Comitato Olimpico Internazionale chiedendo di impedire il passaggio della torcia in Tibet. Secondo il comunicato della CTA, ”molti tibetani sono stati uccisi e arrestati a causa della brutale e violenta soppressione delle manifestazioni pacifiche tibetane. Se la torcia passera’, sara’ un insulto e mancanza di rispetto ai tibetani che continuano a subire torture fisiche e mentali”. Il governo di Dharamsala tiene a specificare che sia il Dalai Lama che lo stesso governo non si sono mai opposti ai giochi olimpici di Pechino.

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Pechino condanna all’ergastolo i tibetani per le vicende di Lhasa

La giustizia cinese ha condannato martedì 17 persone a pene dai 3 anni di reclusione all’ergastolo per il loro coinvolgimento nelle manifestazioni  anti-cinesi a Lhasa, il 14 marzo scorso”. Lo riferisce l’agenzia Nuova Cina. Le condanne sono state annunciate oggi da un tribunale di Lhasa, capitale del Tibet. Sono le prime emesse dai fatti del 14 marzo. La Cina ha accusato i manifestanti tibetani di aver ucciso 18 civili e un agente di polizia.

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La fiaccola in Corea del Nord, per la prima volta

Migliaia di nordcoreani hanno indossato oggi i vestiti della festa e hanno sventolato bandiere cinesi per il passaggio della fiaccola olimpica dal loro paese, per la prima volta nella storia. La corsa del simbolo delle Olimpiadi da Pyongyang, la spettrale capitale del paese, disseminata di enormi monumenti che cantano la Gloria di quello che la propaganda chiama il ”paradiso dei lavoratori” e che secondo i gruppi per i diritti umani e’ uno dei paesi piu’ repressivi del mondo, dove migliaia di persone vengono imprigionate per reati di opinione, e’ durata cinque ore e si e’ svolta senza incidenti. Nella capitale della Corea del nord non e’ stato necessario schierare migliaia di poliziotti come nelle precedenti tappe dove da Londra e Parigi, da San Francisco a Canberra e a Seul, migliaia di tibetani e di attivisti dei diritti umani hanno contestato la repressione di Pechino nel Tibet e hanno denunciato le violazioni dei diritti umani nel paese che in agosto, ospitera’ i Giochi Olimpici. La fiaccola – che tra gli altri e’ stata portata da PakDo-ik, il calciatore dilettante che segno’ il gol che nei campionati del mondo del 1966 costo’ l’ eliminazione all’ Italia – e’ partita dal monumento alla Juche, l’ ideologia dell’ autosufficienza elaborata dal fondatore della Corea del Nord Kim Il-sung. Kim, chiamato da tutti i nordcoreani il Grande Leader, e’ morto nel 1994 ed e’ stato nominato ”Presidente eterno” e da allora e’ oggetto di un culto semireligioso da parte dei suoi concittadini. Creando la prima dinastia comunista della storia, gli e’ succeduto il figlio Kim Jong-il, soprannominato il Caro Leader dalla propaganda del Partito dei Lavoratori, il partito unico al potere. La Torre della Juche sorge altissima sulle rive del fiume Taedong. Sulla sua cima brilla una finta fiamma, che la notte e’ una delle poche luci di Pyongyang. Da qui, tra due enormi ali di folla festante, la fiaccola e’ partita verso nord, attraversando il fiume sul ponte di Okryu. La corsa si e’ protratta per i venti chilometri che separano la Torre dallo Stadio Kim Il-sung, alla periferia nord della capitale, passando prima davanti all’enorme statua di bronzo del Grande Leader, davanti al Museo della Rivoluzione e alla Sala dell’Assemblea Nazionale, una replica in chiave futuristica di quello che sorge su piazza Tienanmen a Pechino. Fino all’ultimo e’ stata in forse la presenza di Kim Jong-il, non nuovo ad apparizioni improvvise e a colpi di teatro. Il Caro Leader invece non si e’ visto. Soldati nelle loro uniformi verde oliva e grandi cappelli rotondi hanno suonato trombe e tamburi, migliaia di donne nei vestiti tradizionali delle coreane e di uomini vestiti di nero hanno ballato. Centinaia di ragazze hanno compiuto evoluzioni sulle biciclette a una ruota, e altrettanti ragazzi hanno dato una dimostrazione collettiva della loro abilita’ nel taekwondo. Finite le celebrazioni, per ore giovani e meno giovani sono rimasti per le strade, continuando a ballare e ad accennare mosse di lotta. I volontari ed i poliziotti cinesi che hanno accompagnato la fiaccola nel suo avventuroso viaggio intorno al mondo sono apparsi finalmente rilassati. Oggi stesso sono partiti per Ho Chi Minh City, la ex Saigon, in Vietnam. Poi verranno le tappe di Hong Kong (dove si annunciano nuovo proteste) e Macao. Da qui, il 4 maggio, la fiaccola sbarchera’ finalmente in territorio amico, sulla isola cinese di Hainan.

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La fiaccola a Seoul, proteste e scontri

Gli scontri e le proteste a favore del Tibet sono andate in scena anche a Seul, dove il passaggio della fiaccola olimpica fa balzare su scala internazionale la questione dei rifugiati in Cina della Corea del Nord, che domani accogliera’ con grandi festeggiamenti il simbolo delle Olimpiadi. Un nordcoreano che aveva con se’ un contenitore pieno di materiale infiammabile ha tentato a meta’ del percorso della fiaccola di darsi fuoco per protestare contro Pechino e l’ipotizzato giro di vite sui rifugiati che, una volta rimpatriati, devono fare i conti con le durissime sanzioni del regime comunista. Sembra che Son Jong Hook, questo il nome dell’uomo salvato dalla polizia appena in tempo, avesse promosso da tempo una campagna di sensibilizzazione a favore di suo fratello condannato a morte da Pyongyang. Egli ha voluto chiedere ancora l’aiuto della comunita’ internazionali per suo fratello sul quale pende la pena capitale per spionaggio dopo che i due si erano incontrati in Cina segretamente. La questione nordcoreana ha preso piede gia’ in avvio di staffetta, quando poco dopo aver lasciato il Parco Olimpico di Seul costruito per ricordare i giochi estivi del 1988, la fiaccola e’ stata oggetto di un primo attacco di un manifestante che ha provato a srotolare uno striscione e chiedere migliori condizioni di vita per i nordcoreani che trovano rifugio in Cina. Le proteste, che hanno accompagnato la staffetta durante tutti i 24 chilometri del percorso protetto da almeno 8mila poliziotti in tenuta antisommossa, hanno generato finora, in base al bollettino provvisorio, alcuni feriti e tre arrestati. I manifestanti pro Tibet, man mano che ci si avvicina ai confini della Cina, sono in deciso calo. Sono aumentati i sostenitori di Pechino: decine di migliaia di cinesi, con tanto di bandiere rosse, hanno inneggiato ai giochi, con slogan come ‘niente politica, ma solo olimpiadi’, oppure contro il Tibet indipendente, rilanciando lo slogan ‘Cina unita’. Malgrado il cordone di sicurezza messo in piedi dalle autorita’ di Seul, le due fazioni sono entrate in contatto, con scontri fisici e lanci di bottiglie d’acqua e pietre. Archiviato il passaggio di Seul, la fiaccola fara’ tappa domani, per la prima volta nell’era delle olimpiadi moderne, a Pyongyang, dove arrivera’ in aereo gia’ in serata. Tutto e’ gia’ pronto nella capitale nordcoreana, dove il governo, data per scontata l’assenza assoluta di contestazioni, ha gia’ annunciato che ci saranno ”veri festeggiamenti e una accoglienza spettacolare”. Anche per riconoscenza verso il Paese che, dopo la rottura con la Corea del Sud, assicura generi alimentari di prima necessita’ e aiuti umanitari. Pyongyang, ha riferito l’agenzia Nuona Cina, ”sta facendo grandi sforzi per l’arrivo della fiaccola”

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La fiaccola in Giappone tra lanci d’uova

E’ passata indenne anche per il Giappone la torcia olimpica nel suo viaggio di polemiche intorno al mondo. La tappa di Nagano del sacro fuoco di Olimpia ha si scatenato le proteste di diversi gruppi giapponesi, accorsi a manifestare contro la Cina per motivi diversi, ma non ha creato i disordini che si erano visti in occidente. Dopo le manifestazioni e gli scontri di Londra, Parigi e San Francisco, dopo le tappe blindate e senza pubblico di Islamabad e New Delhi, dopo le staffette tranquille di Tanzania e Thailandia, in Giappone gli organizzatori si aspettavano qualche protesta in più. Il governo di Tokio aveva assicurato a quello di Pechino, con il quale in verità i rapporti non sono del tutto idilliaci, che non ci sarebbero stati problemi. E così è stato. Alla fine si sono contati cinque arresti, qualche uova lanciata all’indirizzo dei tedofori e manifestazioni non violente. 3000 gli agenti del paese del sol levante a controllare il percorso di 18 km della fiaccola olimpica. Fra loro non c’erano, come accaduto negli altri paesi, i reparti speciali cinesi, Tokyo non ha voluto ingerenze. Ma c’erano, come dovunque, diversi cinesi, portati a forza (un paio di centinaia viaggiano nel boeing con la fiamma dipinta sulla carlinga che accompagna la fiaccola nel suo tour mondiale) dalle aziende cinesi che operano in Cina. Bandiere rosse hanno salutato la fiaccola, scortata da oltre centro agenti, di cui 5 in tenuta speciale antisommossa, a formare un muro risultato invalicabile, e gli altri 3.000 mobilitati ai margini del tragitto, più agenti in moto e un furgone a fare da ariete davanti al corteo olimpico. La fiaccola, partita in leggero anticipo dal blindatissimo parcheggio a poche centinaia di metri dal tempio di Zenkoji perchè i monaci buddisti si erano rifiutati di ospitarla per solidarietà con i “fratelli tibetani” (ai quali hanno dedicato una sessione di preghiere), è pressochè sparita agli sguardi della folla accorsa comunque numerosa (malgrado i temuti disordini) a seguire la manifestazione, risucchiata dal cordone di sicurezza. Da una parte almeno tremila cinesi, in gran parte studenti con tanto di bandiera rossa, accorsi in favore di Pechino 2008 (5mila secondo l’agenzia Nuova Cina) e, dall’altra, i sostenitori del Tibet libero e della causa degli uighuri, la provincia occidentale autonoma dello Xinjiang (compresa tra Mongolia e Tibet) che chiede l’indipendenza da Pechino. In aggiunta, al grido di “via i cinesi” dal Sol Levante, sono scesi in campo gli estremisti di destra giapponesi esibendo il proprio miglior repertorio, anche fisico, “contro l’imperialismo comunista della Cina”. Ma il tutto si è svolto senza particolare problemi, diverse centinaia di manifestanti si sono fermati dinanzi al tempio di Zenkoji a protestare in silenzio. Senza successo i pochissimi attacchi diretti alla fiaccola olimpica, che hanno ottenuto l’unico risultato di rallentare leggermente la cerimonia. Un uomo ha scagliato due oggetti contro la torcia quando un attore giapponese era impegnato all’inizio della staffetta come tedoforo. Un altro ha lanciato un uovo (ed è finito in manette) e un altro ancora, in possesso di una bandiera tibetana, ha tentato senza successo di forzare il cordone di sicurezza ed è stato arrestato. La fiaccola ora è diretta a Seoul, poi in Corea del Nord e poi in Vietnam. Qui la polizia ha fatto sapere di aver arrestato oggi un americano che stava organizzando proteste anticinesi. Dopo sarà la volta dell’ingresso in Cina, con la tappa in Tibet e la scalata all’Everest, ricche di suggestione ma anche potenzialmente molto pericolose.

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Dalai: si al dialogo con la Cina, purchè serio

Disponibile ad un incontro con la Cina purche’ il dialogo ”sia serio”. Questa la risposta oggi del Dalai Lama, al suo rientro in India dal viaggio negli Stati Uniti, all’offerta di un incontro in tempi ravvicinati con suoi emissari fatta ieri dalla Cina e salutata subito con favore dall’Ue, dagli Stati Uniti e da singoli paesi europei come Francia, Gran Bretagna e Germania. ” Anche se non abbiamo ancora avuto informazioni precise da Pechino, e’ una buona cosa parlare – ha detto il Dalai Lama incontrando in aroporto i cronisti – Vogliamo pero’ discussioni serie su come placare i risentimenti dei tibetani e un esame approfondito del problema Tibet. Un incontro mirato solo a tranquillizzare l’opinione pubblica internazionale non servirebbe” ha detto incontrando in aeroporto i cronisti. Gia’ ieri il portavoce del leader tibetano, Tenzin Takla, aveva anticipato la disponibilita’ del premio Nobel per la Pace. Una disponibilita’ mai ritirata, e piu’ volte reiterata negli ultimi tempi, come riconosciuto da Pechino nell’annuncio di ieri trasmesso dall’agenzia di stampa ufficiale ‘Nuova Cina’. Il Dalai Lama, incontrando la settimana scorsa negli Stati Uniti gruppi di studenti cinesi, si era intrattenuto con loro a parlare della situazione in Tibet, insistendo sul fatto che la piena verita’ su quanto accaduto non e’ ancora venuta alla luce. Ieri sera anche il primo ministro del governo tibetano in esilio in India si era dichiarato favorevole, purche’ la stampa cinese cessasse i suoi attacchi contro il Dalai Lama e lo riconoscesse come attivamente impegnato nella ricerca di una soluzione pacifica della crisi. Una richiesta solo parzialmente accolta. Oggi molti giornali cinesi hanno continuato a criticare per i suoi atteggiamenti ”secessionisti” la ”cricca” del Dalai Lama, ignorando o facendo finta di ignorare l’agenzia ”Nuova Cina” che ieri nel comunicato non aveva piu’ usato il termine ”cricca”. Il ‘Quotidiano del Popolo’, organo del partito comunista cinese, ad esempio, scrive che ”la cricca del Dalai (Lama) ha seriamente violato gli insegnamenti fondamentali del buddhismo, minando alla base il normale ordine del buddhismo tibetano e rovinando la sua reputazione”. Per i tibetani, comunque, e’ un segnale importante che l’invito rivolto dalla Cina sia arrivato il 25 aprile, giorno del compleanno del Panchen Lama. Ieri infatti, Gendum Choeky Nyima, undicesimo Panchen Lama, compiva diciannove anni. Ne aveva sei, quando nel 1995 fu rapito dopo essere stato riconosciuto come incarnazione del Buddha. Da allora non si hanno piu’ notizie di lui e Pechino ha scelto un ‘suo’ Panchen Lama, per educarlo , secondo i tibetani in esilio, e farne una figura di comodo in grado, alla morte dell’attuale Dalai Lama, di subentrargli nel titolo. All’epoca del rapimento, Amnesty International lo defini’ il ”il piu’ giovane prigioniero politico del mondo”. Panchen Lama e’ il titolo che i tibetani conferiscono alla seconda piu’ importante personalita’ del Tibet dopo il Dalai Lama. Per tradizione, dopo la sua morte, il Dalai Lama ne riconosce la reincarnazione. Cosa che avviene anche con il Panchen Lama, in caso di morte del Dalai Lama.

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La Cina apre ad un incontro con il Dalai

Con una improvvisa svolta che ha coinciso con il vertice tra Cina ed Unione Europea, Pechino si é dichiarata oggi disposta a colloqui con gli emissari del Dalai Lama, il leader tibetano e premio Nobel per la Pace che dal 1959 vive in esilio in India. Dall’inizio della rivolta tibetana, il 10 marzo scorso, il dialogo con il leader esiliato era stato indicato da Europa e Stati Uniti come la possibile via d’uscita dalla crisi, che per la Cina ha significato crollo d’immagine a pochi mesi dalle Olimpiadi di Pechino. “Considerate le ripetute richieste da parte del Dalai (Lama) per la ripresa dei colloqui, il dipartimento responsabile del governo centrale avrà nei prossimi giorni contatti con i rappresentanti privati del Dalai (Lama)”, ha scritto l’agenzia ‘Nuova Cina’ citando un anonimo funzionario. “Ci si augura che attraverso i contatti e le consultazioni il Dalai (Lama) prenderà iniziative credibili per fermare le attività volte a dividere la Cina e che smetta di disturbare e sabotare i Giochi Olimpici di Pechino in modo da creare le condizioni per il dialogo”, ha aggiunto l’agenzia. Lo stesso annuncio è stato ripetuto nel telegiornale della sera della televisione di Stato, la Cctv, che viene vista anche in Tibet. Dall’India, un portavoce del leader tibetano ha detto di non aver ricevuto comunicazioni ma, ha aggiunto, se dalla Cina “verrà un invito siamo pronti ad accettarlo”. La sorpresa è arrivata poco la conclusione dei colloqui sulla “cooperazione strategica” tra due maxi-delegazioni di Cina e Unione Europea guidate rispettivamente dal primo ministro Wen Jiabao e dal presidente della Commissione Ue, José Manuel Barroso. Incontrando i giornalisti nella Sala dell’Assemblea del Popolo a Pechino, Wen si era limitato a dire di aver parlato del Tibet col suo ospite, mentre Barroso si era sbilanciato affermando di aspettarsi “presto, delle novità positive”. Nessuno si aspettava che sarebbero venute così presto. Barroso si è dichiarato “molto felice” dell’annuncio. Reazioni positive sono venute da dal presidente francese, Nicholas Sarkozy, che sarà presidente Ue durante le Olimpiadi, da Washington, Londra e Berlino. In tutta le vicende delle passate sei settimane – dall’inizio delle proteste in Tibet, alle violenze contro gli immigrati cinesi del 14 marzo, dalle manifestazioni durante la staffetta della fiaccola olimpica alle manifestazioni anti-occidentali di giovani cinesi – Pechino era rimasta sorpresa dalle durezza delle reazioni dell’Europa, di solito più diplomatica degli Usa nelle sue prese di posizione verso i problemi delle minoranze etniche e religiose della Cina. Non ci sono date fissate, né alcuna certezza che i colloqui producano risultati accettabili dalle due parti. La Cina e il Dalai Lama si sono già parlati in passato. L’ultima, lunga tornata di discussioni si è svolta in sei tappe tra il 2002 ed il 2007 e non ha mai superato lo stadio di “colloqui sui colloqui”, anche se sia i partecipanti cinesi che quelli tibetani ne avevano parlato in modo positivo. La rottura è avvenuta all’improvviso e senza che siano state date spiegazioni. Subito dopo è partita una violenta campagna di propaganda contro il Dalai Lama, che si è intensificata dopo l’ inizio delle proteste anti-cinesi e ha raggiunto il suo culmine quando il segretario del Partito Comunista del Tibet Zhang Qingli lo ha definito “un lupo travestito da monaco”. Ma che Pechino si sentisse veramente minacciata da “forze oscure” è stato chiaro quando per la prima e unica volta, ricevendo il 12 aprile il premier australiano Kevin Rudd, il presidente Hu Jintao ha sostenuto che quello del Tibet è esclusivamente un problema di “integrità territoriale della Cina”. Da un mese e mezzo i giornali cinesi sono ricchi di articoli nei quali si sostiene che la rivolta in Tibet è il frutto di un complotto di alcuni politici, forse di alcuni governi occidentali per staccare la regione dalla Cina usando come teste di ponte lo stesso Dalai Lama e alcune organizzazioni non governative, come le americane National Endowment for Democray (Ned, governativa) e Trace (fondata da Andrea Soros, figlia del finanziere George Soros), oltre alla tedesca Friedrich Naumann Foundation.

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Fermato in Nepal scalatore Everest con bandiere Tibet

Le autorità nepalesi hanno bloccato un cittadino americano che voleva scalare l’Everest, perché è stato trovato in possesso di una bandiera tibetana e di uno striscione con la scritta ‘Free Tibet’. Ne danno notizia i media indiani. Lo scalatore americano, membro della Eco-Everest Expedition 2008, è stato fermato dalla polizia e rimandato a Kathmandu. Il governo tibetano ha dispiegato 25 agenti sul campo base dell’Everest per evitare manifestazioni di protesta durante il passaggio della fiaccola previsto per gli inizi di maggio. Il ministero degli interni ha intanto smentito che sia stato dato l’ordine di sparare ai militari per contrastare le proteste anti cinesi. Il portavoce del ministero ha però specificato che tutte le proteste anti cinesi sono state proibite e che il governo ha deciso di usare la mano pesante.

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Governo nepalese invia agenti e militari sull’Everst, autorizzati a sparare contro manifestanti pro Tibet

Il governo nepalese ha inviato personale militare sull’Everest in vista dell’arrivo della torcia olimpica, per sedare manifestaizoni di protesta. Lo riferisce la stampa nepalese. Il portavoce del ministero degli interni di Kathmandu, Mod Raj Dotel, ha annunciato che 25 tra poliziotti e militari hanno gia’ raggiunto il Camp II, a 6500 metri sul livello del mare, nel versante nepalese della montagna piu’ alta del mondo, nella regione di Khumbu. I 25 hanno con loro armi e attrezzature e, ha spiegato Dotel, sono autorizzati ad aprire il fuoco se le propteste contro la Cina diventassero violente e andassero fuori controllo nella regione dell’Everest. Il portavoce, che ha spiegato che per il Nepal il Tibet e’ parte della Cina, ha aggiunto che se le forze dispiegate si sentiranno insufficienti, Kathmandu e’ pronta ad inviare altri uomini sul posto. Per assicurare un passaggio tranquillo alla fiaccola, il Nepal ha imposto restrizioni alle scalate alla vetta piu’ alta del montdo tra il primo e il 10 di maggio. Agli scalatori non sara’ permesso arrivare piu’ in alto del Camp II e ufficiali di polizia accompagneranno tutte le spedizioni per essere sicuri che nessuno arrivi piu’ in alto prima del 10 maggio. Secondo l’associazione montanara del Nepal, 500 stranieri sono in viaggio in questo periodo per raggiungere gli 8848 metri della vetta dell’Everst. La torcia e’ prevista in Tibet dal 19 al 21 giugno, ma un’altra torcia, con diverso combustile, sara’ portata tra il primo e il 10 maggio sulla vetta dell’Everest da un team di scalatori cinesi.

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