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Per i detenuti indiani, una settimana in suite con le mogli

Il governo dello stato indiano del Punjab, nell’India settentrionale, sta pensando di consentire periodicamente ai detenuti per condanne pluridecennali, vacanze di una settimana con le proprie mogli in apposite suite, predisposte nei locali del carcere. Lo riporta il giornale indiano The Indian Express, secondo il quale il governo del Punjab vorrebbe venire incontro alle normali necessita’ dei detenuti, in quanto esseri umani. La decisione avrebbe poi anche finalita’ sociali in quanto la lontananza forzata dalla famiglia e soprattutto dalle mogli comporterebbe nei detenuti maggiore violenza e il diffondersi di fenomeni come la sodomia. ”I prigionieri che terranno un buon comportamento e che abbiano scontato gia’ almeno i tre quarti della loro pena – ha spiegato il direttore generale delle carceri del Punjab, Jagjit Singh – potranno utilizzare questo sistema. Stiamo predisponendo dei cambiamenti nel manuale carcerario del 1894. Questo sara’ di aiuto ai detenuti che potranno rilassarsi e stare con le loro mogli”.

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A quattro anni passa 50 giorni in carcere con detenuti adulti

Ha solo quattro anni ma ha gia’ passato 50 giorni in prigione. E’ accaduto nello stato indiano dell’Orissa, nell’India centrale. La piccola Kandhai Sahoo, dopo l’arresto di suo padre Trilochan e dei suoi nonni paterni, accusati di aver ucciso la madre, una donna di 25 anni, non aveva nessun altro posto dove andare e cosi’ i giudici indiani avevano deciso che venisse anche lei portata in carcere, dove almeno avrebbe potuto stare col padre. Per 50 giorni la bimba ha mangiato lo stesso cibo destinato agli altri detenuti e, non avendo un letto, ha dormito sul pavimento. La notizia dell’ ”arresto” di Kandhai ha suscitato le reazioni di numerosi movimenti per la tutela dei minori che hanno alla fine spinto le autorita’ a rilasciare la bambina, affidata ora alle cure della nonna materna.

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Giancarlo Siani, martire di camorra ma anche dei giornali

Il 23 settembre del 1985, killer della camorra uccisero Giancarlo Siani. Potete leggere la sua storia dovunque, c’è anche un bel libro, L’Abusivo, che racconta la sua storia. Chi, come, e quando l’hanno ucciso e’ storia nota, rintracciabile in rete. All’epoca del processo, io ho seguito tutte le udienze. Lavoravo per Metropolis, non me ne sono persa una. Fui picchiato e minacciato fuori dal tribunale da amici di coloro che stavano nelle “gabbie” dell’aula bunker del carcere di Poggioreale dove si teneva il processo. Non ho perso neanche una udienza, ricordo ancora il pubblico ministero, Armando D’Alterio, la sua professionalità. Ricordo gli avvocati, ricordo lo sguardo feroce che mi rivolse il boss dei Valentini (clan di Torre Annunziata) Valentino Gionta quando il fotografo di fianco a me gli scattò una foto e lui pensò fossi stato io. Ricordo ancora il brivido che mi percorse la schiena quando quegli occhi mi freddarono. Non entro nel merito della sentenza. Dico solo che per me non è stata chiarita tutta la verità perché io credo, a differenza di quello che sia stato definito nella sentenza, che la camorra l’abbia ucciso su richiesta della politica e non su sua iniziativa. Ma queste sono altre storie. Quello che mi interessa sottolineare è che Giancarlo Siani a 26 anni era un abusivo, ma che trattava comunque fatti e notizie importanti. Come ho fatto e continuo a fare io (senza volermi paragonare a lui, al suo sacrificio), come fanno migliaia di colleghi. Giancarlo dovrebbe essere un esempio. Che non ci siano più omicidi di camorra, che le parole non vengano più interrotte con la forza, mi sembra che sia normale, auspicarlo mi sembra banale. Che invece non esistano più abusivi come Giancalo mi sembra una cosa che dovrebbe essere presa in considerazione e che invece non lo è per niente.

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