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Hacker cinesi attaccano sistemi sicurezza indiani

Hacker cinesi hanno provato a penetrare nei computer del consulente indiano alla Sicurezza Nazionale, M K Narayanan. Lo ha rivelato lo stesso responsabile della sicurezza indiana a Londra, dove è in visita. L’attacco sarebbe stato portato il 15 dicembre scorso, nello stesso giorno nel quale furono presi di miria il ministero americano per la difesa, enti e sistituzioni finanziare di tutto il mondo, società tecnologiche come Google. La Cina ha ovviamente smentito di avere un ruolo nella cosa. Come già in passato, gli hacker hanno inviato email con allegati virus. Gli indiani sono sicuri che gli attacchi sono partiti dalla Cina, ma Pechino smentisce “è una cosa illegale in Cina”, ha detto il portavoce del ministro degli esteri cinese. Ma Narayan teme che attacchi possano arrivare anche dal Pakistan, dal momento che, secondo lui, il governo pachistano non ha fatto nulla per smantellare le “strutture del terrore”. La cosa comica è che, soprattutto grazie a persone tipo Hopeman, l’India è conosciuta anche per ospitare i più bravi ingegneri informatici del mondo. Sarà. Tuttoqua e Bixx non la pensano così.

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Un cartone napoletano contro le violenze in Tibet

Viaggerà sulla rete, ma anche sui cellulari e nelle sale cinematografiche: parte da Napoli domani, giorno dell’apertura delle Olimpiadi di Pechino, la diffusione di ‘Chances’ un corto animato lanciato dall’associazione ‘Napoli per il Tibet’ e dalla casa di produzione Tilapia. Da un’idea di Luciano Stella, imprenditore cinematografico e presidente della Film Commission regione Campania, e di Nicola Barile di Tilapia, il corto di 2 minuti e 30 secondi si può scaricare da domani sera sui siti dei promotori e su quello del cinema Modernissimo di Napoli che lo proporrà prima di ogni spettacolo per tutta la durata dei Giochi. “L’obiettivo è coinvolgere quante più persone alla sua diffusione, partendo dal mondo del cinema e della cultura per raggiungere ogni ambiente, ogni paese”, spiega Stella. Nel corto animato un carro armato inalbera la bandiera olimpica e procede minaccioso. D’un tratto il carrista dai tratti chiaramente orientali scorge una figura in lontananza: un piccolo lama tibetano. La macchina bellica, sferragliando, arriva a pochi passi dal bambino ed è costretta ad arrestarsi, per non travolgerlo. La torretta si apre ed il carrista, impugnando la fiaccola olimpica, intima al piccolo tibetano di togliersi dalla strada. Ma il lama, con espressione dolce, non obbedisce. Il carrista, spiazzato, riflette per un attimo, poi scende, portando con sé fiaccola e bandiera, che offre al bambino. Il lama ne fa un aquilone che scambia con la fiaccola; i due, con aria complice e soddisfatta, si avviano insieme, uscendo dall’inquadratura. Resta solo il carro armato, col borbottio del suo motore, che infine si spegne.

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La fiaccola in una Lhasa deserta

In una Lhasa semideserta, con i negozi chiusi e la popolazione costretta a rimanere nelle case, si e’ svolta oggi senza incidenti la piu’ delicata tappa della corsa per la Cina della fiaccola olimpica. La staffetta e’ durata in tutto due ore al termine delle quali il segretario del Partito Comunista della Regione Autonoma del Tibet Zhang Qingli ha affermato che ”la bandiera rossa con le cinque stelle sventolera’ sempre nel cielo del Tibet”. Parlando al telefono da Londra Matt Whitticase della Free Tibet Campaign ha ribattuto che il Tibet ”non ha bisogno di questa retorica da Rivoluzione Culturale” ma ”del tipo di autonomia chiesta dal Dalai Lama”, il leader tibetano che vive in esilio che e’ stato accusato dalla Cina di aver orchestrato le proteste anticinesi dei mesi scorsi che il 14 marzo sono sfociate in violenze contro gli immigrati cinesi proprio a Lhasa. Residenti hanno riferito che solo a poche persone autorizzate e’ stato consentito di seguire il percorso della fiaccola, circa undici chilometri tra la residenza estiva del Dalai Lama, il Norbulingka, e il palazzo del Potala, tradizionale sede dei sovrani tibetani. Tutti i negozi sono rimasti chiusi e le strade vicine erano vuote. Alcuni residenti della citta’ hanno affermato di essere stati costretti a rimanere nelle loro case. Prima dell’ inizio della staffetta, alla quale sono stati inviati pochi giornalisti selezionati dalle autorita’ cinesi, un alto dirigente locale, Qin Yizhi, ha affermato che il passaggio della fiaccola da Lhasa ”infiammera’ ulteriormente lo spirito patriottico del popolo” ed ha aggiunto che la situazione e’ ”tornata alla normalita”’ dopo le violenze di marzo, nelle quali sono morte alcune decine di persone. Qin non ha precisato quando il Tibet, chiuso da marzo, sara’ riaperto per turisti e giornalisti stranieri. Il programma originario della staffetta prevedeva un passaggio di tre giorni dal Tibet ma e’ stato modificato dopo il devastante terremoto che ha colpito la regione del Sichuan il 12 maggio, causando la morte di circa 70mila persone. La staffetta e’ stata sospesa per tre giorni in segno di lutto e modificata in modo che la fiaccola passi dalle aree terremotate subito prima di arrivare a Pechino per l’ apertura delle Olimpiadi, l’ 8 agosto. Ieri sera, la Cina ha annunciato che 1.157 delle persone arrestate per le proteste di marzo sono state rilasciate e che 41 sono state condannate, senza specificare quali pene siano state loro inflitte. Le autorita’ non hanno fornito notizie sulla sorte delle migliaia di tibetani fermati dalla polizia nei mesi seguenti che, secondo i gruppi tibetani in esilio, sarebbero state migliaia. Dopo i fatti di Lhasa le proteste si sono infatti estese a tutto il Tibet e sono proseguite almeno fino alla fine di maggio causando la morte, secondo i gruppi di esiliati tibetani, di oltre duecento persone. La Cina sostiene che i morti sono stati 22, tutti civili cinesi e poliziotti uccisi dai manifestanti tibetani. Pechino accusa il Dalai Lama, il leader tibetano che vive in esilio dal 1959, di aver organizzato le proteste con l’ obiettivo di ottenere l’ indipendenza del Tibet. Il Dalai Lama ha respinto le accuse e ha affermato che chiede per il Tibet una ”vera” autonomia all’ interno della Repubblica Popolare Cinese. Intanto, un gruppo di attivisti tibetani e indiani ha manifestato oggi a Dharamsala, la citta’ indiana dove ha sede il governo tibetano in esilio, per protestare contro il passaggio della torcia olimpica a Lhasa, accusando la Cina di ”usare i giochi olimpici come strumento per legittimare il proprio controllo sul Tibet”. I manifestanti, avvolti in grandi bandiere tibetane, hanno marciato oggi lungo le strade di Dharamsala urlando slogan come ”Free Tibet Now”. ”Siamo completamente contrari all’arrivo della torcia in Tibet – ha dichiarato uno dei coordinatori della protesta di Dharamsala – il passaggio della torcia a Lhasa avviene chiaramente senza nessun supporto e benvenuto da parte della gente del Tibet.”. ”Il governo cinese – ha aggiunto – vuole solo dimostrare che il Tibet e’ parte della Cina e far vedere al mondo un Tibet armonioso, senza tenere in alcuna considerazione il profondo risentimento che nutre il popolo del Tibet”.

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Domani la fiaccola in Tibet tra repressione e oppressione

La fiaccola olimpica passera’ domani da Lhasa, la capitale del Tibet ancora chiusa a tutti gli osservatori indipendenti dopo le manifestazioni anticinesi dei mesi scorsi. Residenti della citta’ riferiscono che i movimenti della popolazione tibetana sono ancora soggetti a stretti controlli e che domani, in occasione del passaggio della fiaccola, alla maggior parte degli abitanti non sara’ consentito uscire dalle proprie case. La presenza per le strade di agenti della Polizia Armata del Popolo, un corpo paramilitare addetto tra l’altro alla repressione delle proteste popolari, e’ aumentata negli ultimi due giorni, aggiungono le fonti. Non e’ chiaro quale sia la situazione nei grandi monasteri di Lhasa, come quelli del Jokang e di Ramoche e quelli che sorgono nei pressi della citta’ come Sera, Drepung e Ganden, dai quali il 10 marzo scorso sono partite le proteste che poi si sono estese a tutto il Tibet, protraendosi almeno fino alla fine di maggio. A Lhasa ed in altre zone del Tibet i monasteri sono controllati da centinaia di poliziotti e soldati che impongono ai monaci le cosidette ”sedute di rieducazione” nelle quali devono rinnegare il loro leader spirituale, il Dalai Lama, che dal 1959 vive in esilio in India. Ieri l’organizzazione umanitaria Amnesty International ha ricordato che sono non meno di mille le persone che sono state arrestate in questi mesi e delle quali non si hanno notizie precise. ”La chiusura totale del Tibet fa si’ che le violazioni dei diritti umani, come gli arresti arbitrari e i maltrattamenti proseguano in silenzio e nella piu’ completa impunita”’, ha affermato Amnesty International. Il programma diffuso oggi dai mezzi d’informazione cinesi prevede che la staffetta parta dai giardini del Norbulingka, la ex-residenza estiva dei Dalai Lama – i leader spirituali e temporali del Tibet prima della conquista cinese – e termini sulla piazza davanti al palazzo del Potala, che domina la citta’. Artisti balleranno e canteranno, afferma il quotidiano China Daily sulla piazza. I tedofori saranno 156 e davanti al Potala avverra’ il ”ricongiungimento” delle due parti della fiaccola, che sono state separate in aprile per consentire ad un gruppo di alpinisti di portarla sulla cima piu’ alta del mondo, quella dell’ Everest, a oltre ottomila metri d’ altezza. Intanto i tribunali tibetani hanno condannato 12 persone coinvolte nei disordini avvenuti nella capitale Lhasa in marzo. Lo ha annunciato l’agenzia cinese Nuova Cina citando il vice presidente del Tibet Palma Trily, e sottolineando che le condanne – la cui entità non è stata precisata – sono state comminate alla vigilia del passaggio della torcia olimpica in Tibet.

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Nessuna notizia su passaggio fiaccola in Tibet

Le autorita’ cinesi hanno continuato oggi a mantenere il silenzio sul passaggio della fiaccola olimpica dalla tormentata regione del Tibet, teatro nei mesi scorsi di manifestazioni anticinesi sfociate in alcuni casi in violenze. La fiaccola e’ passata oggi da Urumqui, la capitale della Regione autonoma del Xinjiang, dove rimarra’ fino a venerdi’ prossimo, facendo ipotizzare che raggiungera’ il Tibet sabato 21 giugno. Severe misure di sicurezza sono state imposte a Kashgar, la citta’ ai confini con Pakistan ed Afghanistan dove in passato sono stati attivi gruppi militanti della minoranza musulmana degli uighuri. Nicholas Becquelin, un attivista di Human Rights Watch basato ad Hong Kong, afferma in una email che ”nei tre mesi passati un divieto totale e’ stato imposto alle attivita’ religiose e ai raduni di piu’ persone al di fuori delle moschee controllate dallo Stato, come grandi celebrazioni per i matrimoni (che spesso implicano, danze, musica e preghiere) e ai pellegrinaggi nei luoghi ritenuti sacri dai musulmani”. Testimoni riferiscono che posti di blocco sono stati istituiti a tutti gli ingressi della citta’ e che e’ stato vietato ai non residenti di visitarla nei giorni del passaggio della fiaccola. Le preoccupazioni piu’ serie continuano a riguardare il Tibet, a causa del gran numero di proteste anticinesi dei mesi scorsi. Dall’ India e’ giunta oggi la notizia che 50 esuli tibetani che partecipavano alla ”marcia del ritorno” e che erano intenzionati ad arrivare ai confini con la Cina nel giorno dell’ apertura delle Olimpiadi, l’ 8 agosto, sono stati arrestati.

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Buon risultato i colloqui con Pechino, presto incontri formali

E’ cominciata a Dharamsala, nel nord dell’India, sede del governo tibetano in esilio, la conferenza stampa dei due inviati del Dalai Lama, Lodi Gyari e Kelsang Gyaltsen, tornati tre giorni fa dalla Cina dove hanno incontrato le autorità di Pechino per discutere di Tibet. Lodi Gyari ha detto che nonostante ci fossero grandi divergenze fra le parti, il dialogo è stato sereno. Gli inviati hanno chiesto a Pechino il rilascio dei prigionieri arrestati durante i moti di Lhasa del marzo scorso così da poter garantire loro assistenza medica, e hanno rigettato le accuse secondo le quali sarebbe il Dalai Lama a organizzare le manifestazioni anti cinesi, confermando che il leader tibetano sostiene le Olimpiadi di Pechino. Gyari e Gyaltesn hanno inoltre chiesto la fine della rieducazione culturale in Tibet che sta totalmente annullando la cultura e le tradizioni tibetane nella regione a scapito di quelle cinesi. Gli inviati hanno parlato di volontà espressa da entrambe le parti di risolvere la situazione. Presto verranno decise le date per altri incontri. Saranno formali i prossimi incontri tra il governo tibetano in esilio e il governo cinese. Lo scrivono in un comunicato i due inviati del Dalai Lama che hanno incontrato lo scorso fine settimana a Shenzen esponenti del goveno di Pechino in colloqui informali, sulla situazione in Tibet dopo i fatti di Lhasa del marzo scorso. ”Nonostante divergenze sostanziali – scrivono Lodi Gyari e Kelsang Gyaltsen – le parti hanno dimostrato volonta’ di trovare un approccio comune. Abbiamo entrambi fatto proposte concrete che faranno parte dell’agenda futura. Come risultato dell’incontro, abbiamo deciso di incontrarci nuovamente per un giro formale di discussioni. La data per il settimo giro di consultazioni sara’ finalizzata presto”. Dal 2002 al 2007 il governo tibetano in esilio e quello cinese si sono incontrati sei volte in modo formale senza giungere a risultati. Intanto il governo cinese è “onesto e sincero” nei colloqui sul futuro del Tibet con i rappresentanti del Dalai Lama, che sono ripresi domenica scorsa dopo un anno di interruzione. Lo ha affermato oggi il portavoce cinese Qin Gang. aggiungendo che Pechino si augura che il leader tibetano mostri “la stessa sincerità”. In un comunicato sull’ incontro avvenuto domenica nel sud della Cina i due inviati del Dalai Lama, Lodi Gyari e Kelsang Gyaltsen , scrivono che “nonostante divergenze sostanziali le parti hanno dimostrato volontà di trovare un approccio comune”. Da quasi due mesi è in corso in Tibet una rivolta anticinese che in alcuni casi è sfociata in violenze. Gli esuli tibetani affermano che almeno duecento persone hanno perso la vita mentre il governo di Pechino parla di 22 vittime, in grande maggioranza cittadini uccisi dai rivoltosi. La stampa cinese ha continuato a rivolgere pesanti attacchi al leader tibetano, accusandolo di aver organizzato le proteste e di puntare, al contrario di quello che dichiara, all’ indipendenza del Tibet.

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La fiaccola sull’Everest e’ una mossa politica

La scalata con la fiaccola olimpica sulla cima dell’Everest è stata denunciata oggi come “una mossa politica per riaffermare il controllo della Cina sul Tibet” dal gruppo tibetano in esilio Students for a Free Tibet (Stf). In un documento inviato via fax ai mezzi d’informazioni stranieri in Cina, Tenzin Dorjee, vice direttore di Stf, aggiunge che “l’ossessione del governo cinese di mettere la fiaccola delle Olimpiadi sulla cima dell’Everest (che è in territorio tibetano) tradisce l’insicurezza della sua presa sul Tibet, che tanto chiaramente è stata sfidata dai tibetani in marzo e aprile”. La fiaccola è stata portata oggi sulla cima più alta del mondo, a 8.848 metri, da un gruppo di 36 alpinisti cinesi, alcuni dei quali di etnia tibetana. Secondo il programma del Bocog, il Comitato organizzatore delle Olimpiadi di Pechino, la fiaccola tornerà a passare dal Tibet il 20 e 21 giugno prossimi. La rivolta tibetana è iniziata il 10 marzo scorso con manifestazioni a Lhasa, capitale della Regione Autonoma del Tibet, e poi si è estesa ad altre zone a popolazione tibetana della Cina. Gli esuli tibetani affermano che almeno 200 persone hanno perso la vita mentre il governo di Pechino parla di 22 vittime, in grande maggioranza cittadini uccisi dai rivoltosi. Fonti tibetane affermano che circa 5.000 persone sono state arrestate, mentre le autorità cinesi non hanno fornito cifre.

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