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Presto nuove case per i baby attori del Milionario

I baby attori del film premio Oscar ”Il Milionario” avranno nuove case dopo che le loro baracche, a Mumbai, sono state demolite dal comune. Lo ha riferito in un comunicato stampa il Maharashtra Housing and Development Authority (Mhada), l’ente dello Stato centrale indiano del Maharashtra dove si trova Mumbai, responsabile dello sviluppo abitativo. Qualche settimana fa, le baracche in cui vivevano Azharuddin Mohammed Ismail e Rubina Ali Qureshi nello slum (baraccopoli) di Garib Nagar, nel quartiere Bandra di Mumbai, sono state abbattute dalle ruspe. Gia’ nel mese di febbraio, il presidente dell’MHADA, Amarjeet Singh Manhas, aveva promesso nuove case ai baby attori, come ricompensa al lustro che avevano recato al paese nel recitare nel film che ha vinto otto premi Oscar. Ma la promessa di Manhas e’ rimasta tale, in quanto, con le imminenti elezioni, avrebbe violato il codice di condotta elettorale. Ora Manhas ha comunicato che l’autorita’ della quale e’ presidente potra’ dare una casa ai due baby attori prima dell’arrivo del monsone. Azharuddin, che nel film interpretava Salim da piccolo e Rubiuna, che invece interpretava Latka da bambina, avevano visto le loro case demolite rispettivamente il 16 e il 20 maggio scorso. Entrambi hanno ricevuto diverse promesse di denaro e aiuti, ma nonostante la fama, continuano a vivere nella baraccopoli e nell’indigenza.

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Abbattute altre case dei baby attori de Il Milionario

Il comune di Mumbai ha abbattuto anche l’altra casa della baby attrice Rubina Ali e la polizia ha picchiato il padre, che cercava di opporsi alle ruspe. La piccola star indiana del film Il Milionario, vincitore di otto premi Oscar, quando e’ stata intervistata e’ scoppiata in lacrime, disperata perche’ non sa dove andare a dormire e perche’ il padre e’ ferito. La settimana scorsa il comune della capitale economica dell’India aveva mandato i bulldozer ad abbattere lo slum di Garib Nagar. Tra le baracche abbattute, anche quella di Azhar, l’altro baby attore del film, e quella della madre naturale di Rubina, subito accorsa sul posto e ripresa dalle telecamere mentre piangeva abbracciando sua madre. Stamattina le ruspe hanno continuato l’opera di demolizione della baraccopoli abbattendo, fra le altre, l’abitazione nella quale Rubina viveva con suo padre e con la seconda moglie di questi, Munni Qureshi, che alla televisione ha denunciato che suo marito e’ stato anche picchiato dalla polizia mentre tentava di bloccare la demolizione della casa. Nonostante il film diretto da Danny Boyle abbia vinto premi e incassato milioni di euro, la vita per i piccoli attori non e’ cambiata e dopo le riprese hanno continuato a vivere nelle baracche dalle quali sono stati scelti per girare il film. Sia il governo del Maharastra che diversi privati avevano promesso una casa ai baby attori che avevano portato lustro all’India. Ma delle case, come anche dei soldi della produzione, non si e’ vista l’ombra e i baby attori protagonisti del film continuano a vivere nello stato di indigenza nel quale si trovavano prima di venire selezionati. Di recente la piccola Rubina era gia’ finita all’attenzione delle cronache quando il settimanale britannico The News of the World ha sostenuto che il padre sarebbe stato disposto a venderla ad una coppia araba per 200mila sterline. Una notizia poi smentita dall’interessato.

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Abbattute le case dei baby attori de Il Milionario

Nonostante la celebrita’ acquisita ad Hollywood per il loro ruolo nel film The Millionaire, i bambini della baraccopoli indiana di Garib Nagar, a Mumbai, stanno vivendo un incredibile dramma perche’ le casupole in cui molti di loro vivevano, sono state rase al suolo oggi su ordine della municipalita’. Azharuddin Ismail M. Shaikh, che nel film di Danny Boyle ha interpretato il ruolo del protagonista da bambino, ha detto in lacrime all’agenzia di stampa indiana Ians che una squadra di funzionari ed operai della provincia e’ arrivata ed ha dato l’ordine di sgombero, senza alcun preavviso. In men che non si dica le ruspe sono entrate in azione ed hanno abbattuto una cinquantina di baracche del quartiere di Bandra East dove vivevano le famiglie di Azharuddin e dell’altra bambina prodigio del film, Rubina Ali Qureshi. Intervistato dall’agenzia, un responsabile del comune di Mumbai, U.D. MIstry, ha spiegato che ”noi abbiamo ricevuto dai nostri superiori l’ordine di eliminare tutto quanto era costruito illegalmente a Bandra East, e lo abbiamo fatto”. Probabilmente, ha concluso, ”anche le case di qualcuno di questi bambini divenuti celebri puo’ essere rimasta coinvolta nell’operazione odierna, ma noi dovevamo eseguire quell’ordine. Prima della stagione dei monsoni (primi di giugno) chi avra’ diritto, sara’ alloggiato altrove”. La spiegazione non ha placato la disperazione di Azharuddin: ”Adesso non sappiamo dove andare. Siamo tutti seduti a terra sotto un sole cocente. Le nostre poche cose sono state buttate fuori dalle baracche e molto si e’ rovinato. Non sappiamo neppure che cosa mangeremo oggi”. Per le famiglie dei due mini-protagonisti del film che ha ottenuto una pioggia di Oscar esiste la speranza di una soluzione piu’ degna. Il premier dello Stato di Maharashtra, Ashok Chavan, ha tempo fa promesso che dopo le elezioni, conclusesi ieri, avrebbe offerto loro nuove case dove abitare. Da quando The Millionaire e’ stato presentato nelle sale, i bambini protagonisti sono stati al centro di numerose polemiche, con accuse di sfruttamento rivolte alla produzione del film ”colpevole” di aver guadagnato cifre astronomiche grazie allo sfruttamento, poco remunerato, dei bambini indiani. Di recente, infine, la piccola Rubina e’ finita all’attenzione delle cronache quando giornalisti del periodico britannico The News of the World ha sostenuto che il padre sarebbe stato disposto a venderla ad una coppia araba per 200mila sterline. Una notizia pero’ poi smentita dall’interessato.

fonte: Ansa

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Rubina Ali dalla polizia per la faccenda della vendita

Sono stati convocati oggi dalla polizia di Mumbai Rubina Ali, la piccola star del film premio Oscar Il Milionario, e suo padre Rafiq Qureshi. I due sono stati interrogati sulla notizia della vendita della bambina in adozione da parte del padre a due falsi sceicchi di Dubai, in realta’ due giornalisti del giornale inglese News of the World. Padre e figlia sono stati chiamati dalla polizia dopo la denuncia della madre naturale della piccola star, Khurshid, che lamenta di non essere stata interpellata nella richiesta di adozione. A quanto riferiscono i media indianni il padre, con l’avallo di Rubina, ha ribadito alla polizia di non aver mai voluto dare in adozione la bambina, che era falso che avesse chiesto soldi alla coppia di sceicchi e che invece ai due aveva solo chiesto un aiuto per il futuro della bambina. Intanto, oltre alla mamma naturale, anche tutti i parenti della bambina, di ogni ordine e grado, hanno bussato alla porta della baracca di Mumbai dove Rubina vive insieme al padre e alla moglie di questi, oltre ad altri parenti. Tutti vogliono spartirsi una fetta della torta del valore della bambina, tutti cercano di guadagnare qualcosa. E cosi’ all’esterno della baracca di Gharib Nagar, nel quartiere di Bandra a Mumbai, si sono creati due partiti fra i parenti, quelli pro madre naturale e quelli che invece sono a favore del padre della piccola attrice. Questi ultimi stanno facendo di tutto per farsi intervistare in televisione e confermare quanto bene stia Rubina con il padre, forse sperando che la realizzazione dell’adozione o di altri progetti legati alla bambina attrice possa portare anche a loro soldi. Rubina intanto e’ stata avvicinata per girare uno spot pubblicitario con Nicole Kidman.

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Baby attrice de Il Milionario in vendita

Rubina Ali

Rubina Ali

Di nuovo dinanzi ai riflettori Rubina Ali, la bambina di nove anni star del film vincitore di otto premi Oscar Il Milionario. Un giornale inglese, News Of The World, ha scritto stamattina, pubblicando anche un video, che il padre della bambina attrice, Rafiq Qureshi, avrebbe tentato di vendere Rubina ad una coppia di sceicchi di Dubai, che in realta’ erano due giornalisti del tabloid britannico. Il padre ha smentito la volonta’ di ‘vendere’ sua figlia, ammettendo di essere stato avvicinato da una coppia di arabi che si erano detti pronti ad adottare la piccola perche’ senza figli. I due falsi sceicchi, si sarebbero visti chiedere prima 50000 pounds e poi, il giorno dopo ad un incontro successivo, 200000 pounds, quasi 230 mila euro. L’aumento era dovuto all’alto valore della bambina che, come ha detto lo zio dell’attrice ai due ”ora e’ una bambina speciale, perche’ e’ una bambina da Oscar”. Rubina, suo padre Rafiq e la sua matrigna Munni, insieme a tutti gli altri membri della famiglia, vivono ancora nello Slum di Garib Nagar, la baraccopoli di Mumbai dalla quale e’ partita fino ad arrivare al red carpet di Hollywood. Rafiq e lo zio Mohaddin Rajan, che ha lavorato come mediatore sia con i talent scout della produzione de Il Milionario sia con i due falsi sceicchi, hanno detto oggi alla televisione indiana che hanno accettato di vedere la coppia venuta da Dubai con l’idea di poter assicurare un futuro alla bambina, secondo loro abbandonata da quelli della produzione. Rafiq ha detto alla televisione, poi subito confermato dalla piccola attrice, che lui e’ stato chiaro con i due arabi, questi potevano aiutare ala bambina e venirla a vedere quando volevano, ma non l’avrebbe mai data in adozione. Lui si e’ detto orgoglioso di sua figlia, ”e’ la mia ragione di vita” ha detto alla televisione NDTV, mentre sua figlia Rubina sulle ginocchia del padre diceva di amare i genitori. Rafiq ha detto che, non capendo cosa dicessero i due arabi, ha risposto sempre di si, e non credeva di creare questa situazione. E non ha perso occasione per denunciare lo stato di abbandono nel quale si trova la sua famiglia nonostante le promesse, poi mai rispettate, della produzione del film premio Oscar. ”Ci avevano promesso soldi, aiuti – ha detto Rafiq alla televisione – invece viviamo sempre nella stessa stanza. Io guadagno al massimo 2 euro al giorno, dormiamo in sette per terra. La produzione ci ha sfruttati e si e’ dimenticata di noi”. L’uomo ha detto di aspettare il termine delle elezioni politiche in corso in India perche’ un politico gli ha promesso una nuova casa, visto che sua figlia ha portato lustro all’India. Ma ha detto che non si allontanera’ mai da sua figlia, anche se dovessero diventare ancora piu’ poveri. Già l’altro baby attore del Milionario era stato sotto i riflettori dopo l’Oscar, per essere stato maltrattato dal padre.

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Su Barah Aana e la corretta informazione

Premetto che non ho nulla contro Violante Placido e il film che ha girato in India, Barah Aana, che è anche carino. Anzi, ce ne fossero di iniziative del genere. Ho sentito e letto però le cose più disparate su questo film, e tutte quelle che ho sentito non son proprio corrette. Lo hanno spacciato per una coproduzione italo-indiana, hanno vantato che la Placido fosse la prima ad aver girato in India.

La questione sta in questi termini. Il film è un film totalmente indiano, in hindi, niente coproduzione italo-indiana. Non lo è perché non c’è nessuna casa di produzione italiana dietro che ha messo i soldi. Non c’è nessun produttore dietro che ha messo i soldi. Nel cast tecnico figura una valente professionista italiana che ha lavorato nel film come produttrice esecutiva. Sia il produttore che il produttore esecutivo in inglese si chiamano producer. E qui sta l’equivoco. Nel primo caso, il produttore è quello che materialmente rischia finanziariamente, ci mette soldi, investe di suo, guadagna o (come il più delle volte accade) perde. Il secondo, il produttre esecutivo, è invece colui che gestisce le riprese, che cerca di ottimizzarle per ottimizzarne i costi. E’ un dipendente, come tale stipendiato, non investe di suo se non nel lavoro.

Nel film in questione, dicevo, c’è una produttrice esecutiva italiana. Brava, per carità, ma produttrice esecutiva. Lei tra l’altro, è riuscita a portare la Placido nel film e a trovare uno sponsor italiano, la Lavazza, il cui logo figura anche nel manifesto. All’inizio del film, i protagonisti bevono litri di caffè lavazza. Una cosa che in Italia non è proprio permessa.

Il secondo punto è che questo film non può essere la risposta a Milionaire, semplicemente perché di risposte ce ne sono state diverse. Barah Aana non è il primo e non sarà l’ultimo film indiano che parla di slum, di persone che escono dagli slum, di ambientazioni del genere. E non è neanche il primo del filone della commedia neorealista indiana, in termini diversi dai film più propriamente e canonicamente definiti di Bollywood, cominciata negli anni 60 in India.

Violante Placido non è la prima né l’ultima attrice italiana ad aver girato in India, come del resto ci sono stati diversi attori/attrici indiani ad aver girato in Italia in film italiani.

Ripeto, ben vengano operazioni del genere, ma bisogna definirle per bene. Questa mi sembra un po’ troppo pubblicitaria.

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Perchè Rusdhie è contro Il Milionario

Ecco di seguito l’intervento di Salman Rushdie nei confronti de Il Milionario e di altri film, così come apparso su Il Corriere della Sera del 2 marzo scorso. E’ il testo di cui parlavo in una risposta a Marco al mio post Per Salmand Rushdie, il Milionario è una cagata pazzesca!. Qui è tutto più motivato rispetto al lancio che ho pubblicato qualche giorno fa.

Adattare significa trasformare una cosa in un’altra, un procedimento comunissimo in campo artistico. I libri diventano film o commedie, le opere teatrali a loro volta si trasformano in film o musical, i film vengono adattati per i teatri di Broadway o finiscono «romanzati», un brutto termine per indicare la loro versione libresca.
Viviamo in un mondo di infinite trasformazioni e metamorfosi. Vecchi film eccellenti – “Lolita”, “La pantera rosa” – ricompaiono in pessimi rifacimenti; film scadenti – “L’incredibile Hulk”, “Gola profonda” – sono girati nuovamente con risultati ancora peggiori.
Nell’adattamento si cela una forza creativa o distruttiva. Rod Stewart che canta “Downtown Train” è alla pari di Tom Waits, e Joe Cocker, con “With a little help from my friends”, compie il miracolo di cantare una canzone dei Beatles meglio dei Beatles, ma questo non sorprende più di tanto quando ci si ricorda che il cantante originale era Ringo Starr.
In questi giorni insegno un corso su alcuni esempi celebri di ottimi libri trasformati in ottimi film – “L’età dell’innocenza”, di Edith Wharton, nell’adattamento omonimo di Martin Scorsese; “Il gattopardo”, di Tomasi di Lampedusa, tramutato nel più celebre film di Luchino Visconti; “La saggezza nel sangue” (Wise Blood) di Flannery O’Connor, diventato un film meraviglioso grazie alla regia di John Huston; e con la sua versione cinematografica di “Grandi speranze”, David Lean ha prodotto un classico che merita di essere considerato allo stesso livello del romanzo di Dickens, un film che ha convinto questo cinefilo a perdonargli il tremendo fiasco di “Passaggio in India”.
«La poesia è quello che si perde nella traduzione», diceva Robert Frost, ma Joseph Brodsky replicava: «La poesia è quello che si guadagna nella traduzione»: l’oggetto del contendere non potrebbe essere meglio definito.
Sono sempre stato dell’opinione che se parliamo di una poesia che travalica i confini di una lingua per diventare un’altra poesia in un’altra lingua, o di un libro che passa dalla carta stampata alla celluloide, o di esseri umani che migrano da un mondo all’altro, Frost e Brodsky hanno entrambi ragione. Se qualcosa si perde sempre nella traduzione, si può sempre guadagnare qualcos’altro.
Vorrei dare una definizione molto ampia dell’adattamento, che abbracci tanto la traduzione, quanto la migrazione, la metamorfosi, e tutti i mezzi per i quali una cosa diventa un’altra. La questione dell’essenza resta centrale nell’azione dell’adattare: come costruire una seconda versione di una cosa che è venuta prima, di un libro o film o poesia o verdura, o di te stesso, affinché diventi pienamente qualcosa di nuovo eppure conservi l’essenza, lo spirito, l’anima dell’originale, quella cosa che eri tu stesso, o il tuo libro, o poesia, o film.
Che dire allora degli adattamenti che abbiamo visto alla cerimonia degli Oscar la scorsa settimana? Che cosa si può dire di “Slumdog Millionaire” (in italiano “The Millionaire”, ndr), adattato dal romanzo del diplomatico indiano Vikas Swarup e diretto da Danny Boyle e Loveleen Tandam, che si è aggiudicato otto statuette, tra cui quella di miglior film?
Un film di buoni sentimenti sulle tremende bidonville di Bombay, un film dalla fotografia opulenta sulla povertà estrema, uno sguardo romantico, bollywoodizzato, puntato sul ventre putrido e assai poco romantico dell’India – beh, vi sarete sentiti commossi e con gli occhi umidi? Per rincarare la dose, c’è anche uno splendido balletto finale, in puro stile bollywoodiano. (A dire il vero, è una coreografia assai scadente anche per gli standard di Bollywood, ma lasciamo perdere). Sarà difficile remare contro un film talmente popolare, ma ci proverò.
I problemi cominciano con l’opera adattata. Swarup ha scritto un romanzone prettamente commerciale, con un intreccio che sfida la ragione: un ragazzo delle baraccopoli in qualche modo riesce a partecipare alla popolarissima versione indiana di “Chi vuol essere milionario” e si aggiudica il massimo premio, perché gli eventi fortunosi della sua vita gli hanno consentito, per una serie di straordinarie coincidenze, di raccogliere le informazioni necessarie per rispondere correttamente alle domande che gli vengono poste, e in modo tale da ripercorrere il suo passato, con una sequela di flashback, per di più in ordine cronologico.
È un concetto chiaramente risibile, un genere di fantasticheria capace di screditare il genere letterario del fantasy. Qui diventa un accorgimento narrativo conservato fedelmente dai registi e costituisce il nocciolo di questo film, dallo strano titolo di “Slumdog Millionaire”. Di conseguenza anche il film sfida ogni credibilità.
Senza contare che le assurdità si accavallano l’una sull’altra, superando persino la banalità del romanzo. Due ragazzini delle baraccopoli di Bombay, che parlano Hindi e Marathi, sfuggono a un incendio e di colpo si impadroniscono della lingua inglese, tanto bene da raggirare i turisti occidentali. Tra l’altro, scappando dall’incendio danno prova di un’agilità sorprendente, perché le inquadrature successive ce li mostrano accanto al Taj Mahal, che si trova nella città di Agra, a centinaia di chilometri di distanza.
Un attimo dopo sono di nuovo a Bombay e il ragazzo più grande si è miracolosamente impadronito di una pistola e di alcuni proiettili, per non parlare dell’abilità e del coraggio per utilizzarli. Non si capisce come abbia fatto a ottenere un’arma. L’India non è gli Stati Uniti e non è facile procurarsi armi da fuoco, a meno che non si faccia parte di bande criminali e a questo punto del film la cosa appare del tutto improbabile. Veder scorrere sotto gli occhi la storia della tua città in modo così comicamente assurdo e pacchiano finisce con l’infastidire.
Tale è il sentimentalismo di Slumdog Millionaire che se fosse stato girato in qualche località più familiare agli spettatori occidentali, tutti l’avrebbero bollato come una colossale scempiaggine. Crediamo seriamente che la donna di un padrino della mafia possa sottrarsi al suo potere per andare a vivere felice e contenta con il fidanzatino della sua infanzia? Don Corleone avrebbe tollerato forse un simile affronto? No? Beh, nemmeno i padrini della D-Company, o di qualsiasi altra gang criminale di Bombay.
Gli appassionati di cinema sostengono che i film basati su sceneggiature originali siano superiori agli adattamenti di romanzi e opere teatrali. Tra i libri migliori degli ultimi decenni, sottoposti a trasposizione cinematografica, vorrei ricordare – per citarne solo alcuni – “The Rachel Papers” di Martin Amis, “Espiazione” di Ian McEwan, “Quel che resta del giorno di Ishiguro”, “Last Orders” di Graham Swift, Oscar e “Lucinda” di Peter Carey, “Spider” di Patrick McGrath, “Il tamburo di latta” di Günter Grass, “L’amore ai tempi del colera”, “La candida Erendira” e “Cronaca di una morte annunciata” di Gabriel García Márquez, La macchia umana di Philip Roth e Short Cuts, tratto dai racconti di Raymond Carver.
La tesi a favore della sceneggiatura originale e contraria agli adattamenti mi è stata illustrata con grande fervore da un produttore cinematografico britannico, alquanto alticcio, che asseriva, battendo il pugno sul tavolo, che tutti i film adattati dai romanzi sono uno schifo. È una posizione certamente condivisibile e “La macchia umana” non è l’unico esempio.
Di fatti i film estratti da quasi tutti i libri che ho citato qui sopra sono stati tremendi insuccessi, tanto noiosi, fiacchi e poco convincenti, quanto gli originali erano appassionati, intensi e serrati. I film dei capolavori di García Márquez in particolare sono penosi travisamenti e sostituiscono la precisione immaginativa dello scrittore colombiano con un esotismo sgangherato che tradisce profondamente l’originale senza nemmeno rendersene conto.
La proposta del film d’autore fu avanzata inizialmente da François Truffaut nei Cahiers du Cinéma sul finire degli anni Cinquanta, e poi elaborata, dapprima come teoria cinematografica, e successivamente nella produzione di film, da un gruppo di critici destinati a diventare celebri registi: Truffaut, Jean-Luc Godard, Claude Chabrol, Eric Rohmer e Jacques Rivette. Ma sebbene l’idea della superiorità delle sceneggiature originali sugli adattamenti fosse centrale al pensiero della Nouvelle Vague francese, molti dei più grandi successi cinematografici francesi, e addirittura mondiali, degli anni Cinquanta e Sessanta furono in realtà splendidi adattamenti.
Godard, sostenitore della sceneggiatura originale, riscosse il suo più grande successo commerciale con “Il disprezzo”, tratto da un libro di Alberto Moravia. Chabrol realizzò un film fantastico da un thriller scritto da Cecil Day Lewis sotto uno pseudonimo, “Que la Bête meurt”. Rohmer girò un film stupendo dal celebre racconto di Heinrich von Kleist, “La marchesa di O….”
E non dimentichiamo “Jules et Jim”, tratto dal romanzo di Henri-Pierre Roché. L’essenza di un’opera da adattare potrebbe trovarsi ovunque – nelle vicende secondarie che ci spiegano, per esempio, come fece Superman a diventare super, perché Batman indossò la maschera di pipistrello e perché il Joker se la ride tanto. Potrebbe trovarsi nella particolarissima atmosfera di una storia – i pregiudizi di una cittadina dell’Alabama durante la Depressione, vista attraverso gli occhi di una ragazza – oppure nell’interiorità del personaggio, la vita intima di Holden Caulfield o di Marcel, il narratore di Proust.
Come queste essenze possano essere comprese e catturate nel film ce lo rivela, per esempio, l’eccellente film di Raul Ruiz tratto da “Il tempo ritrovato” di Proust, o il film di Robert Mulligan “Il buio oltre la siepe”, o ancora la straordinaria interpretazione di Heath Ledger nei panni del Joker ne “Il cavaliere oscuro”.
I più difficili da adattare sono quei testi la cui essenza si nasconde nella lingua, e questo potrebbe spiegare come mai tutti i film tratti dai romanzi di García Márquez sono così brutti; perché non sono mai stati fatti dei bei film dai libri di Italo Calvino, Thomas Pynchon o Evelyn Waugh (malgrado le tante versioni altezzose di “Brideshead Revisited”); perché i film di Hemingway sono tanto deludenti (penso a “Il vecchio e il mare”, con Spencer Tracy in balia delle onde accanto a un pesce morto), e perché persino un valido tentativo come quello di Joseph Strick nel 1967 di girare un film sul romanzo di Joyce, “Ulisse”, abbia prodotto un risultato che non è degno dell’originale, malgrado gli eccellenti attori, un ottimo Milo O’Shea nella parte di Leopold Bloom e Maurice Roëves in quella di Stephen Dedalus.
Quando il tentativo va a segno, come nel caso di Huston alle prese con “I morti”, è perché il regista ha saputo fare un passo indietro per lasciar spazio alla parola di Joyce. Nella scena finale dell’Ulisse, quando Barbara Jefford, nei panni di Molly Bloom, si rotola lussuriosamente sul letto matrimoniale e pronuncia, con voce fuori campo, il più bel monologo della narrativa universale, e mentre sì dice sì dice sì, il mondo della lingua di Joyce riacquista finalmente tutta la sua vitalità.
Che cosa è essenziale? È questa una delle grandi domande della vita che si ripresenta, come accennavo prima, in tutti gli adattamenti, e non solo in quelli artistici. Il testo è la società umana e l’essere umano, isolato o in gruppi; l’essenza da preservare è l’essenza umana. Il risultato che ne scaturisce è il mondo confuso, ibrido e pluralistico in cui oggi noi viviamo, dove vige l’adattamento come metafora, per parafrasare Susan Sontag, l’adattamento come traghettamento, significato letterale del termine «metafora, dal greco, e del termine a esso ricollegato di «traduzione», stavolta di derivazione latina, per indicare un’altra forma di trasporto da una sponda all’altra.
Quali sono le cose che reputiamo essenziali nella nostra vita? La risposta potrebbe essere: i figli, la passeggiata quotidiana nel parco, un drink, la lettura, il lavoro, una vacanza, la squadra del cuore, una sigaretta, l’amore. Ma la vita ci costringe a molti ripensamenti. I figli se ne vanno di casa, ci trasferiamo lontano dal nostro amato parco, il dottore ci vieta fumo e alcolici, perdiamo la vista, perdiamo il lavoro, non ci sono più soldi o non c’è più tempo per una vacanza, la nostra squadra è una frana e il cuore va in frantumi.
In quei momenti il nostro quadro del mondo penzola di traverso sul muro. Poi, se ce la facciamo, ci adattiamo. E finalmente comprendiamo che l’essenza è qualcosa di molto più profondo, è la forza che ci fa andare avanti. Le dodici specie distinte di fringuelli che Charles Darwin scoprì nelle Isole Galápagos si erano tutte adattate alle condizioni locali, ma quando l’ornitologo John Gould esaminò i campioni di Darwin nel 1837, si rese conto che non si trattava di uccelli di specie diverse, bensì di dodici varietà del medesimo uccello. Nonostante le mutazioni casuali e la selezione naturale, la loro «fringuellità », ovvero la loro essenza, era rimasta intatta.
Come individui, comunità, nazioni, noi ci adattiamo costantemente e siamo costretti a farci la domanda: in che cosa consiste la nostra «fringuellità»? Quali sono le cose alle quali non possiamo rinunciare, pena la perdita dell’identità? Questo lo apprendiamo dai poeti che traducono le poesie altrui, dagli sceneggiatori e registi che trasformano le parole sulla pagina in immagini sullo schermo, da tutti coloro che traghettano qualcosa da una parte all’altra: l’adattamento funziona meglio quando è una vera trasposizione tra il vecchio e il nuovo, eseguita da persone che conoscono profondamente entrambi.
In altre parole, per riuscire, il processo dell’adattamento sociale, culturale e individuale, proprio come l’adattamento artistico, deve svolgersi in piena libertà, senza vincoli né costrizioni. Coloro che si aggrappano con eccessivo fervore al vecchio testo, la cosa da adattare, le vecchie usanze, il passato, sono condannati a produrre qualcosa che non funzionerà, infelicità, alienazione, spaccatura, fallimento, perdita.
Intere società rischiano di smarrire la loro strada tramite un errato processo di adattamento. Nel tentativo di salvarsi, rischiano di opprimere gli altri. Nella speranza di difendersi, rischiano di ledere proprio quelle libertà che credevano minacciate. Paladini della libertà, rischiano di erodere la libertà propria e altrui. In tempi di cambiamenti rapidi come quelli attuali, le società in movimento fioriranno – come per tutti gli adattamenti riusciti – se sapranno individuare con esattezza ciò che è essenziale e non negoziabile, ciò che tutti i loro cittadini devono accettare come prezzo della loro partecipazione. Da molti anni ormai, e lo dico con dolore, viviamo in un’era di pessimi adattamenti sociali, di compromessi e di rese da un lato, di eccessi arroganti e coercizioni dall’altro.
Possiamo solo sperare che il peggio sia passato e che il futuro ci riservi film e musical più belli, e giorni migliori.

Fonte: Corriere della Sera del 2 marzo 2009. Traduzione di Rita Baldassarre.

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Per Salman Rushdie, Il Milionario è una cagata pazzesca!

‘The Millionaire’ ha una trama assurda ed il libro da cui è tratto, ‘Le 12 domande’ di Vikas Swarup, è alla base della sua incoerenza: è questo il giudizio impietoso espresso dallo scrittore indiano Salman Rushdie sulla pellicola del regista scozzese Danny Boyle, ambientata in India, che ha trionfato agli ultimi oscar. In un intervento presso la Emory University di Atlanta riportato dal quotidiano britannico The Guardian, l’autore ha contestato che i due protagonisti del film possano finire al Taj Mahal, a mille miglia da dove si trovavano nella scena precedente, e la maniera in cui riescono a procurarsi una pistola. Riguardo al libro di Swarup, ha commentato: “Il problema di questo adattamento inizia con il volume dal quale è adattato”. Lo scrittore non ha avuto parole gentili nemmeno per gli altri film protagonisti della notte degli Oscar tratti da libri. ‘The Reader’, nato da un romanzo di Bernard Schlink, è, secondo lui, “una pellicola pesante e priva di vita, uccisa dalla rispettabilità”, mentre ‘The Curious case of Benjamin Button’, basato su un racconto di F. Scott Fitzgerald “alla fine non ha niente da dire”. Un adattamento per il grande schermo di Midnight’s Children di Rushdie è comunque attualmente in fase di realizzazione per la regia di Deepa Mehta, il quale sta lavorando alla sceneggiatura insieme allo scrittore.

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Baby attore di Slumdog non vuole fare intervista e il padre lo picchia

Azharuddin, il piccolo attore del film Slumdog Millionaire, e’ stato picchiato dal padre perche’ non voleva essere intervistata dalla televisione al suo ritorno da Los Angeles. Il tutto, e’ stato ripreso dalla televisione indiana. Il bambino e’ tornata giovedi’ nella sua casa della baraccopoli di Mumbai e da allora, da quando il film ha conquistato otto premi Oscar, vive sotto i riflettori. Ieri sera Azharuddin era molto stanco, non aveva ancora smaltito il viaggio americano e voleva andare a dormire, nonostante i tanti giornalisti all’esterno della sua casa gli chiedessero interviste e saluti televisivi. Constatando il suo rifiuto,
Ismail Usnay, il padre dell’attore di dieci anni, gli ha dato uno schiaffo dinanzi alle telecamere, obbligandolo ad andare a parlare ai giornalisti, ai quali il piccolo attore ha detto di essere stato cattivo con il padre il quale lo ama e vuole solo il suo bene. ”Non volevo fargli male – ha detto alla stampa Mohmmad Ismail – ma lui deve cambiare atteggiamento, ha sbagliato”. Il gesto del padre e’ stato giustificato non solo dallo stesso ragazzino, ma anche dalla madre del baby attore, Shamima, che ha parlato di ”gesto non intenzionale”. Azharuddin nel film di Danny Boyle trionfatore agli ultimi Oscar, ricopriva il ruolo del protagonista, Jamal, da piccolo. Insieme a Rubina Ali, altra bambina delle baraccopoli di Mumbai che ha recitato nei panni di Latika da piccola, ha partecipato, insieme agli altri indiani del cast, alla Notte degli Oscar a Los Angeles. Dopo le polemiche sulle miserrime paghe ricevute e dietro la pressione internazionale, la produzione ha assicurato ai baby attori migliori guadagni e soldi destinati allo studio. Un investimento per i loro poveri genitori che non vogliono perdere questa occasione.

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Slum Dog vince otto Oscar, festa e polemica

Bollywood conquista Hollywood con la vittoria di otto statuette per Slum Dog Millionaire, il film che racconta la straordinaria vincita televisiva di un giovane delle baraccopoli di Mumbai. L’India e’ in festa per salutare la vittoria.
La stampa indiana punta soprattutto sul successo della parte indiana del film, il musicista AR Rahman (migliore colonna sonora e migliore canzone originale, Jai Ho, scritta insieme a Gulzar) e l’ingegnere del suono, Resul Pookutty vincitore (insieme a due colleghi stranieri) per il miglior suono. AR Rahman e’ diventato il primo indiano a vincere due Oscar. La notizia della vittoria ha fatto interrompere i telegiornali e le trasmissioni televisive con edizioni straordinarie che parlano dell’orgoglio dell’India, le stesse parole che ha usato il primo ministro Manmohan Singh per congratularsi con il cast.”Hanno fatto qualcosa di cui il Paese e’ fiero” ha detto il Premier indiano. ”Il risultato raggiunto e’ un tributo all’intera industria del cinema indiano”, ha poi aggiunto Manmohan Singh. Anche Sonia Gandhi ed altri politici hanno espresso il loro compiacimento e il ministro delle finanze sta pensando ad una esenzione delle tasse per il film e gli attori.
Tramite alcuni siti internet, come quello della televisione locale Ibnlive, attraverso un form si possono mandare dei regali al cast del film. Pur non essendo un film indiano, come uno dei suoi illustri predecessori, Passaggio In India (due Oscar nel 1985), Slum dog e’ riuscito a vincere un premio nell’olimpo del cinema, riportando lustro ad un cinema ghettizzato. All’Oscar in realta’ l’India c’era andata gia’ vicina nel 2002 con Lagaan, il film totalmente indiano del regista-attore-produttore Aamir Khan, ma la nomination avuta come miglior film straniero e le ottime critiche non servirono a portare a Delhi una statuetta. Nessun film indiano e’ entrato nella cinquina dei migliori film stranieri quest’anno. Eppure non tutti sono contenti. Se nelle baraccopoli dove vivono le famiglie dei baby attori si festeggia, in altre parti del Paese invece si protesta per le miserrime paghe date agli attori e per il loro sfruttamento, come pure per l’immagine che il film fornisce dei poveri indiani. Il regista inglese, Boyle, viene accusato di aver dato una immagine stereotipata dell’India, da colonizzatore, non rispondente alla realta’. E si protesta ancora per quel titolo, il cane della baraccopoli. Persino la vecchia guardia di Bollywood non è molto contenta: dopo aver snobbato gli oscar definendoli inutili, il piu’ grande attore di Bollywood, Amitabh Bachchan, sul suo blog ha criticato il film. Una critica, quella di Bachchan, in cui molti vedono l’invidia per il fatto che il film di suo figlio, Dili 6, non è stato accolto cosi’ favorevolmente dalla critica, nonostante sia stato presentato a New York. Amitab aveva infatti descritto Slum Dog Millionaire come un film che ”proietta l’India come un paese del terzo mondo e che provoca disgusto e dolore tra nazionalisti e patrioti”. Alla notizia della vittoria tuttavia la ”leggenda” Bachchan ha corretto il tiro, parlando di ”orgoglio per la nazione e di uno dei giorni piu’ felici per l’industria del cinema indiano”.
Ma agli Oscar l’India ha vinto anche con il miglior documentario. Ancora una regista straniera, ancora una immagine del paese diversa dall’India risplendente e artefice del miracolo economico di cui tanto si parla. L’India di una bambina discriminata per il suo labbro leporino, e’ infatti alla base del documentario Pinky, la cui vittoria e’ pero’ stata oscurata dal successo di Slum Dog.

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