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Hacker cinesi attaccano sistemi sicurezza indiani

Hacker cinesi hanno provato a penetrare nei computer del consulente indiano alla Sicurezza Nazionale, M K Narayanan. Lo ha rivelato lo stesso responsabile della sicurezza indiana a Londra, dove è in visita. L’attacco sarebbe stato portato il 15 dicembre scorso, nello stesso giorno nel quale furono presi di miria il ministero americano per la difesa, enti e sistituzioni finanziare di tutto il mondo, società tecnologiche come Google. La Cina ha ovviamente smentito di avere un ruolo nella cosa. Come già in passato, gli hacker hanno inviato email con allegati virus. Gli indiani sono sicuri che gli attacchi sono partiti dalla Cina, ma Pechino smentisce “è una cosa illegale in Cina”, ha detto il portavoce del ministro degli esteri cinese. Ma Narayan teme che attacchi possano arrivare anche dal Pakistan, dal momento che, secondo lui, il governo pachistano non ha fatto nulla per smantellare le “strutture del terrore”. La cosa comica è che, soprattutto grazie a persone tipo Hopeman, l’India è conosciuta anche per ospitare i più bravi ingegneri informatici del mondo. Sarà. Tuttoqua e Bixx non la pensano così.

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Celebrata dai cinesi la giornata di liberazione dal Dalai Lama

La Cina ha celebrato ieri per la prima volta il Giorno della Liberazione dalla Schiavitù nell’anniversario dell’ istituzione del primo governo filo-cinese nel Tibet. Il territorio fu definitivamente annesso alla Repubblica Popolare Cinese il 28 marzo del 1959, dopo la sconfitta della rivolta iniziata il 10 marzo, che si concluse con la fuga in India del Dalai Lama. In una cerimonia sulla piazza antistante il Potala, il palazzo d’inverno dei Dalai Lama a Lhasa, il governo ha lanciato il suo messaggio, secondo il quale l’occupazione del Tibet da parte dell’ esercito cinese ha messo fine ad un oppressivo regime feudale. A poco più di un anno dall’inizio della rivolta dell’anno scorso, iniziata a Lhasa e poi estesasi ad altre zone a popolazione tibetana della Cina, gli oratori hanno parlato davanti ad una folla di migliaia di tibetani vestiti nei loro costumi tradizionali. La cerimonia si è svolta mentre la maggior parte delle aree a popolazione tibetana sono guardate a vista da migliaia di uomini della polizia armata del popolo, che perquisiscono tutti coloro che entrano ed escono dalle zone “pericolose” e impediscono l’accesso a tutti gli stranieri. Dall’inizio del “lockdown” del Tibet, nella prima settimana di marzo, almeno 200 persone sono state arrestate dopo manifestazioni di protesta. Zhang Qingli, il segretario del partito comunista locale, ha affermato tra l’altro che “qualsiasi complotto per rendere il Tibet indipendente, per separarlo dalla Cina socialista, è destinato a fallire”. La cerimonia, che è stata trasmessa in diretta dalla tv di Stato, ha segnato il culmine di una lunga campagna di propaganda rivolta in primo luogo contro la “cricca” del Dalai Lama, il leader tibetano che chiede per il territorio quella che chiama una “vera” autonomia ma che secondo il governo cinese punta in realtà alla creazione di un Paese indipendente. Visitando ieri una mostra sul Tibet a Pechino, il presidente cinese Hu Jintao ha detto che l’attuale “buona situazione” del territorio “é stata conquistata a duro prezzo e deve essere fortemente apprezzata”, riferisce l’agenzia Nuova Cina. In una conferenza stampa a Dharamsala in India, dove risiede il Dalai Lama, la rappresentante del governo tibetano in esilio Kesang Y.Takla ha sostenuto che “i tibetani considerano questa celebrazione offensiva e provocatoria” e che la “massiccia propaganda” del governo cinese è volta a “nascondere la repressione in atto” nel territorio. Takla ha aggiunto che prima del 1959 i detenuti nelle prigioni del Tibet erano “poco più di un centinaio”. “Dopo la cosidetta ‘liberazione’ e l’emancipazione dei ‘servi’ prigioni sono sorte in ogni parte del Tibet. Nella sola Lhasa ci sono cinque prigioni principali con una popolazione di detenuti tra i tremila e cinquecento e i quattromila”. I tibetani in esilio hanno organizzato manifestazioni di protesta anticinesi a Londra, Parigi, Bruxelles, San Francisco, New York, Toronto, Montreal, Taipei, New Delhi e Dharamsala.

fonte: ANSA

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Giovane monaco tenta il suicidio bruciandosi in Tibet

Tensione alta in Tibet dopo il tentativo di suicidio con il fuoco di un giovane monaco tibetano ad Aba (Ngaba in tibetano) in una zona a popolazione tibetana della provincia cinese del Sichuan, un gesto confermato oggi anche dall’agenzia di stampa ufficiale di Pechino Nuova Cina. Secondo testimoni citati dalla Campagna Internazionale per il Tibet (ICT), un gruppo filotibetano basato negli USA, agenti di polizia avrebbero ripetutamente sparato contro il giovane monaco prima di spegnere le fiamme che lo avvolgevano. Confermando la notizia, l ‘agenzia governativa Nuova Cina ha scritto che il giovane e’ ricoverato in ospedale con ustioni “al collo e alla testa”, ma non fa menzione di ferite da arma da fuoco. Il dramma avviene mentre in tutte le zone a popolazione tibetana della Cina è in corso una silenziosa protesta che consiste nel non partecipare ai festeggiamenti per Losar, il capodanno tibetano, che in genere durano 15 giorni durante i quali si svolgono banchetti, canti e balli tradizionali. La protesta è stata indetta in segno di “rispetto” per le persone che hanno perso la vita durante le manifestazioni anticinesi che si sono svolte nel marzo dell’anno scorso in molte zone della Cina abitate da tibetani. Secondo Pechino i morti sono stati solo venti, tutti civili uccisi dai rivoltosi tibetani, mentre i tibetani in esilio sostengono che le vittime sono state circa duecento e di mille persone arrestate in quel periodo – tra marzo e maggio dell’ anno scorso – non si hanno notizie. Inoltre è vicina la delicata scadenza del 10 marzo, giorno nel quale cade l’ anniversario della rivolta del 1959 che si concluse con la fuga in India del Dalai Lama, il leader spirituale tibetano che da allora è vissuto in esilio. Secondo la ricostruzione di ICT, la protesta del monaco risale a mercoledì ed è stata innescata dal divieto posto dalle autorità alla celebrazione delle preghiere di Monlam, una festa religiosa collegata a quella di Losar. Poche ore dopo la notifica del divieto Tapey, il cui corpo era già cosparso di kerosene, è stato visto nel mercato vicino al monastero e, prima che gli agenti presenti potessero intervenire, si è dato fuoco agitando una bandiera tibetana fatta a mano con al centro un ritratto del Dalai Lama. I poliziotti lo hanno circondato e si sono uditi dei colpi di pistola. In seguito le fiamme sono state spente ed il giovane è stato portato via, in un apparente stato di incoscienza. Secondo l’ emittente di tibetani in esilio Voice of Tibet, manifestazioni anticinesi e pro-Dalai Lama alle quali avrebbero preso parte centinaia di persone si sono svolte in questa settimana a Guinan (Mangra in tibetano) e ad Hainan (Tsolho in tibetano), nella provincia del Qinghai. Colloqui tra esponenti cinesi ed inviati del Dalai Lama si sono tenuti in ottobre senza che sia stato raggiunto un accordo. Pechino accusa il leader tibetano di perseguire la secessione del Tibet dalla Cina, mentre il Dalai Lama afferma di voler per il territorio quella che chiama una “vera” autonomia.

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Per il Dalai e’ un capodanno da non festeggiare

”Nella nevosa terra del Tibet per tradizione celebriamo il capodanno con complessi rituali che incorporano sia elementi spirituali che materiali. Tuttavia, poiche’ lo scorso anno in Tibet centinaia di persone hanno perso la vita e altre migliaia hanno subito torture e detenzione forzata, quest’anno non e’ il momento giusto per festeggiare con la solita gioia”. Queste le parole con cui il Dalai Lama, in un comunicato stampa, ha espresso la volonta’ di osservare, quest’anno, un Capodanno (il cosiddetto Losar tibetano) silenzioso. Il calendario tibetano e’ composto da dodici mesi lunari e la festa del Losar comincia il primo giorno del primo mese lunare. ”Ognuno – ha proseguito il leader tibetano – dovrebbe invece utilizzare questo periodo per azioni positive, perseguendo finalita’ virtuose, cosi’ che coloro che hanno sacrificato le loro vite per la causa del Tibet possano trovare una loro realizzazione attraverso la rinascita in regni piu’ elevati”. Il Dalai Lama ha poi continuato sottolineando, nel comunicato, come le azioni contro i tibetani non si siano mai fermate. ”Ordini provocatori sono stati dati per le celebrazioni del Capodanno – si legge ancora nel comunicato – appare quindi chiaro che l’intenzione e’ quella di sottoporre il popolo tibetano ad un tale livello di crudelta’ in modo che poi non sia piu’ in grado di sopportare e reagisca. Per questo io faccio appello al popolo tibetano affinche’ eserciti la pazienza e non risponda a queste provocazioni”.

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Per Pechino il Dalai deve sciogliere il governo

Se il Dalai Lama ”intende davvero rinunciare all’obiettivo di uno stato indipendente, allora deve sciogliere il governo in esilio e deve cancellare l’articolo che sancisce l’indipendenza del Tibet dallo Statuto del governo in esilio”. Lo ha detto oggi il vice ministro cinese dell’informazione, Qian Xiaoqian in merito ai colloqui avviati con i rappresentanti del leader spirituale in esilio in India. ” Il governo cinese ora si attende dal Dalai Lama atti concreti”. ha aggiunto. Il riferimento del vice ministro, che oggi ha incontrato a Pechino una delegazione di giornalisti italiani, e’ alla ‘Carta dei tibetani in esilio’ (approvata nel 1991 dal parlamento in esilio) in cui si parla del Tibet come ” repubblica democratica federale che si autogoverna”. Il vice ministro ha sottolineato che la richiesta al Dalai Lama e’ di abbandonare le attivita’ ”separatiste” e di ”sabotaggio”: ”Speriamo – ha detto – che il Dalai Lama traduca in fatti concreti tali punti. Su queste basi credo che il dialogo continuera’, ma in quale misura egli potra’ rinunciare alle sue posizioni – ha aggiunto – e’ da vedere”. Quanto alle relazioni tra il leader spirituale tibetano e l’Associazione dei giovani tibetani, su posizioni piu’ estremiste, ” il Dalai Lama – ha affermato – vuole porre dei vincoli a tale organizzazione, ma l’obiettivo finale non e’ diverso: i mezzi sono differenti ma l’obiettivo politico e’ lo stesso, ovvero l’indipendenza del Tibet”. Qian Xiaoqian ha toccato anche il tema dei monaci. ” In Tibet – ha detto – ci sono oltre 1700 monasteri, piu’ delle scuole nella regione, e 46.000 monaci, che e’ una percentuale elevata rispetto alla popolazione. Ma i monaci non producono ne’ hanno figli, e questo rappresenta un problema per lo sviluppo economico del Tibet”. ‘Il 90% dei finanziamenti totali al Dalai Lama e’ occulto, non se ne conosce la provenienza” ha concluso, sottolineando che buona parte dei fondi al leader spirituale tibetano in esilio arriva dagli Stati Uniti.

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Il Tibet riapre ai turisti

Dopo tre mesi di isolamento totale il Tibet sara’ riaperto da domani ai turisti stranieri. Lo ha annunciato l’ agenzia governativa Nuova Cina, senza chiarire se la riapertura riguarda anche i giornalisti ed i diplomatici stranieri. L’ agenzia non chiarisce se verranno riaperte anche le zone a popolazione delle vicine province del Gansu, Qinghai e Sichuan, che sono state chiuse a tutti gli osservatori stranieri dopo che le manifestazioni di protesta anticinesi, iniziate in marzo nella capitale del Tibet, Lhasa, si sono estese ad altre zone a popolazione tibetana. Secondo le nuove regole per la stampa straniera in vigore dall’ inizio del 2007 e che avrebbero dovuto valere fino alla fine delle Olimpiadi e della Paraolimpiadi, in ottobre, i giornalisti stranieri in Cina avrebbero potuto recarsi liberamente in tutto il territorio nazionale (in precedenza erano obbligati a notificare ogni loro spostamento dalla loro citta’ di residenza) e sarebbero stati liberi di intervistare tutti i cittadini cinesi che avrebbero accetto di parlare con loro (in precedenza dovevano chiedere l’ autorizzazione delle autorita’ locali). Un funzionario locale citato dall’ agenzia afferma il passaggio della fiaccola olimpica da Lhasa sabato scorso ha dimostrato che il Tibet e’ ”sicuro” ed ha aggiunto che i turisti sia cinesi che stranieri sono ”i benvenuti” nel territorio. Le prime manifestazioni per invocare la ”liberta”’ e chiedere il ritorno del Dalai Lama, il leader buddhista esiliato, si sono svolte a Lhasa il 10 marzo per iniziativa dei monaci dei grandi monasteri di Sera, Drepung e Ganden, che sorgono nelle vicinanze della capitale. Il 10 marzo e’ l’ anniversario della rivolta tibetana del 1959, che si concluse con la fuga del Dalai Lama in India. Dopo quattro giorni di manifestazioni pacifiche violenze contro gli immigrati cinesi si sono verificate a Lhasa il 14 marzo. In seguito le proteste, nella grande maggioranza dei casi pacifiche, si sono svolte in altre zone della Regione Autonoma e nelle altre regioni della Cina a popolazione tibetana. Le ultime di cui si ha notizia sono avvenute a Kardze, nel Sichuan, alla fine di maggio e hanno portato all’ arresto di ottanta monache. La scorsa settimana, in occasione del passaggio da Lhasa della fiaccola olimpica, avvenuto sotto stringenti misure di sicurezza, Pechino ha annunciato che oltre mille delle persone detenute per le proteste sono state rilasciate. Altri 42 tibetani rimangono in prigione e sono accusati di reati gravi, per i quali saranno processati ”secondo la legge”. Secondo il governo tibetano in esilio nel corso delle proteste sarebbero morte piu’ di duecento persone. Il governo cinese sostiene che in tutto le vittime sono state una ventina, tutti civili o poliziotti cinesi uccisi dai manifestanti tibetani. Un incontro tra rappresentanti del governo cinese e del Dalai Lama e’ avvenuto in aprile nella Cina meridionale e si e’ concluso con l’ accordo a proseguire i colloqui nel tentativo di trovare una soluzione accettabile dalle due parti. La data per il secondo incontro non e’ ancora stata fissata.

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Buon risultato i colloqui con Pechino, presto incontri formali

E’ cominciata a Dharamsala, nel nord dell’India, sede del governo tibetano in esilio, la conferenza stampa dei due inviati del Dalai Lama, Lodi Gyari e Kelsang Gyaltsen, tornati tre giorni fa dalla Cina dove hanno incontrato le autorità di Pechino per discutere di Tibet. Lodi Gyari ha detto che nonostante ci fossero grandi divergenze fra le parti, il dialogo è stato sereno. Gli inviati hanno chiesto a Pechino il rilascio dei prigionieri arrestati durante i moti di Lhasa del marzo scorso così da poter garantire loro assistenza medica, e hanno rigettato le accuse secondo le quali sarebbe il Dalai Lama a organizzare le manifestazioni anti cinesi, confermando che il leader tibetano sostiene le Olimpiadi di Pechino. Gyari e Gyaltesn hanno inoltre chiesto la fine della rieducazione culturale in Tibet che sta totalmente annullando la cultura e le tradizioni tibetane nella regione a scapito di quelle cinesi. Gli inviati hanno parlato di volontà espressa da entrambe le parti di risolvere la situazione. Presto verranno decise le date per altri incontri. Saranno formali i prossimi incontri tra il governo tibetano in esilio e il governo cinese. Lo scrivono in un comunicato i due inviati del Dalai Lama che hanno incontrato lo scorso fine settimana a Shenzen esponenti del goveno di Pechino in colloqui informali, sulla situazione in Tibet dopo i fatti di Lhasa del marzo scorso. ”Nonostante divergenze sostanziali – scrivono Lodi Gyari e Kelsang Gyaltsen – le parti hanno dimostrato volonta’ di trovare un approccio comune. Abbiamo entrambi fatto proposte concrete che faranno parte dell’agenda futura. Come risultato dell’incontro, abbiamo deciso di incontrarci nuovamente per un giro formale di discussioni. La data per il settimo giro di consultazioni sara’ finalizzata presto”. Dal 2002 al 2007 il governo tibetano in esilio e quello cinese si sono incontrati sei volte in modo formale senza giungere a risultati. Intanto il governo cinese è “onesto e sincero” nei colloqui sul futuro del Tibet con i rappresentanti del Dalai Lama, che sono ripresi domenica scorsa dopo un anno di interruzione. Lo ha affermato oggi il portavoce cinese Qin Gang. aggiungendo che Pechino si augura che il leader tibetano mostri “la stessa sincerità”. In un comunicato sull’ incontro avvenuto domenica nel sud della Cina i due inviati del Dalai Lama, Lodi Gyari e Kelsang Gyaltsen , scrivono che “nonostante divergenze sostanziali le parti hanno dimostrato volontà di trovare un approccio comune”. Da quasi due mesi è in corso in Tibet una rivolta anticinese che in alcuni casi è sfociata in violenze. Gli esuli tibetani affermano che almeno duecento persone hanno perso la vita mentre il governo di Pechino parla di 22 vittime, in grande maggioranza cittadini uccisi dai rivoltosi. La stampa cinese ha continuato a rivolgere pesanti attacchi al leader tibetano, accusandolo di aver organizzato le proteste e di puntare, al contrario di quello che dichiara, all’ indipendenza del Tibet.

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