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Si dichiara colpevole l’unico terrorista sopravvissuto di Mumbai

Ha ammesso di essere colpevole, Mohammaf Ajmal Kasab, l’unico terrorista sopravvissuto del commando che il 26 novembre dell’anno scorso assalto’ due alberghi a Mumbai ed altri luoghi della capitale economica indiana, facendo oltre 170 vittime. Dopo essersi dichiarato colpevole appena dopo l’arresto, dopo aver ritrattato mentendo sulla sua data di nascita e il suo nome, Kasab, forse sperando di evitare il patibolo, ha stamattina ammesso, dinanzi al tribunale speciale organizzato per fare luce sulle responsabilita’ degli attentati, la sua colpevolezza. Il 22enne attentatore, che aveva dichiarato di essere minorenne per evitare la morte e per questo fu sottoposto a visite mediche, all’apertura dell’udienza di oggi in una dichiarazione spontanea ha ammesso di aver partecipato a tutte le fasi dell’attentato. Alla domanda del giudice sul perche’ non l’avesse fatto prima e avesse ritrattato la sua prima confessione, Kasab ha risposto di essere ora venuto a conoscenza che il Pakistan ha ammesso il fatto che lui sia pachistano, cosa che, in futuro, potrebbe anche aprirgli le porte di una eventuale, seppur difficilissima da ottenere, estradizione. E’ stato l’ultimo avvocato di Kasab, Abbas Kazmi, a convincerlo a confessare. Ma il suo gesto non ha cambiato l’opinione che di lui hanno gli indiani. Facendosi portavoce delle idee dei cittadini di Mumbai, il primo ministro dello stato del Mahasthra, del quale Mumbai e’ capitale, ha detto che in ogni caso il processo contro Kasab e gli altri terroristi sara’ veloce e che il giovane sara’ impiccato. Nella sua confessione, Kasab ha anche spiegato il modus operandi del commando terrorista e i dettagli dell’operazione. Dal Pakistan, il ministro della difesa Choudhary Ahmad Mukhtar, ha detto che questa confessione, comunque, non rappresenta una prova soprattutto del coinvolgimento pachistano negli attentati.

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Arundhati Roy sull’India: come darle torto?

Ho conosciuto Arundhati Roy, l’ho incontrata diverse volte. Il suo libro non mi aveva esaltato, ma lei si. E’ una donna piena di fascino, non solo per come è ma per quello che è. Mi trova sempre d’accordo con quello che pensa e dice. E anche con quello che dice in quest’articolo. Alla faccia degli hope man, di coloro che e conoscono l’India per stereotipi, gli stessi con i quali comincia l’articolista e per i quali la stessa articolista si meraviglia che la Roy li demolisca. L’articolo di seguito è uscito su Repubblica nella pagina dei libri il 27 giugno scorso. Autrice dell’intervista, è Leonetta Bentivoglio.

Un´altra immagine dell´India: non quella di una terra riflessiva e morbida, fondata su princìpi di meditazione, yoga e pacifismo ascetico “alla” Gandhi. L´India raccontata da Arundhati Roy, considerata la massima scrittrice indiana odierna, è un paese malato, oppresso dalla violenza del fondamentalismo indù, corrotto da ingiustizie, sospinto da un separatismo proiettato in barriere di casta, etnia e religione. Da una decina d´anni questa tenace combattente («essere pacifista significherebbe accettare l´ordine costituito»), lotta con la forza delle parole contro una democrazia che definisce «guasta nelle istituzioni e ipocrita nella sua fusione predatoria con un capitalismo che giustifica ogni abuso».
È così assorta nelle polemiche, così presa dal suo impegno anti-global, che dopo Il dio delle piccole cose, l´opera prima che la rese una celebrità internazionale, non ha più scritto romanzi, optando per saggi rapidi e infuocati su questioni politiche e sociali. Eppure il passo è quasi letterario nell´uso peculiare di metafore poetiche e paradossi ironici: accade anche in Quando arrivano le cavallette, appena pubblicato da Guanda, suo editore di riferimento in Italia. Il libro raccoglie «otto interventi pubblici», spiega Arundhati Roy al telefono da Delhi, «relativi a momenti critici della vita indiana contemporanea». La sua voce emerge con dolcezza dall´amalgama sonoro di un continuo guaire, latrare e abbaiare: «Ho attorno sei o sette cani che vanno e vengono, dato che la porta di casa mia è aperta e s´affaccia su un parco. Non so più quali sono miei e quali appartengono al mondo».
In questo libro sferra attacchi feroci alla magistratura indiana. La stato della giustizia è tanto disastroso nel suo Paese?
«Accade spesso che il governo si astenga da decisioni impopolari delegandole ai magistrati, che acquistano sempre più potere e tendono a comportarsi con l´arroganza che caratterizza l´élite del paese. Di fronte a certi massacri, come quello dei tremila Sik uccisi nel 1984 nelle strade di Delhi, non c´è alcun sistema legale che soccorra le famiglie delle vittime. La cosiddetta legalità è fuori dalla portata della gente comune: nessuno può pagarsi un avvocato. La magistratura è un´istituzione che serve solo ai ricchi, ed è un sistema inattaccabile e protetto. In nessun´altra democrazia si va in prigione, com´è capitato a me, per aver criticato una sentenza: nel mio caso fu quella che nel 2001 autorizzava la costruzione di una diga gigantesca sul fiume Narmada. Mi condannarono per oltraggio alla corte».
La politica dell´industrializzazione intrapresa dall´India in questi anni sembra il suo bersaglio centrale.
«Termini come “progresso” e “sviluppo” sono diventati intercambiabili con “riforme economiche”, “deregulation” e “privatizzazione”. Al di là di una classe media ebbra di una ricchezza improvvisa, ci sono decine di milioni di persone private della loro terra e costrette a sfollare a causa di dighe, miniere e zone di speciale interesse economico. Lo strapotere dei gruppi industriali ha determinato una sorta di feudalesimo geneticamente modificato. E mentre si sbandierano pianificazioni deliranti come quella della futura urbanizzazione dell´85 per cento della popolazione, interi ecosistemi vengono distrutti e il numero dei suicidi dei contadini è arrivato a 180 mila».
Le recenti elezioni hanno portato alla nomina dell´”intoccabile” Meira Kumar alla guida del parlamento, e pochi mesi prima negli Stati Uniti è sorta la nuova stella Obama. Queste novità non la rendono più ottimista?
«La situazione dei dalit, gli intoccabili, dura da migliaia di anni, e una mossa politica come quella non può modificarla. Il parlamento fa i suoi giochi mettendo le varie comunità una contro l´altra, e se prima lo faceva in modo surrettizio ora agisce in modo scoperto. Quanto a Obama è ovvio che è molto meglio di Bush, ma niente ci fa credere che non proseguirà nello sforzo di mantenere l´America al vertice della piramide del cibo. Se c´è qualcosa che può spostare gli squilibri è la crisi economica mondiale, e io credo che nel contesto attuale il lavoro di Obama sarà simile a quello del pilota che ha dovuto far atterrare un aereo sull´Hudson: se si vuole evitare una guerra nucleare bisogna far atterrare l´impero americano con estrema cura. Ma considerando quel che accade in Sri Lanka, Pakistan, Afganistan e Iraq, si capirà che la grande novità chiamata Obama è finora soltanto un po´ di miele versato su piaghe molto profonde».
Lei scrive in inglese: non ha problemi a esprimersi nella lingua degli imperialisti?
«L´India è ricchissima di lingue e dialetti. Come figlia di madre cristiana del Kerala e di padre bengalese e induista, io sono un prodotto di diverse lingue e culture. Non c´è un linguaggio comune eccetto l´inglese, cioè la lingua dei colonizzatori. Ma in una società piena di disuguaglianze come questa possono essere imperialiste anche le lingue regionali. Pensi agli intoccabili: dal loro punto di vista, chi sarebbero i colonizzatori? Io sono contro l´idea che per affermare una certa opinione sia necessario usare una determinata lingua. Il linguaggio è funzionale: lo scrittore deve usarlo per farsi comprendere; non dev´essere la lingua a usare lui».
La lettura di Quando arrivano le cavallette può evocare l´immagine violentissima dell´India proposta dal film Slumdog Millionaire: le è piaciuto?
«No. L´ho trovato culturalmente falso, pieno di errori. E poi mostra la povertà come se fosse un fenomeno naturale».
Lei dà un giudizio problematico sul mahatma Gandhi: forse è la sola…
«Era un uomo capace d´intelligenza e di discorsi profetici: lo sono stati, per esempio, quelli che ha fatto sulla questione ambientale. Ma era troppo conservatore riguardo a certi temi, come il sistema delle caste, che non ha mai messo in discussione, e il suo pacifismo aveva risvolti assurdi: come si può invocare lo sciopero della fame in un paese dove la metà delle persone muore di fame?»
Non pensa a nuovi romanzi?
«Ci penso spesso: ho in mente belle storie. Ma la realtà attorno a me è troppo pressante per darmi il tempo di scrivere fiction».

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Agenzia matrimoniale per soli malati di Aids

Due ragazzi del Gujarat, nel nord ovest dell’India, si sono incontrati ad una festa organizzata apposta, si sono piaciuti e si sono sposati. Nulla di strano se non fosse che i neo sposi sono entrambi portatori di Hiv/Aids. Come loro, tanti altri sono riusciti a trovare l’anima gemella nonostante lo status di emarginati che si trovano a vivere per la loro malattia, in un paese che non accetta cosi’ facilmente i diversi. Il matrimonio e’ avvenuto grazie all’intermediazione di una agenzia matrimoniale specializzata nel trovare l’anima gemella ai malati di AIDS. Sono oltre 5,7 milioni i malati di Aids in India, secondo le stime dell’ONU. Il numero pone il paese di Gandhi al primo posto nella classifica dei contagiati. Ed anche se per il governo di Delhi sono ‘solo’ 2,5 milioni, pongono comunque un problema sociale molto forte. In un paese in cui i matrimoni vengono combinati tra appartenenti alla stessa religione, casta, gruppo etnico, status sociale, per coloro che sono emarginati dalla societa’, malati ma anche vedove, trovare l’anima gemella e’ una impresa ardua. E cosi’ negli ultimi anni sono sorte agenzie specializzate e i giornali, nell’inserto della domenica riservato agli annunci matrimoniali, hanno inserito annunci per malati di AIDS e vedovi. L’associazione ”HIV+ Find a Life Partner”, che ha organizzato la festa in Gujarat e gestisce l’agenzia matrimoniale, in quattro anni e’ riuscita a far sposare 300 coppie di malati di AIDS. Ma le richieste sono tante: oltre 1.000 gli uomini che si sono rivolti, meno di cento le donne. Questo si spiega con il fatto che raramente le donne dichiarano la propria malattia, perche’ in questo caso vengono automaticamente prese per prostitute. In realta’ spesso sono vedove. Contagiate dai loro mariti.

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Bollywood ha già condannato a morte il terrorista senza aspettare il processo

Bollywood ha già condannato a morte l’unico terrorista sopravvissuto tra quelli che assaltarono Mumbai lo scorso 26 novembre, facendo oltre 170 morti. Lo scrive il Times of India, spiegando che il primo film di una lunga serie di pellicole sugli attentati di Mumbai, che uscirà tra poco, contiene la scena dell’impiccagione di Mohammad Ajmal Kasab, il terrorista sopravvissuto, il cui processo non è ancora cominciato. L’uomo, secondo la legge indiana, rischia la condanna a morte che in India viene eseguita per impiccagione. E’ accusato di reati che vanno dalla strage all’omicidio, dal tentato omicidio ala guerra al paese. Il film, non una delle più importanti produzioni di Bollywood, con un budget povero (circa 500 mila euro, una miseria anche per l’India) ma che punta sull’argomento e sulle immagini spettacolari per fare soldi, è diretto da Surender Suri, non una prima firma del cinema indiano, ma un regista esperto degli action movie che tanto piacciono agli indiani. Total Ten, questo è il titolo del film, è in lavorazione negli studios di Mumbai ed è stato girato nei luoghi dell’attentato: dal porto di Mumbai dove Kasab e gli altri terroristi sono arrivati in barca dal Pakistan, alla stazione dove ci sono stati i primi scontri, ai due alberghi ostaggio per giorni dei terroristi. Rajan Verma, l’attore che impersona Kasab, non voleva accettare la parte, così come nessun avvocato voleva difendere Kasab in tribunale. Ma il finale con l’impiccagione lo ha convinto. Oltre a quello di Suri, sono in lavorazione 15 film solo tra le produzioni a basso costo di Bollywood, mentre si attendono, dopo la sentenza, i film delle stelle di Bollywood su quello che é stato definito l’undici settembre indiano. All’indomani della liberazione degli alberghi a cinque stelle Oberoi e Taj Mahal, alcuni tra i più importanti registi indiani girarono scene nelle strutture. La cosa creò poche proteste, nonostante la ferita aperta. Tra i titoli dei film in cantiere, ha reso noto la Indian Motion Pictures Producers Association (Imppa, l’associazione che riunisce i produttori cinematografici), 26/11 Mumbai under terror, Operation five-star Mumbai, Taj to Oberoi, 48 hours at the Taj e Black Tornado. I titoli devono ora essere approvati dalla Imppa. Secondo Ujwala Londhe, rappresentante dell’associazione dei produttori, il primo titolo è stato depositato e registrato il 28 novembre, quando ancora era in corso l’assedio delle forze speciali ai terroristi barricati negli hotel.

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L’avvocato ci ripensa: difenderà Kasab

Fa marcia indietro l’avvocato Anjali Wagmare e il giorno dopo aver annunciato la rinuncia alla difesa del terrorista responsabile degli attentati di Mumbai per le minacce di un gruppo fondamentalista indu’, ha annunciato oggi che prendera’ le difese dell’uomo. Il tribunale di Mumbai le ha assicurato un alto grado di sicurezza, lo stesso che viene dato ai politici del governo. Una scorta l’accompagnera’ ovunque e poliziotti staranno a guardia della sua abitazione di Mumbai. La donna era stata scelta dal tribunale speciale organizzato a Mumbai per giudicare Mohammed Ajmal Amir Kasab, l’unico terrorista sopravvissuto del gruppo che nel novembre assalto’ Mumbai facendo 170 vittime, e gli altri imputati nel processo. Kasab aveva accettato la donna avvocato come suo avvocato d’ufficio e il tribunale aveva rinviato la prima udienza del processo al 6 aprile. Un gruppo di attivisti del partito nazionalista hindu dello Shiv Sena, ieri preso d’assalto l’appartamento della donna, gridando slogan e minacce contro di lei e gettando pietre all’indirizzo della sua abitazione, forzando l’avvocato a rinunciare all’incarico, come avevano fatto gia’ altri suoi colleghi. Oggi, dopo l’annuncio del tribunale della concessione della scorta, la donna ha annunciato che conferma l’incarico di difesa, dando cosi’ la possibilità di cominciare il processo come previsto.

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Avvocato costretta a lasciare difesa terrorista di Mumbai

La democrazia indiana non si smentisce e il diritto alla difesa, come tanti diritti, viene calpestato. Capisco implicazioni sentimentali, capisco tutto, ma i diritti sono inalienabili. Anche io, quando a volte mi viene da pensare a quelli che stuprano o violentano bambini, mi chiedo perchè questi debbano avere un difensore. Ma la democrazia è per tutti, anche per i più “cattivi”. Anjali Waghmare, la donna avvocato che solo ieri aveva accettato di difendere d’ufficio Muhammed Ajmal Amir Kasab, l’unico terrorista rimasto in vita tra quelli che hanno attaccato Mumbai lo scorso novembre, ha dovuto rinunciare all’incarico. Poche ore dopo la pubblicazione della notizia dell’accettazione della sua difesa e dell’inizio del processo il 6 aprile prossimo, un centinaio di manifestanti dello Shiv Sena, un movimento induista fondamentalista, ieri sera tardi hanno protestato dinanzi la sua casa di Mumbai, lanciando pietre e urlandole contro slogan. La donna, che e’ anche moglie di un poliziotto, temendo per la sua vita, ha annunciato di rinunciare alla difesa di Kasab, ”per non urtare i sentimenti della gente”. I manifestanti, dispersi dalla polizia, sono stati a protestare fino all’alba dinanzi alla stazione di polizia di Worli, il quartiere dove vive l’avvocato, ma nessuno e’ riuscito a raggiungere l’abitazione della donna e non ci sono stati feriti. Gia’ lo scorso dicembre un altro avvocato, Dinesh Mota, scelto per difendere Kasab, ha rifiutato dopo aver accettato adducendo motivi etici e dichiarandosi disponibile anche a consegnare la sua licenza di avvocato. La corte da allora ha avuto difficolta’ a trovare un difensore per il terrorista, fino a ieri. Ma da oggi bisognera’ cominciare tutto da capo per permettere l’inizio del processo come previsto.

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Trovato l’avvocato per il terrorista di Mumbai

Sarà una donna avvocato a difendere Mohammed Ajmal Amir Kasab, l’unico terrorista sopravvissuto del gruppo di fuoco che assaltò a novembre Mumbai, nel processo a suo carico che comincerà il 6 aprile. Lo ha deciso la corte speciale della capitale economica indiana, dinanzi alla quale si svolgerà il processo. Con la decisione di oggi, il tribunale speciale è riuscito a superare lo stallo nel quale si trovava il procedimento, anche a causa del fatto che non si trovavano avvocati disposti a difendere Kasab. Il tribunale ha informato Kasab, collegato in videoconferenza, della data di inizio del processo e del suo nuovo avvocato d’ufficio, che a giorni sarà affiancato da un assistente. Il terrorista non ha fatto obiezioni e ha chiesto ed ottenuto di vedere il legale prima del processo.

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Sul mio silenzio (parte seconda e ultima)

Una cosa volevo farvi notare. A parte la spettacolarizzazione, l’attentato i Mumbai non rappresenta nulla di nuovo nel panorama indiano. Sempre l’ex Bombay è stata oggetto di attentati anche più gravi. Ricordo che due anni fa diverse bombe esplosero nella “metropolitana” della città facendo 200 morti. Ma erano tutti indiani, per cui, dopo neanche un paio di giorni, se ne dimenticarono tutti. Come questo altri. In meno di sei mesi, gli ultimi, in India ci sono state, accantonando i fatti di Mumbai, almeno 64 bombe che hanno ucciso quasi 300 persone ferendone 900. Quante di queste notizie ricordate? Invece di Mumbai ce ne ricordiamo, per la spettacoliazzazione dell’evento e perchè ci sono andati di mezzo anche gli stranieri. Non c’è che dire. Come sempre i morti indiani valgono di meno, come nel caso delle inondazioni, dei terremoti, dello tsunami. Si è fatto un casino in Italia per la questione dei cristiani in Orissa dopo l’attacco ad una chiesa e l’uccisione di alcune persone (sempre deprecabile, per carità). Ma cala il silenzio sulle centinaia di morti quotidiane anche in Orissa a causa delle guerre tribali, di indiani missionari di tutte le religioni, di povera gente, di morti di fame, di gente che muore nell’attesa della “speranza indiana”. Non c’è che dire, faccio davvero un bel mestiere. Mi sento un po’ Cassandra, rileggendo e pensando che scrivevo o dicevo che eravamo in pericolo, che non potevamo uscire di casa, da più parti mi prendevano n giro, dicevano che ero esagerato. Ecco. Mi dispiace aver ragione così. Sempre sul fatto di aver ragione (non che la cosa mi fa piacere), ma il 13 settembre scorso ho scritto un post (e un lancio Ansa) nel quale riportavo che i terroristi avevano annunciato hce il prossimo attentato rispetto a quello di Delhi di settembre, sarebbe avvenuto a Mumbai. Porto sfiga?

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Il (mio) silenzio sull’attentato di Mumbai

Molti di voi, e vi ringrazio, mi hanno lasciato messaggi tra il blog e facebook, oltre a telefonate ed email, preoccupati per i fatti di Mumbai. Qualcuno si è anche chiesto sul blog perchè non ho riportato notizie sugli avvenimenti, lasciando invece la pubblicazione di notizie “frivole”. I motivi sono due: il primo è che ero in vacanza e il secondo è che sono stanco di scrivere di morti. Per il primo motivo, vi rimando ad un post che scriverò nei prossimi giorni. Sono appena tornato da una settimana di vacanza da un posto meraviglioso, un paradiso terrestre. Vi racconterò poi. Il secondo motivo è meno frivolo. Sono stanco di parlare di morti. Sono stanco di scrivere e cercare di far capire che questo paese non è quella democrazia più grande del mondo che si vuol disegnare, che è quel bengodi degli investimenti stranieri, che è il paese dove si campa divinamente. Basta digitare “bombe” nel motore di ricerca interno del blog per trovare diversi articoli a riguardo. Chi mi segue da tempo sa che ho sempre cercato di raccontare un’India diversa dall’iconosgorafia e dalle immagini oleografiche solite, diversa dalle “speranze indiane”. Ma la mia è un’azione donchisciottesca. Resteranno sempre le “speranze indiane”. Non per questo mi arrendo, ma non voglio dare pubblicità ai terroristi, non più di quanto non abbiano già avuto sui media di tutto il mondo. Io cerco di raccontare l’India come la vedo, com’è, le grandi notizie le leggete dovunque (molto spesso sono mie…). Sulla faccenda di Mumbai, bhè, posso dirvi che due settimane fa ero al Taj Mahal Palace con moglie e figlia. Hanno perquisito anche la mia bambina di nemmeno due anni prima di farla entrare. Ma sui controlli indiani ho già scritto nel blog. Quando consiglio ai turisti di fare attenzione, di evitare luoghi affollati come mercati o altro perchè pericoloso, vengo tacciato di voler spaventare la gente. Ecco, li voglio spaventare. Si è visto. Per me e per molti amici che vivono qui, la “speranza indiana” è quella di riportare salva la pellaccia a casa. Cosa che, di questi tempi in India (ma anche da un po’ di tempo) non è poi così sicura. Facciamo vita da reclusi, non possiamo andare nei centri commerciali, nei ristoranti degli alberghi (che sono i migliori), nei mercati. Già un paio di bombe a Delhi sono esplose non lontane da me. A Pushkar la fiera è stata sottotono anche per le bombe. Ma si può campare così? No. La cosa che mi fa più paura è che gli indiani hanno l’atomica. Ma come la proteggono? come hanno fatto con le città? Poveri noi.

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La moglie gioca in borsa e perde, il marito divorzia

Un uomo indiano ha chiesto il divorzio dalla moglie che ha perso una fortuna nella crisi finanziaria dei giorni scorsi. La donna, della quale il Times of India non ha diffuso le generalità, vive ad Ahmedabad ed ha 34 anni, sposata da dieci, con una figlia. Vivendo in casa ed avendo molto tempo libero, da qualche anno ha cominciato a fare trading online. A causa della crisi finanziaria dei giorni scorsi, ha perso circa 60 mila euro, 24 mila solo negli ultimi giorni. Suo marito, come lei ha scritto in una rubrica di posta gestita su un giornale locale da una psicologa, non vuole sentire ragioni e vuole divorziare. “Io gli ho detto – ha scritto alla psicologa – che è solo un momento, che tutti stanno perdendo. Ma lui non vuole aspettare e ha deciso di divorziare. Che cosa devo fare? Non ho fatto nulla di male, ho occupato il mio tempo libero, abbiamo anche guadagnato, la crisi finanziaria mondiale non è certo colpa mia”. La psicologa le ha consigliato di parlare con il marito e di promettergli di lasciar stare il mercato azionario. La loro situazione comunque, secondo la psicologa, non sarebbe isolata.

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