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Problemi satellitari alla base della cancellazione del reality show

Sulla questione della cancellazione del Reality Show La Tribù – Missione India, sul quale ho già scritto, interviene il presidente della società si produzione a chiarire alcuni aspetti.

“Non riesco a spiegarmi in nessun modo neanche io la cancellazione de La Tribù-missione India”, dice Silvio Testi, fondatore della Triangle Production, in un’intervista a Gente, in edicola domani a proposito dell’annullamento del reality di Canale5. “Eravamo pronti alla messa in onda del programma per il 23 settembre, come da accordi col Biscione. Poi lo stop, che ho appreso dal comunicato stampa. Neanche una telefonata di spiegazione, nonostante le settimane di lavoro e le difficoltà. Perché di difficoltà – sottolinea Testi – ce ne sono state tante. A partire dai tempi tecnici per l’organizzazione. Il programma, che prevedeva la permanenza di 12 concorrenti in un villaggio indigeno vicino a Goa per due mesi, ci è stato commissionato a fine giugno. Un termine già molto difficile da rispettare, ma non abbiamo voluto dire di no: con Mediaset e Paola Perego avevamo già lavorato, producendo La Talpa che era stato campione di ascolti della scorsa stagione”, dice Testi. Due i problemi fondamentali: i visti per i concorrenti e il ponte satellitare per i collegamenti in diretta. L’ambasciata indiana a Roma, contattata da Gente, spiega che per realizzare un prodotto televisivo, serve un apposito visto, detto “JV” [il visto giornalistico, ndr], che viene concesso dal ministero dell’Informazione di New Delhi. E che per tutto “il progetto Tribù” l’ok era arrivato. Tutto ok dunque? “A noi partecipanti hanno spiegato il rinvio dicendo che c’erano problemi con i collegamenti satellitari dall’India all’Italia. Siamo stati fermati la mattina stessa della partenza, quando con la valigia in mano stavamo andando in aereoporto”, racconta Elenoire Casalegno. Lucio Presta, compagno di Paola Perego e suo manager, non si pronuncia. Nina Moric:”ho cancellato moltissimi impegni di lavoro e attualmente come da contratto non possiamo prendere altri impegni. Eravamo un bel gruppo, avevo molta voglia di partire per l’India”. Si profila una possibIle battaglia legale tra Mediaset e Triangle. “Ci hanno creato un danno enorme, ci riserviamo ogni iniziativa giudiziaria”, dicono da Cologno. “Sono accuse immeritate – ribatte Testi – non hanno versato l’anticipo come previsto, sono insolventi nei confronti della Triangle”.

fonte: ANSA

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Archiviato in india, Vita indiana

Niente reality show italiano, in India la vita è già un reality

Avrei voluto scrivere un articolo sulla faccenda del reality La Tribu-Missione India che si sarebbe dovuto fare in India. Non ho avuto tempo, e così riporto quanto ha scritto nel suo blog l’ottimo Tuttoqua. Da parte mia aggiungo solo un paio di cose. Innanzitutto non mi esprimo sul fatto dei visti: gli indiani stanno esagerano, ho già scritto sulla questione, e la mia idea non cambia. Non possono pensare che poiché i paesi europei stringono le maglie dei visti agli indiani perché l’India è un paese ad alto pericolo di emigrazione clandestina, possono applicare gli indiani lo stesso metro anche a noi europei. In secondo luogo, concordo con fatto che di molti indiani non ci si può fidare. Terzo: se volevano far vivere i vipponi italiani in una situazione di disagio, che bisogno c’era di andare a scomodare una tirbù primitiva? Bastava che li portavano nella Delhi bene dove ho vissuto io o a Gurgaon, dove vive l’ottimo Tuttoqua. Provate voi a vivere con lo stipendio di un operaio italiano (non indiano, ma italiano) in uno di questi quartieri, provate voi a vivere senza acqua, elettricità, in mezzo a bestie di ogni foggi, taglia e tipo. Altro che Tribù, altro che Isola dei Famosi.

Poveri illusi, io mi rendo conto che il mio povero e infimo blog non possa pretendere di diffondere informazioni oltre il livello degli amici che mi seguono assiduamente, e che non si possa necessariamente prendere per buono tutto cio’ che dico. Pero’, se qualcuno in Mediaset si fosse andato a leggere qualcuno dei miei numerosissimi POST sull’India, magari si sarebbe fatto cogliere dal dubbio. No, vabbe’, sto facendo il presuntuoso, quindi basta.

Intanto pero’, il reality di Canale 5 denominato Missione India ha chiuso i battenti ancora prima di partire. Perche’? Perche’, secondo Mediaset, “si e’ superato ogni ragionevole ritardo”. La trasmissione sarebbe dovuta partire il 16 Settembre, ma cio’ non e’ accaduto. Il produttore, la Triangle Production di Silvio Testi (il marito di Lorella Cuccarini), nonostante le accuse di Mediaset, dice che la location e’ pronta e che tutto e’ in ordine, e che il ritardo non e’ da imputarsi a lui, ma piuttosto al fatto che il cast e’ stato composto all’ultimo momento e che il governo indiano non ha (ancora) concesso i Visti. Da un lato, dunque, chi produce punta il dito verso chi trasmette, e dall’altro lato viceversa. Ma noi, in realta’, la ragione la conosciamo, perche’ l’abbiamo letta praticamente ovunque. Il Governo indiano si e’ rifiutato, finora, di concedere i Visti, perche’ Missione India avrebbe mostrato una popolazione primitiva che vive nella zona in cui doveva essere ambientato il programma, dunque un’immagine troppo arretrata di un paese che vuole, a tutti costi, far vedere solo il suo lato migliore (quale?). Come ho gia’ fatto notare un paio di giorni fa, la spiegazione e’ pretestuosa, perche’ quella zona non ospita gente che vive ancora nell’Eta’ della Pietra, ma piuttosto e’ abitata da persone che fanno parte di quegli 8/900 milioni di indiani che vivono nella miseria piu’ nera. Ora, dovete sapere che l’intera economia indiana, e dunque la crescita economica annuale a doppio zero, si poggia sostanzialmente proprio su questi poveracci. Un immane, sterminato, infinito serbatoio di mano d’opera quasi gratis, per la quale non bisogna nemmeno preoccuparsi di adottare il benche’ minimo criterio di sicurezza, perche’ tanto, in India, quando muoiono quelli li’ non se ne accorge nessuno, purtroppo.

E’ chiaro, quindi, che la classe dominante del sub-continente abbia un interesse specifico nel mantenere la situazione cosi’ come si trova, altrimenti fine della crescita mirabile riscontrata negli ultimi anni e su cui l’India conta, allo scopo di posizionarsi come super potenza, alla stessa stregua della Cina, degli USA, dell’Europa e del Giappone. Che possano riuscirci o meno (secondo chi scrive non ce la faranno mai), al momento cio’ che conta e’ mostrare un’immagine patinata del Paese, cosi’ che gli investimenti da fuori (e i miliardi di dollari offerti dai Paesi Amici) continuino a fluire indisturbati, e nessuno debba fare pubblicamente mea culpa per le condizioni misere in cui viene tenuto quasi un sesto della popolazione mondiale (!).

Quindi, guai a far andare in onda quel reality, ma scherziamo? D’altronde come reagi’ il Governo indiano quando fu proiettato “The Billionaire”? “Eh, ma cazzo, avete fatto vedere le bidonville di Mumbai!”. E che dovevano far vedere di Mumbai? A parte la lungomare, e’ tutta una bidonville! E’ Mumbai cazzo, mica ci potevano mettere un telone nero sopra? E poi, i protagonisti del film, non vivevano proprio in quelle baracche? No, loro si risentirono, salvo invece poi bearsi della pioggia di Oscar, come se il film fosse stato scritto e prodotto in India e pagato con soldi indiani! Ma saranno scemi o no?

Torniamo a Missione India, e domandiamoci: e’ possibile che Mediaset, per gestire tutta la parte logistic-burocratic-amministrativa, si sia messa a fare tutto da remoto? Certo che no, avranno preso contatti con qualche indiano che, dopo essersi infilato un pezzo di celluloide sull’orecchio sinistro, per certificare la sua appartenenza al settore televisivo, li avra’ inchiappettati per bene dopo essersi preso una bella carrettata di rupie! “Sorry Sir… which reality… No Sir… Sir… I sent you a document… I apologies… my grandmother passed away…. I am sick…. sorry today I am busy…”. E via, con vagonate di cazzate pur di non fare il lavoro.

Conoscendo l’India e gli indiani, facendo le cose nel modo giusto e pagando quello che c’e’ da pagare, i Visti non solo li avrebbero rilasciati in 5 minuti, ma li avrebbero fatti incidere, uno per uno, su targhe d’oro zecchino, che sarebbero state consegnate a Mediaset direttamente dalla popolazione primitiva di cui sopra, ben tirata a lucido.

Beata ingenuita’ e, come sempre, Incredible India!

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Arrestato in Nepal trafficante di organi

Era proprio il dottore indiano Amit Kumar, ricercato alle polizie di tutto il subcontinente per essere al centro di un traffico di organi, l’uomo arrestato ieri sera in un resort di Chitwan, la città nel Nepal sud orientale ai confini con l’India sede del parco nazionale. Il socio di Kumar, con il quale gestiva una clinica a Kathmandu per l’espianto di reni, è riuscito a fuggire poco prima che la polizia facesse irruzione nella stanza del lodge nella jungla nepalese. Kumar era in possesso di un passaporto falso a nome di Yaspal Sharma. L’uomo è stato portato a Kathmandu per interrogatori e addosso gli sono stati trovati circa 20mila euro di rupie indiane, 145 mila euro e 18900 dollari. Il suo arresto è stato confermato dal ministro degli interni nepalese che ha informato anche le autorità indiane. Non è certo se e quando Kumar potrà essere estradato in India. Fra i due paesi non c’è un accordo del genere e inoltre Kumar è accusato anche in Nepal.

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Traffico di organi a Delhi, polizia aiuta colpevole a scappare

Sottraevano reni a persone povere e bisognose per poi venderli e trapiantarli a ricchi indiani o a stranieri. La polizia indiana ha scoperto un traffico di organi in una clinica di Gurgaon, citta’ satellite a pochi chilometri da Delhi. La clinica e’ stata sigillata e quattro persone sono state arrestate ma il suo titolare, il Dr. Amit Kumar, ritenuto il principale artefice dell’attivita’ illegale, e’ riuscito a fuggire. Gli inquirenti sono ora sulle sue tracce. Ricercati anche altri due medici, ritenuti suoi complici. Tutti gli aeroporti del Paese sono stati messi in allerta, per impedire al medico di fuggire all’estero. Ma, secondo alcuni, Kumar potrebbe gia’ essere riuscito a varcare la frontiera via terra e a recarsi in Nepal attraverso la strada che collega quest’ultimo stato con quello indiano dell’Uttar Pradesh. Kumar non e’ nuovo a problemi con la giustizia. Arrestato in passato sia a Mumbai che in Andhra Pradesh che a Delhi per faccende simili, aveva cambiato nome e ripreso la sua losca attivita’. La polizia indiana ha scoperto il traffico a seguito della denuncia di una delle vittime. Kumar e i suoi, stando alla ricostruzione degli inquirenti, attiravano nella loro rete soprattutto indiani poveri che, in cambio di una somma fino a 2500 dollari, accettavano di farsi togliere un rene. L’organo poi veniva rivenduto, a prezzi decuplicati, a indiani ricchissimi o a stranieri che, in lista da tempo per il trapianto senza successo in ospedali in varie parti del mondo, trovavano nella clinica di Gurgaon la soluzione al loro problema. La preoccupazione della polizia indiana e’ proprio che Kumar possa essersi recato in Nepal. ”Non abbiamo un trattato di estradizione con il Nepal – spiega un ufficiale della polizia indiana – per cui non possiamo chidere direttamente a quel paese di catturare un ricercato dalla polizia indiana”. E intanto, mentre proseguono le indagini, lo scandalo sembra allargarsi a macchia d’olio. ” Dai documenti rinvenuti e dagli interrogatori effettuati – spiega Prem Prakash, della polizia – sembra che almeno altre 50 persone, tra medici e paramedici, possano essere implicati nel traffico illegale di organi che si faceva a Gurgaon”. Il traffico di organi umani e’ illegale in India ma nonostante cio’ sono ancora molto frequenti i casi in cui esso viene praticato, in maniera clandestina. Un trapianto di reni costa in India tra le 350000 e le 400000 rupie (tra i settemila e gli ottomila euro circa).

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Non ci sono vip e cittadini stufi inaugurano sopraelevata

Cittadini inaugurano una sopraelevata, pronta ormai da settimane, stanchi di aspettare l’arrivo di un VIP che potesse farlo per consentirne poi l’apertura al pubblico. I lavori per la nuova sopraelevata costruita a New Delhi per collegare la zona sud della città (dove si trovano le rappresentanze diplomatiche) con l’aeroporto internazionale e con Gurgaon, città satellite di Delhi, dove hanno sede le principali aziende e dove, negli ultimi anni, sono sorte decine di centri commerciali, erano terminati già da parecchi giorni ma, almeno fino ad ieri, la strada non era ancora stata aperta al pubblico. Il problema, secondo quanto hanno riportato i giornali locali, non era di tipo tecnico. Nessun lavoro da finire, nessun controllo da effettuare. L’unica cosa che mancava era un VIP, un personaggio famoso del cinema o dello sport o un famoso uomo politico, che potesse presenziare alla tradizionale cerimonia di inaugurazione con tanto di discorso, taglio del nastro e festeggiamenti. E così, mentre il governo di Delhi temporeggiava in attesa di trovare un personaggio disponibile all’operazione i cittadini non ne hanno potuto più. Visto che passavano i giorni e la sopraelevata continuava a rimanere chiusa hanno perso la pazienza e hanno deciso di prendere in mano la situazione. Una folla di oltre cento persone si è riunita cantando slogan, facendo una piccola puja (la preghiera rituale indù); hanno poi rotto delle noci di cocco e tagliato il nastro, inaugurando così di fatto la sopraelevata. La gente del posto ha dichiarato di aver preso questa decisione perché stanca del traffico congestionato della città. La nuova sopraelevata che collega Delhi a Gurgaon è lunga 27,7 chilometri e dovrebbe consentire un notevole smaltimento del traffico, permettendo di coprire in una quindicina di minuti un percorso che normalmente richiede, per via degli ingorghi, un tempo di percorrenza molto superiore.

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