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L’identità indiana

Oggi è la festa della Repubbilca indiana. 58ma ricorrenza della proclamazione della Repubblica. Come ogni anno, ma quest’anno nel freddo siberiano, l’esercito è sfilato per  Campi Elisi di Delhi, il Rajpath, la strada dei re che collega l’India Gate al Rashtrapati Bhavan, il palazzo presidenziale indiano.

Migliaia di persone presenti, ministri, deputati, il primo ministro, il presidente Patil e quello francese Sarkozy, ma senza la Bruni.

E’ in queste occasioni che si sente l’attaccamento degli indiani al loro paese. Devo dire che gli indiani non hanno un grosso sentimento nazionale. Il tricolore, l’inno scritto da Tagore, l’emblema del capitello di Ashoka, sembrano non essere dei collanti per tenere uniti gli indiani.

Dopotutto, 22 lingue ufficiali più l’inglese, dedine e decine di migliaia di dialetti, 28 stati membri e 7 territori dell’unione racchiusi in quai 3 milioni e 300 mila di chilometri quadrati (circa 11 volte l’Italia) con 1miliardo e 100 milioni di persone, non rendono la vita facile.

E allora, cosa rende uniti gli indiani? Un quesito che mi è stato posto durante il seminario alla seconda università di Napoli al quale ho partecipato due settimane fa.

Non è semplice rispondere. Sicurametne lo sport, il cricket in particolare, è un collante forte, un marcatore dell’identità indiana. Io però credo che il minimo comune denominatore sia la questione e il sistema delle caste.

Pur se sono state abolite dalla costituzione, le caste vivono e continuano a mantenere e regolare il sistema sociale indiano. Certo, non si assiste alle esagerazioni del passato, quando un dalit che incontrava sulla sua strada un bramino doveva allontanarsi in maniera tale che neanche le ombre si toccassero, ma non siamo molto lontani.

Quando sono arrivato in India, agli intoccabili, quelli ad esempio che vengono a raccogliere l’immondizia da casa, non si dava da bere in bicchieri, ma si versava direttamente l’acqua nelle mani, per non fare toccare loro le stoviglie, per non contaminarle.

Ovviamente a casa mia mai è successa una cosa del genere, ma nel mio palazzo e intorno a me succede ancora. Quando ho chiesto al mio padrone di casa, un bramino, di mettere lo scaldabagno nella stanzetta della mia cameriera, lui mi ha risposto di no, perchè “non bisogna abituarli”.

Stamattina è salito perchè mi si è rotto un rubinetto e si è meravigliato del fatto che oggi, festa nazionale indiana, io abbia dato il giorno libero alla cameriera e alla tata. Non si deve fare mi ha detto. Pensa se viene a sapere che do’ 200 euro ad una e 160 all’altra. Si incazza come una belva, visto che lui da 40 euro al mese 24h su 24 7 giorni su 7.

Anche i matrimoni sono ancora regolati dal sistema castale. Gli annunci sul giornale la domenica dividono le offerte e le richieste per casta, olter che per lingua e religione. Adesso da un annetto, ci sono anche gli annunci per le vedove, i malati di AIDS, i separati.

Ma siamo ancora molto indietro. L’India delle grandi città è un paese; quella delle periferie e dei villaggi è un’altra cosa, un altro paese. Il governo tende a riservare dei posti pubblici alle minoranze religiose e alle caste e alle tribù registrate, ma questo non fa altro che ampliare i dissidi fra le etnie, i gruppi sociali e religiosi, perchè gli emarginati da queste riserve protestano veementemente.

Non c’è soluzione alla cosa. Non credo che nel medio termine si possa cambiare. E poi cambiare perchè? Il sistema regge, mantiene, e sorregge tutto l’apparato. Quello di cui ci sarebbe bisogno è una minore sperequazione, una riduzione delle distanze economiche e sociali, una più equa distribuzione di tutto.

Ma non siamo ad Utopia. Questa è un’altra isola. Non molto felice.

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