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Di digiuno, bufale, bufali e mozzarella

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Oggi è il mio giorno di digiuno per il Tibet. Lo ha annunciato anche il giornale, per fare in modo che non me dimenticassi. Ho accolto l’invito di Luciano Stella. Ieri speravo di farmi una mangiata come si deve, sono andato alla Fattoria del Campiglione ma non ho mangiato bene. E sono a digiuno da stamattina per tutto il giorno. Mi sarei volentieri mangiato una mozzarella. Quelle di bufale, buone, o un bel pezzo di provola. Alla faccia di chi dice che non si deve mangiare. Ma quale diossina, abbiamo mangiato per anni schifezze e mo per due sacchetti di monnezza, la mozzarella di bufala è contaminata. Sarà, ma è sempre buona. E poi, come scrive Il Mattino stamattina, i casi sono infinitesimali. Colpa della solita stampa, magari leghista. La mozzarella di bufala è buona e sana. Poi è come per la mucca pazza: ora che si conosce il problema si è certi della bontà del prodotto perchè sicuramente viene controllato. Prima, invece, nell’anarchia di controlli, qualcosa poteva sfuggire. Sta di fatto che di nuovo si lamentano ora le persone, gli allevatori, i commercianti che non vendono la mozzarella a causa di questa bufala (nel senso di cazzata). Ma quelli sono napoletani, si lamentano sempre, per qualsiasi cosa. Io invece non mi lamento. Digiuno per scelta. E domani mi mangio una grande mozzarella di bufala. Magari in mezzo al pane. Nella marsigliese. Penso di fare così. Taglio la marsigliese a metà. Fin entrambi le metà pratico un foro e tolgo la mollica. In una metà ci infilo la mozzarella di bufala, nell’altra peperoni arrostiti con olive e capperi. Rinfilo la mollica et voilà, il gioco è fatto. E domani, dopo aver incontrato il nuovo (e, ho deciso, ultimo) dietologo, andrò a cena dai cugini di Calvi dell’Umbria. Credo che dovrò rinviare l’inizio della dieta.

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Tibet, digiuni, casatielli e Tony Tammaro

Sono a casa, si sono a casa. E’ bastato entrare nella tromba delle scale per accorgersene. Odore di casatielli in tutto il palazzo. Massaie che impastano e infornano, e profumo di acqua di fiori d’arancio, vera essenza della pastiera. Pasqua Napoli è questa. Ma quest’anno sta assumendo, almeno per me, una connotazione diversa a causa della situazione tibetana. Fortunatamente Napoli è sempre una città vicina e accogliente nei confronti di coloro che soffrono. E così, il buon Luciano Stella, da sempre vicino alle posizioni tibetane, insieme alla sua Arte della Felicità, ha organizzato una serie di manifestazioni pro Tibet. A cominciare dalla proiezione di Impermanence, il documentario sulla vita del Dalai Lama girato dal mio amico Gautam Ghose e prodotto dal Kaka Scapagnini. Oltre 300 persone hanno affollato la sala e il foyer dell’Ambasciatori per vedere il documentario e sodalizzare con il Tibet. Per questo abbiamo anche scelto a turno di digiunare un giorno. Il mio turno sarà il 27. Sono stati giorni di passione, di pizze (nove in 6 giorni), di conferenze (come quella sull’India insieme al professore Ciriello, rettore dell’Orientale, e al filosofo Masullo per presentare il libro di Domenico Amirante), e di Tibet. E di scoperte. Come quella di una persona incredibile e insospettabile all’apparenza. Tony Tammaro. Il vate di Patrizia, Scalea, Super Santos, ‘A munnezza ‘da gente e tanti altri successi, si è appassionato alla causa tibetana e sta partecipando a tutti gli incontri. Una persona sensibile e gentile. Non poteva essere diversamente, vista la mole e la qualità di lavori che ha prodotto. E poi è napoletano. Non lo so, più ci vengo e più mi rendo conto che questa città ha una sua alchimia, un’atmosfera, dei geni, cromosomi che la rendono speciale come anche molti dei suoi abitanti. E neanche l’olezzo della munnezza sparsa (anche se la situazione mi è parsa migliore di quello che i media mostrano) riesce a camuffare l’alchimia. E poi ci sono le persone, gli amici, il torrese, l’aliberti, pomponio, gli altri. La scorsa nottata poi è stata di quelle da segnare per tutta la vita. Vento di mare, onde alte, l’acqua che batte sulle vetrate della Casa Rossa. L’odore del mare che, accompagnato dal vento forte, spifferava nelle fessure del ristorante-albergo, attraverso la tromba delle scale, quella dell’ascensore. Ci sono rimasto fino alle due di notte, ad ammirare Ernesto e Peppe che impastavano castielli. Alla fine ne ho contati oltre trenta. E ho assaggiato una torta caprese incredibilmente buona. Si, questa è vita.

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