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Il governo indiano blocca film su liason tra Nehru e la moglie dell’ultimo vicere’ inglese

Indian Summer (Estate Indiana), il progetto per l’attesissimo film di Hollywood basato sulla presunta storia d’amore tra Edwina Mountbatten, moglie dell’ultimo vicere’ inglese in India e Jawaharlal Nehru, il primo premier indiano, e’ stato cancellato. La ragione, stando a quanto ha fatto sapere il regista, starebbe nel mancato accordo tra gli studi e il governo indiano. Lo riporta l’agenzia di stampa indiana Press Trust of India. ”Il governo indiano – ha spiegato il regista Joe Wright – voleva che ci occupassimo meno della storia d’amore, al contrario gli studios volevano incentrare il film soprattutto su questa”. Il film, che avrebbe avuto come protagonisti Hugh Grant e Kate Blanchett nei ruoli di Lord e Edwina Mountbatten, ha avuto problemi sin dall’inizio. Il governo indiano infatti aveva chiesto di poter visionare la sceneggiatura riservandosi di dare eventualmente semaforo verde al progetto solo in un secondo momento. Basato sul romanzo di Alex von Tunzelmann intitolato ”Estate Indiana: la storia segreta della fine di un impero”, il film avrebbe dovuto ripercorrere i piu’ importanti eventi della storia dell’India al tempo della conquista dell’indipendenza, focalizzando l’attenzione sulla caduta dell’ultimo vicere’, Lord Mountbatten nel 1947 e sull’ascesa al potere di Nehru. Ma il fulcro del film, nelle intenzioni della produzione, avrebbe dovuto essere proprio la passione tra la moglie del vicere’ e Nehru. Le riprese del film, destinato ad uscire nelle sale nel 2011, avrebbero dovuto cominciare il prossimo anno. Della storia d’amore tra Nehru ed Edwina Mountbatten si e’ occupata anche la figlia di quest’ultima, Pamela, nel suo romanzo ”l’India ricordata”.

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Pare sia vero: sulla luna c’è acqua. Ma in India no.

Il Moon Mineralogy Mapper (M3) della Nasa che ha operato a bordo del satellite indiano Chandrayaan-I ha effettivamente ottenuto prove dell’esistenza di acqua sulla superficie lunare. Lo hanno confermato oggi esperti indiani. Gli esperti, citati dall’agenzia di stampa indiana Pti, hanno detto che l’M3 ”ha localizzato una serie ripetuta ed omogenea di dati relativi ad una luce riflessa che indicherebbe un legame chimico di idrogeno e ossigeno in materiali su uno strato finissimo del suolo superiore” lunare. La scoperta, scrive Pti, mette fine a un dibattito che dura da 40 anni sull’esistenza o meno di acqua sulla luna. Furono gli astronauti della missione Apollo che circa 40 anni fa portarono sulla terra alcune rocce che furono analizzate dagli scienziati della Nasa che ipotizzarono appunto la presenza di acqua. Ma in quel momento non fu possibile fugare tutti i dubbi perche’ la tenuta stagna dei contenitori in cui erano state collocate le rocce non aveva tenuto, contaminando i reperti con aria dell’atmosfera.

fonte: ANSA

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L’India scopre acqua sulla luna? Intanto lancia satelliti

Prima che interrompesse prematuramente la sua attivita’, gli strumenti a bordo del satellite indiano Chandrayaan-1 potrebbero aver localizzato la presenza di acqua sulla luna. Lo scrive oggi il quotidiano The Times of India. L’ipotesi e’ legata al fatto che domani nel quartier generale della Nasa a Washington e’ stata convocata una conferenza stampa per un ”annuncio rilevante” da parte di Carle Pieters, scienziato legato al progetto Moon Mineralogy Mapper (M3). La strumentazione del M3 era ospitata in base a un contratto di affitto nel Chandrayaan-1, che ha interrotto la sua attivita’ il 30 agosto scorso, e che aveva fra i suoi obiettivi proprio quello di rilevare acqua sulla superficie lunare. Intanto, l’India ha lanciato oggi con successo il suo sedicesimo satellite Oceansat-2 e sei nano satelliti europei dalla base di Sriharikota. Lo riferisce la stampa indiana. I lanci sono cominciati alle 11.51 ora locale e terminati alle 12.06. Il primo ad andare in orbita e’ stato Oceansat-2 ad un’altitudine di 720 Km e, a seguire, i sei nano satelliti. Di questi ultimi, quattro provengono dalla Germania, uno dalla Svizzera e uno dalla Turchia. Il solo Oceansat-2 pesa oltre 960 chilogrammi. Dopo che i satelliti sono entrati in orbita, i centri di controllo dell’Indian Space Reasearch Organisation (ISRO) hanno cominciato una serrata attivita’ di monitoraggio. Il Vice Presidente indiano, Hamid Ansari, presente al momento del lancio, si e’ congratulato con gli scienziati ed i tecnici per ”gli splendidi risultati raggiunti per la nazione”. Il lancio di oggi e’ molto simile a quello avvenuto nell’aprile 2008 quando l’ISRO lancio dieci satelliti. Oceansat-2 e’ il secondo satellite indiano messo in orbita per studiare gli oceani come pure l’interazione tra oceani ed atmosfera. Ha forma cubica con due pannelli solari. Il satellite dovra’ controllare le zone di pesca intorno all’India, misurare la superficie oceanica, la velocita’ del vento, la temperatura e l’umidita’ dell’atmosfera. Dal settembre 1993 fino all’aprile 2009 l’India ha effettuato 15 missioni atmosferiche (questa e’ la sedicesima). Quattordici si sono concluse con successo mentre una e’ fallita.

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Finisce in anticipo la missione lunare indiana, persi i contatti

Gli scienziati indiani hanno perso il controllo radio con la sonda Chandrayaan 1, lanciata in orbita attorno al satellite per la prima missione lunare del paese di Gandhi. Lo riferisce la televisione indiana. E’ dalla mezzanotte di ieri che si sono persi i collegamenti con la sonda, tanto da costringere gli scienziati dell’Indian Space Research Organisation ISRO), l’ente spaziale indiano, a dichiarare definitivamente fallita la missione lunare. Annadurai, capo missione dell’ISRO, ha detto tuttavia che “tecnicamente la missione è riuscita al cento per cento, mentre dal punto di vista scientifico la sonda ha fatto il novanta percento del lavoro previsto”. Non si sa a cosa sia dovuto il black out, anche se si pensa ad un problema molto grave. La sonda è stata in orbita 312 giorni, compiendo oltre 3400 orbite intorno alla luna e inviando agli scienziati indiani di Bangalore, la città del sud dell’India dove ha sede l’ISRO, una grande quantità di dati e immagini. Nel febbraio scorso si era guastato l’altimetro. Anche a luglio furono segnalati grossi problemi tanto da far pensare ad una fine precoce della missione. La Chandrayaan-I fu lanciata dalla base spaziale indiana di Sriharikota nello stato centro meridionale dell’Andhra Pradesh, lo scorso 22 ottobre, atterrando sul suolo lunare il 14 novembre.

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Forse finisce prima la missione lunare indiana, la sonda si è rotta

Potrebbe finire molto prima del previsto la prima missione lunare indiana, la cui sonda principale sta facendo registrare grossi problemi tecnici. Lo riferiscono alla televisione indiana fonti dell’ISRO (Indian Space Research Organisation), l’ente spaziale indiano, con sede a Bengaluru (l’ex Bangalore) nel sud del paese. Madhavan Nair, capo dell’ISRO, ha comunicato che la sonda Chandrayaan-I, lanciata nello scorso ottobre e con una aspettativa di vita di due anni, potrebbe terminare il suo viaggio nelle prossime settimane in quanto si e’ rotto uno dei piu’ importanti sensori a bordo, quello che ne stabilisce la direzione, permettendole cosi’ di effettuare tutti gli esperimenti programmati sul suolo lunare. Nair ha detto che i suoi tecnici stanno tamponando il problema, ma un ulteriore guasto sarebbe irreparabile. Il capo dell’ISRO, comunque, nonostante aleggi lo spettro di una fine prematura dell’esperienza lunare indiana, ha aggiunto alla televisione che negli ultimo otto mesi, la sonda ha completato la maggior parte dei suoi compiti, riuscendo a terminare molti degli esperimenti centrando gli obiettivi prefissati. La sonda Chandrayaan-I fu lanciata dalla base spaziale indiana di Sriharikota nello stato centro meridionale dell’Andhra Pradesh, lo scorso 22 ottobre. Il 14 novembre tocco’ il suolo lunare, piazzando l’India nell’elite di pochissimi paesi che possono vantare un allunaggio e sbaragliando al concorrenza asiatica, soprattutto cinese e giapponese.

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I giovani e le curiosità del nuovo governo

E’ Agatha Sangma, 28 anni, la mascotte del secondo governo di Manmohan Singh. La giovane avvocato proveniente dallo stato nord orientale del Meghalaya, ha riscosso sorrisi e applausi, anche da Sonia Gandhi, quando oggi, nelle mani del presidente indiano Pratibha Patil, ha giurato come ”minister of state”, sottosegretario del governo indiano. Sangma e’ alla sua prima esperienza, ma vanta una famiglia di politici di lungo corso nel piccolissimo stato montuoso nord orientale, al di la’ del Bangladesh. Suo padre Purno Agitok Sangma, presenta al giuramento, fondatore del Nationalist Congress Party, e’ stato parlamentare dal 1977, primo ministro del Meghalaya e presidente della camera bassa del parlamento indiano (Lokh Saba). Un altro giovane astro della politica indiana, Sachin Pilot, 32 anni, ha giurato oggi, un’ora dopo il giuramento di suo suocero, Farooq Abdullah. 37 i ministri che hanno meno di 40 anni, anche se l’eta’ media del governo e’ di 57 anni. Dal piu’ anziano, il ministro degli esteri SM Krishna che ha 77 anni, alla piu’ giovane, il sottosegretario Agatha Sangma, passano 50 anni. Uno solo, il sikh MS Gill, alla cerimonia era vestito con giacca e cravatta, la maggior parte vestiva con abiti tradizionali. Sachin Pilot ha giurato indossando un tipico e colorato turbante rajasthano.

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Ha giurato il nuovo governo di Manmohan Singh

Hanno giurato i ministri che formeranno il nuovo governo di Manmohan Singh, il secondo consecutivo dell’economista sikh. Nelle mani del presidente dell’Unione Indiana Pratibha Patil hanno giurato 59 tra ministri, ministri indipendenti (una sorta di vice ministri) e i sottosegretari (‘ministers of state’), portando a 79 il numero dei componenti del governo. Singh e 19 avevano gia’ giurato la settimana scorsa, quando il primo ministro aveva anche affidato le deleghe piu’ importanti, interni, esteri, finanze e ferrovie. Il primo ministro non ha ancora deciso invece le deleghe per questi nuovi ministri, che sta discutendo in queste ore con Sonia Gandhi, presidente del Partito del Congresso e dell’alleanza (UPA) che governa il paese.
E sara’ una strada in salita quella che aspetta il nuovo governo e Singh, l’unico primo ministro, dopo Nehru, ad essere riconfermato dopo la fine naturale del primo mandato.
La sfida del nuovo esecutivo sara’ da un lato quella di tendere una mano alle classi meno abbienti, non toccate dalla crescita economica del paese ma che anzi hanno sofferto, soprattutto i contadini, di una crisi quasi senza precedenti, e dall’altro la necessita’ di non fermare lo sviluppo del paese che, contestualmente all’uscita del mondo dalla crisi economica globale, potrebbe vedere di nuovo l’economia indiana crescere a ritmi dell’8% annuo.
Singh, fautore gia’ in passato di riforme economiche liberali, deve far fronte alle minori entrate fiscali dello stato e contestualmente trovare una soluzione ai problemi degli ultimi, ancora troppi. Il 90% della popolazione vive e lavora in una economia informale (e il dato e’ in crescita dopo la liberalizzazione del 1991), in cui i diritti dei lavoratori non sono tutelati in alcun modo, dove non esiste il diritto alla pensione, all’assistenza sanitaria, dove viene evasa sistematicamente la legislazione sull’orario di lavoro e sulle condizioni di sicurezza sul posto di lavoro, dove le donne e le caste basse sono escluse a priori dalle progressioni di carriera nei posti di lavoro. Il mondo guarda all’India e Delhi vuole farsi trovare preparata.
Assente eccellente nel governo, Rahul Gandhi, il rampollo della dinastia Gandhi Nehru, uno dei grandi vincitori delle elezioni appena passate. Rahul, per il quale si parlava di un viceministero, ha detto di preferire un ”lavoro alla volta”, scegliendo di impegnarsi nel partito del Congresso, nel quale e’ segretario generale e responsabile dei giovani, piuttosto che accettare un incarico di governo.
Il gabinetto di Manmohan Singh sara’ composto da 34 ministri, 7 viceministri e 38 sottosegretari, tra i quali spicca la giovane Agatha Sangma di 28 anni. Le nomine non hanno mancato di suscitare proteste, per la presenza di parenti eccellenti ma soprattutto per l’assenza ministri di religione musulmana e per quella di esponenti dello stato dell’Uttar Pradesh, il piu’ popoloso d’India. In questo stato, Sonia e Rahul hanno il loro collegio e il Congresso ha avuto un ottimo risultato alle ultime elezioni guadagnando 10 voti. Qui regna incontrastata Kumari Mayawati, la ”regina dei dalit”, che si aspettava un risultato elettorale notevole tanto da diventare primo ministro, e che invece si e’ limitata a dare un appoggio esterno al governo di Manmohan Singh.

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Nominati 6 ministri e decisa prima seduta parlamento

Tra i 19 ministri che hanno giurato ieri, il primo ministro ha annunciato poco fa gli incarichi ad alcuni di loro. Somanahalli Mallaiah Krishna e’ stato nominato ministro degli esteri, l’ex capo della diplomazia Pranab Mukherjee e’ stato nominato ministro delle finanze. La presidente del Trinamool Congress Mamata Banerjee sara’ il nuovo ministro delle ferrovie, incarico molto importante nel gabinetto indiano. Conferme per Palanippan Chidambaram agli interni, Sharad Pawar all’agricoltura e AK Antony alla difesa. Gli altri incarichi dovrebbero essere annunciati nelle prossime ore. E si terra’ dall’1 al 9 giugno la prima sessione del nuovo parlamento indiano, uscito dalle elezioni finite lo scorso 13 maggio e i cui risultati sono stati resi noti il 16. Lo ha annunciato il ministro degli interni uscente Palanippan Chidambaram, il giorno dopo il giuramento del nuovo esecutivo e del primo ministro Manmohan Singh. Il presidente indiano Pratibha Patil parlera’ alle camere in seduta congiunta il 4 giugno, i nuovi membri del parlamento giureranno il 1 e il 2, mentre il presidente della camera sara’ eletto il 3. Le prime discussioni sule mozioni di ringraziamento al discorso del presidente saranno il 5, l’8 e il 9. Entro il 31 luglio si dovra’ discutere del bilancio generale. Il parlamento indiano non si riunisce di continuo, ma a sessioni. La situazione con il DMK, che aveva annunciato l’uscita dal governo e il solo appoggio esterno, dovrebbe rientrare presto.

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Il governo perde pezzi prima di giurare

Il governo indiano non ancora in carica perde gia’ i suoi primi pezzi. Il Dravida Munnetra Kazhagam (DMK) partito che governa in Tamil Nadu nel sud dell’India e che prima delle elezioni aveva garantito il suo appoggio al Congresso, ha annunciato oggi che uscira’ dalla coalizione di governo, pur mantenendo un appoggio esterno all’UPA (United Progressive Alliance) che governa il paese, guidata dal Congresso. Alle elezioni il DMK ha conquistato 18 seggi ed ha chiesto al primo ministro incaricato Manmohan Singh e a Sonia Gandhi, presidente del Congresso e dell’UPA, di avere 7 tra ministri e sottosegretari, con tre ministri importanti e il resto sottosegretari. Questi incarichi sarebebro stati accusati dai figli e nipoti del leader del partito, l’anziano primo ministro del Tamil Nadu Karunanidhi. Il Congresso, invece, ha offerto sei posti, con al massimo tre ministeri minori. Il leader del DMK, ha cosi’ deciso di tirare fuori dla governo i suoi, garantendo pero’ un appoggio esterno. A causa della rinuncia del DMK, e’ saltato oggi l’incontro tra il primo ministro Singh e il presidente Pratibha Patil. Il DMK e’ risultata la terza forza all’interno dell’UPA secondo i risultati delle elezioni resi noti il 16 maggio, dopo il Congresso e il Trinamool Congress, partito del West Bengala. Domani e’ previsto il giuramento del governo indiano guidato, per la seconda volta consecutiva, da Manmohan Singh.

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Sulla democrazia indiana e le elezioni

Da più parti sono stato stimolato ad un commento elettorale. Io sono un cronista, non un politologo, per cui mi sono sottratto. Ma è giusto , credo,  da osservatore privilegiato per stare qui da sei anni, che anch’io esprima il mio parere. Di seguito propongo una riflessione della professoressa Elisabetta Basile, docente di economia alla Sapienza, che ho avuto il piacere e l’onore di conoscere e le cui idee  condivido pienamente. A seguire l’intervento della Basile, in corsivo un mio contributo. Entrambi sono stati diffusi sulla lista dell’associazione Italindia.

[…] ti scrivo per comunicarti il disagio crescente che provo di fronte ai commenti sui risultati delle elezioni indiane. In particolare, sta crescendo la mia perplessità sull’uso corrente che viene fatto nella stampa e dagli specialisti dell’espressione che afferma che l’India è la democrazia più grande del mondo. Più studio l’India, e più mi pare un paese di una estrema complessità, e forse questa complessità è all’origine dell’interesse che io personalmente provo per essa. Nel tentativo di cogliere questa complessità, gli analisti usano categorie concettuali di uso comune e diffuso, come quella di democrazia. Affermare che l’India è una grande democrazia è vero, ma è anche banale allo stesso tempo. E’ certamente un paese grande, ed è certamente un paese basato su di un sistema politico che poggia su meccanismi elettorali che appaiono ‘democratici’ . Ma ciò basta a definire l’India un grande paese democratico? Più osservo l’India, più mi accorgo come sia difficile applicare il concetto di democrazia, così come io lo interpreto, al caso indiano. L’india mi appare sempre più un grande e complesso paese, ma sempre meno un paese democratico Devo dire che l’esito di queste elezioni (di cui peraltro sono contenta perché una vittoria del BJP mi sarebbe sembrata un segnale molto brutto) mi ha scosso e mi ha fatto molto riflettere. Più conosco l’India, più mi rendo conto che è una società profondamente autoritaria e antidemocratica, sia in relazione alla organizzazione economica sia con riferimento alla struttura politica. Può essere considerato democratico un paese in cui oltre il 90% della popolazione vive e lavora in una economia informale (e il dato è in crescita dopo la liberalizzazione del 1991), in cui i diritti dei lavoratori non sono tutelati in alcun modo? dove non esiste il diritto alla pensione, all’assistenza sanitaria, dove viene evasa sistematicamente la legislazione sull’orario di lavoro e sulle condizioni di sicurezza sul posto di lavoro? dove le donne e le caste basse sono escluse a priori dalle progressioni di carriera nei posti di lavoro? dove l’appartenenza castale ed etnica influenza le remunerazioni e la collocazione professionale? Può essere considerato democratico un paese in cui il dibattito politico viene in larga parte condizionato dall’appartenenza religiosa e castale, dove esistono partiti che sono espressione esclusivamente di tale logica? dove operano meccanismi ideologici forti, come per l’appunto l’ideologia religiosa e castale e i miti ad essa collegati (si veda il BJP e la Mayawati), che condizionano in modo forte le percezioni degli interessi individuali e di gruppo? Un paese in cui la gestione democratica stessa delle elezioni è messa in discussione dalla letteratura e dalla narrativa corrente (si veda ad esempio la descrizione che ne fa Aravind Adiga in The White Tiger), dove oltre il 40% della popolazione è analfabeta e fa fatica a capire per chi vota e come vota? Quando penso a questo contesto, mi interrogo sul significato della parola ‘democrazia? e mi chiedo se abbia ancora senso usarla in India (come peraltro in Italia) e mi chiedo anche come valutare il contrasto fra la grande libertà di stampa di cui l’India gode (ben più ampia di quella italiana) e la gestione effettiva del potere economico e politico. E mi chiedo – io che non sono una politologa, ma sono una economista che si occupa di capitalismo e povertà – con quale aggettivo si possa definire la società indiana in cui esistono alcune elite che dominano sulla base di un insieme di posizioni di potere sostenute da fattori economici, culturali e ideologici, che ricordano da vicino l’egemonia del capitale sul lavoro nell’epoca fascista in Italia, così come è stata descritta da Antonio Gramsci.

Non posso che essere d’accordo con Elisabetta, con la quale ho avuto il piacere di confrontarmi anche de visu. Non sono un analista, ne un politologo, ma porto l’esperienza di chi, da sei anni, vive quotidianamente in India e cerca di raccontarla, cercando nel contempo di fare in modo che venga compresa.
Ho sempre avuto remore nell’utilizzo de ‘la più grossa democrazia del mondo’. Se fate un giro sul mio blog, non trovate mai, o quasi (se non perché citata da altri), l’utilizzo di questa definizione, se non per attaccarla. Ultimamente ho usato l’espressione “la più grossa democrazia del mondo”. Ebbi modo di discuterne con il prof. Aldo Masullo, eminente filosofo, alla presentazione del libro del prof. Domenico Amirante. Anch’egli, reduce da un viaggio in India, mi espresse le sue riserve sulla cosa, a siamo su altri campi.
Ho i miei dubbi anche sulle elezioni. Si, è vero, gli indiani numericamente rappresentano il popolo più numeroso che va a votare liberamente, ma da qui a parlare di democrazia, in senso ideale e filosofico, siamo lontani. Non sto a parlare di sperequazioni sociali, di problemi economici, dei quali tutti voi siete maestri e io un semplice osservatore. Ma è indubbio che in India non si voti per “opinione” ma per “appartenenza”. Non nascondiamoci dietro ad un dito. I Yadav votano i Yadav, gli appartenenti ad un gruppo votano per il loro gruppo (che sia religioso, castale, tribale, etc, poco importa). E poi si vota Gandhi. E, stavolta, c’era una ragione in più. Rahul.
Dico questo perchè la sensazione che ho avuto durante la campagna elettorale era che non ci fosse nessun altro se non i Gandhi. Il BJP si è visto poco, così come gli altri, mentre i tre Gandhi sfuriavano dovunque.
La politica del Congresso, nei cinque anni di governo, ha fallito li dove aveva pescato la sua base elettorale nel 2004, nelle classi più basse. Eppure ha avuto oggi un consenso non indifferente. Come era successo all’indomani degli attentati di Mumbai. Gli indiani sono scesi in piazza in tutto il paese per protestare contro la mancanza di sicurezza e contro il governo che non si era impegnato a fondo. Per giorni le televisioni e i giornali mostravano gente per strada con cartelli e slogan antigovernativi. Eppure, agli inizi di dicembre, il Congresso e quindi il governo, non solo vincono per la quarta volta Delhi, ma strappano il Rajasthan al BJP che, vale dire, non era stato in grado di cavalcare l’ondata antigovernativa soprattutto nella critica al governo per la sua politica di lotta al terrorismo di matrice islamica interno ed esterno. Il BJP nelle elezioni del 2004 come in quelle appena concluse, non ha fatto una campagna elettorale propositiva, ma anti: anti congresso, anti Sonia, per certi versi antimusulmana.
Ultime due considerazioni. La percentuale dei votanti è stata del 58,4% cinque anni fa del 58,07%, quindi uguale. Sono aumentati i votanti, i primo ministro ieri ha detto che dalle loro analisi dei voti è risultato che il Congresso ha avuto i voti dei giovani. Non mi meraviglia, non foss’altro che almeno il partito di Sonia aveva tra i leader più esposti un giovane che, tra l’altro, possiede un carisma, secondo gli indiani, non foss’altro che assomiglia molto a suo padre, speranza dei giovani degli anni 90.
La seconda considerazione è sul fatto che manca, come sempre, soprattutto ora nel voto elettronico, il dato relativo alle schede nulle o bianche. Sulla macchinetta ci sarebbe un pulsante per esprimere questo tipo di voto, ma nessuno lo pigia. Ciò avvalora la mia idea del voto per appartenenza, perchè la gente comunque vota per il proprio candidato, il più delle volte locale o in qualche modo legato alle situazioni locali.
La percentuale dei non votanti non è data da coloro che non sono andati a votare per protesta, ma da una serie di fattori. Tra questi, come mi hanno fatto notare sapientemente pochi giorni fa i prof. Maiello e Amirante, c’è stata una riscrizione delle circoscrizioni elettorali. La difficoltà di raggiungerne alcune, in giorni tra l’altro nei quali il caldo era atroce (ci sono stati morti) ha portato a rinunce. Ma questo è solo un motivo, non tanto banale, credete, come possa sembrare. E poi, permettetemi una ultima considerazione, che va soprattutto contro la mia professione. Di India sui giornali si parla solamente per immagini. Situazioni iconografiche, quasi diapositive. Interessano molto i sadhu, la macchina a 1700 euro, gli elefanti, i poveri, il software, etc. Senza andare a vedere cosa c’è dietro. Ed anche quando gli articoli meriterebbero gli approfondimenti, si ragiona per immagini, come è appunto la definizione “l’esercizio democratico più grande del mondo” o “la più grande democrazia del mondo”. E’ una banalizzazione, lo so. Ma meno male che c’è. Altrimenti, non se ne parlerebbe neanche in queste occasioni.

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