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Donne in Asia? Non pervenute

Sul sito di Partecinesepartenopeo, ho trovato questo interessante articolo dell’Ansa sulla condizione femminile in Asia. Andatelo a leggere.

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Si chiude bottega

Cari amici vicini e lontani, dopo anni di onorata carriera, l’indonapoletano chiude baracca e burattini. L’esperienza indiana è finita, ho venduto, ahimè, l’Ambassador, ho chiuso casa, salutato gli amici cari e lasciatomi l’India alle spalle. Per dove? Se fate una ricerca nel blog lo scoprite. No, non lo dico apertamente perchè nel posto dove sto andando, anzi dove sono già arrivato, non apprezzano molto alcune mie idee, per cui me le devo tenere per me e fare finta di niente. Qui il Grande Fratello è forte e potente, così devo stare attento. Ma non vi lascio soli. Ho aperto un altro blog (che non è ancora attivo, vi informerò quando lo sarà), sempre con wordpress. Il titolo? Lo scoprirete, non è difficile, ha a che fare con quello di quetso blog. E se proprio non ci arrivate, bhe, inviatemi una mail e vi rispondo. Il blog Indonapoletano comunque non chiude. Non posso assicurare che lo aggiornerò quotidianamente come facevo prima, ma restareà in piedi l’archivio. Inoltre risponderò alle mail e ai messaggi di coloro che avranno la cortesia di scrivermi.
Vi lascio con un gioco: le cose “più” e “meno” dell’India rispetto alla mia esperienza. Un elenco che vi invito a completare e commentare con la vostra esperienza, con le vostre domande e suggerimenti.

La cosa più bella: gli occhi della gente, soprattutto dei bambini.
La cosa più brutta: la sofferenza, le malattie, il dolore.
Il cibo più buono: i dosa.
Il cibo meno buono: gulab jammun.
Il posto più bello: Sanchi, Jaisalmer, Kajhuraho.
Il posto più brutto: Agra (intesa come città).
La più grossa delusione avuta: l’assenza di spiritualità.
La più bella scoperta: alcuni italiani e alcuni indiani.
L’incontro più bello: Dalai Lama e Sonia Gandhi.
Il meno significante: politici indiani.
Il momento più toccante: l’accoglienza negli ospedali di Kallol Gosh per bambini handicappati e per quelli malati di Aids, con Anna Chiara che giocava con loro.
Il meno toccante: alcune attività pseudoreligiose.
Il luogo più santo: Sanchi, Tempio d’Oro di Amristar, la casa di Madre Teresa.
Il più congestionato: il tempio di Kali a Calcutta.
Il luogo più esaltante: il Nepal.
Il luogo più deludente: Goa (per il mare).
Le persone che mi mancheranno di più: padre Dino, gli amici italiani e alcuni indiani, soprattutto quelli di LPTI
Quelle che mi mancheranno di meno: i vicini e i venditori che la domenica mattina venivano a bussare alla porta.
La cosa che mi mancherà di più: la mia Ambassador.
Quella che mi mancherà di meno: il caldo soprattutto quando manca la corrente e non si possono accendere i condizionatori.
Il momento più bello: l’arrivo e la partenza.
Il momento più brutto: l’arrivo e la partenza.
Cosa rimpiangerò dell’India: di non esserla riuscita a vedere tutta.
Cosa non rimpiangerò dell’India: la burocrazia, le code, certa mentalità ottusa degli indiani.
La bibita più buona: il latte di cocco bevuto nella noce fresca a Mumbai e nel sud.
La bibita meno buona: i litri di superalcolici che bevono gli indiani.
Il cibo di strada più buono mangiato: un panino sulla strada verso il tempio d’oro, preparato su un improbabile carrettino.
La bibita “di strada” più buona: un chai offertomi da alcuni cammellieri al Pushkar Camel Fair.
La gita più affascinante: tre giorni con un amico in un villaggio, vivendo all’indiana rurale.
La meno affascinante:il terzo giorno di questa gita, quando non ne potevamo più di lavarci con un secchio, dormire su una stuoia, fare i nostri bisogni vicino ad un albero.
La pizza migliore: a Calcutta (o a Kathmandu) da Fire and Ice.
La peggiore: Pizza Hut (un po’ meglio è pizza domino, ancora meglio Raffaele Slice of Italy)
Il negozio preferito: l’elettricista di South Modhi Bagh
Quello più odiato: Airtel
La più grossa bufala sull’India: che l’India è la più grande democrazia del mondo.
Il sentimento che manca: la tolleranza

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I ghiacciai si sciolgono, anzi no. Figuraccia degli scienziati

I ghiacciai himalaiani non si starebbero sciogliendo, smentendo quanto da mesi gli scienziati asserivano. Lo rivela la stampa indiana, secondo la quale gli studi dell’Inter-governmental Panel on Climate Change (Ipcc), guidato dall’indiano Rajendra Pachauri che annunciavano entro il 2035 lo scioglimenti dei ghiacciai dell’Himalaya, sono basati non su dati scientifici ma su interviste giornalistiche. Pachauri e’ uno stimato economista e scienziato presidente del The Energy and Resources Institute (Teri), l’istituto per l’energia e la ricerca di Nuova Delhi. Dal 2002 Pachauri e’ anche presidente dell’Ipcc, per i cui studi sul clima nel 2007 ha vinto, insieme all’ex vicepresidente americano Al Gore, il premio Nobel per la pace. Secondo le rivelazioni giornalistiche, lo stesso management dell’Ipcc ha ammesso errori scientifici nelle proprie predizioni e sarebbe pronto a ritirare i suoi documenti sullo scioglimento dei ghiacciai. L’errore e’ stato evidenziato da esperti del Wwf indiani che hanno mostrato come le previsioni dell’Ipcc non si basino su modelli scientifici accettati ma su una intervista che un professore della Jawaharlal Nehru University di Delhi, aveva dato ad un giornale. Nell’intervista, il professore, Syed Hasnain, parlava del 2035 come data entro la quale l’Himalaya avrebbe visto i suoi ghiacciai sciolti. La cosa fu ripresa dall’Ipcc, senza le opportune verifiche. Pachauri, contattato dalla stampa indiana, si e’ lavato le mani, dicendo che gli studi del suo istituto rispetto ai ghiacciai non sono del tutto sbagliati, perche’ alcuni di questi, i piu’ piccoli, comunque stanno mostrando segni di cedimenti. Il premio Nobel ha comunque assicurato che investighera’ sull’argomento.

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Tornati alla vita civile i primi 200 ex bambini soldato del Nepal

Oltre 200 ex bambini soldato hanno oggi lasciato uno dei sette campi in Nepal nel quali gli ex ribelli maoisti li avevano rinchiusi dopo la fine della guerra nel paese con la caduta della monarchia e la proclamazione della Repubblica. E’ il primo gruppo fra 4008 ex bambini soldato, alcuni ormai maggiorenni, che le Nazioni Unite hanno censito tra le fila degli ex ribelli e che avranno dinanzi a loro un’altra vita. Non senza difficolta’: il governo nepalese fino ad oggi non e’ riuscito a mantenere la sua promessa di assicurare un futuro a questi ex soldati tramite aiuti economici, mentre sia i maoisti che le Nazioni Unite si sono impegnati a fornire loro educazione scolastica e lavorativa. La maggior parte di quelli che hanno oggi lasciato il campo di Dudhali, a Sindhuli, nel sud est del paese, con abiti civili nuovi e nuovi documenti, saranno ospitati in alcune strutture delle Nazioni Unite dove seguiranno corsi professionali. Altri hanno raggiunto i loro villaggi di origine. ”Oggi – ha detto durante la cerimonia di commiato Robert Piper, responsabile dell’ufficio Onu di Kathmandu – segniamo il primo passo per il ritorno alla vita civile per migliaia di nepalesi che hanno vissuto in caserme dal 2006. Questa cerimonia e’ un importante pietra miliare nel processo di pace che va avanti nel paese e che speriamo possa realizzarsi velocemente.” A salutare gli ex bambini soldato, esponenti delle istituzioni nazionali e internazionali e della societa’ civile, che hanno partecipato ad una grande festa. Quella di oggi e’ la prima tappa di un accordo siglato nel dicembre scorso tra il Partito comunista maoista, il governo nepalese e le Nazioni unite. In verita’ non tutti quelli che hanno lasciato il campo erano soldati: molti di questi bambini o appena maggiorenni, erano stati reclutati dai maoisti anche per altre funzioni, come lavapiatti, pulitori o portantini. Attualmente, tra gli ex bambini soldati che saranno liberati da qui a 40 giorni, circa 20 sono minori di 16 anni e intorno a 500 hanno meno di 18 anni. Un terzo sono bambine. Il resto, erano minorenni ai tempi dell’inizio del censimento delle Nazioni Unite, nel 2007. Un anno prima, nel maggio del 2006, un mese dopo la caduta della monarchia e la nascita della Repubblica, i maoisti firmarono con gli altri partiti un accordo con il quale si impegnavano a non reclutare piu’ bambini soldato. Una promessa mai mantenuta. Secondo l’ufficio delle Nazioni Unite in Nepal e l’ultimo rapporto (2008) dell’organizzazione non governativa Child Soldiers, 1576 bambini sono stati reclutati dai maoisti dopo l’aprile 2006, 896 solo nel mese di novembre. Circa 527 bambini sono riusciti a scappare o sono stati poi liberati grazie all’impegno delle loro famiglie. Il reclutamento era semplice: i maoisti rastrellavano tutti i villaggi chiedendo ad ogni famiglia una persona con lo slogan di ”almeno uno per i maoisti”. I genitori venivano spesso forzati a lasciare andare i loro figli, anche perche’ i maoisti assicuravano loro un lavoro. Molti venivano presi dalle scuole, dove i maoisti, dopo aver preso in ostaggio il corpo docente, eseguivano un indottrinamento. Dopo l’inizio del processo di pace, gli ex ribelli maoisti riuscirono anche ad aumentare il numero dei bambini soldato reclutati promettendo loro un lavoro nel nuovo esercito nepalese. Molti di quelli che hanno lasciato il campo oggi hanno promesso di continuare a lavorare per la causa maoista in Nepal.

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Riprende il lavoro dell’assemblea costituente nepalese, ma i maoisti minacciano altre manifestazioni

Dalla ripresa ieri dei lavori dell’assemblea costituente nepalese, dopo il blocco di oltre cinque mesi effettuato dai maoisti, la commissione speciale che deve scrivere la bozza della nuova costituzione della piu’ giovane repubblica himalayana, ha gia’ deciso su 98 questioni insolute. Lo riferisce la stampa di Kathmandu. La maggioranza, costituita dai maoisti, e’ andata diverse volte sotto nelle votazioni, non riuscendo a far passare alcuni loro emendamenti. Tra questi, il cambiamento della bandiera nazionale, la stessa del periodo monarchico, l’introduzione delle parole ”guerra del popolo” nel preambolo della costituzione, e il nome della stessa carta costituzione, che per i maoisti deve chiamarsi ”costituzione della repubblica federale popolare del Nepal”. I maoisti hanno anche perso sul fronte del federalismo, la cui definizione relativa alla divisione su base etnica non verra’ citata nella costituzione, cosi’ come il secolarismo. Via libera a larga maggioranza invece per la liberta’ di stampa e pluralismo, fortemente voluti dal partito del Congresso. I maoisti hanno anche annunciato l’inizio della quarta fase di protesta per tutto il Nepal, per ristabilire ”la supremazia del popolo” nel paese. I maoisti hanno annunciato uno sciopero generale se entro il 24 gennaio il governo non accettera’ le loro condizioni, riducendo i poteri del presidente e lavorando per uno stato federale su base etnica. Una proposta avversata da tutti gli altri partiti, anche se gruppi politici di Newari, l’etnia piu’ diffusa a Kathmandu e nella sua valle, hanno ricevuto l’appoggio ieri non solo dei maoisti, ma soprattutto per partito del Congresso e di altre formazioni che siedono nell’assemblea costituente, dichiarando oggi la provincia autonoma Newar.

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Sul clima, no ad accordo a tutti i costi

L’India non è d’accordo sull’ipotesi che per raggiungere comunque un consenso nel Vertice di Copenaghen si possa indurre i paesi a firmare un documento politico ‘uncooked’, incompleto e non lavorato, e assicura che anche la Cina ed i paesi poveri del cosiddetto G77 la pensano allo stesso modo. Al termine di una giornata molto tesa a Copenaghen il capo degli sherpa indiani, Shyam Saran, ha dichiarato alla stampa che “dobbiamo evitare la politica del fatto compiuto”. Secondo il programma, inoltre, domani dovrebbe giungere in Danimarca il ministro dell’Ambiente Jairam Ramesh, che giorni fa aveva rivelato come durante un incontro a Pechino l’India, la Cina ed il Brasile avessero concertato “una bozza di base” comune mirante “ad incanalare il negoziato”. Da parte sua Saran, che ha preso l’aereo per New Delhi per illustrare lo stato della trattativa sulla riduzione dell’intensità delle emissioni di CO2, ha indicato che con la Cina e con i paesi più poveri del G77 “lavoriamo insieme. Su tutte le questioni principali, siamo uniti”. Tuttavia nel corso dei lavori alcune divergenze sono emerse, soprattutto da parte di alcuni paesi più piccoli che temono che l’India possa negoziare individualmente con le nazioni industrializzate l’ammorbidimento della sua posizione. Su alcuni temi specifici, ha ammesso Saran, possono esservi posizioni articolate, ma sulle questioni più ampie – appoggio all’Unfccc sulle responsabilità comuni ma differenziate e Piano di azione di Bali su maggiori risorse finanziarie e riduzioni di CO2 più intense per i paesi industrializzati – non ci sono differenze di opinione”. “L’India, il G77 e la Cina – ha proseguito – hanno detto molto chiaramente che non si immaginano neppure che un documento politico incompleto possa essere trasmesso per l’approvazione ai capi di Stato e di governo”. Saran ha insistito che “qualunque testo sottoposto all’approvazione dei capi di Stato e di governo dovrà prima essere stato analizzato a fondo e messo a punto prima del 18 dicembre. Questo è messaggio molto forte che è stato fatto pervenire a chi di dovere”. Questa posizione sembra respingere completamente l’ipotesi circolata in giornata secondo cui, se non si riuscirà a mettere a punto un accordo legalmente coercitivo durante il Vertice, allora i 100 paesi convenuti a Copenaghen potrebbero firmare, in presenza dei capi di Stato, un documento politico, la cui natura comunque è tutta da definire.

fonte: ANSA

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Sul clima, accordo India, Cina e Brasile

Sospettata a lungo di voler contribuire al fallimento del Vertice dell’Onu sui Mutamenti climatici cominciato oggi a Copenaghen, l’India si è proposta invece oggi come parte attiva della trattativa per un accordo, anche se con i suoi noti distinguo legati al rifiuto di quote e date legalmente coercitive per gli sforzi di riduzione dell’intensità delle emissioni di CO2. In un intervento oggi nella Rajya Sabha (Camera alta), segnato dall’uscita dall’aula dell’opposizione, il ministro per l’Ambiente Jairam Ramesh ha negato che con l’annuncio di un progetto di riduzione volontaria dell’intensità del carbonio del 20-25% entro il 2020 – salutato dai paesi industrializzati – New Delhi abbia indebolito la sua posizione. A sostegno di questa tesi Ramesh ha rivelato che “India, Cina e Brasile hanno coordinato le loro posizioni per il Vertice”. Ricordando il recente incontro a Pechino dei paesi del cosiddetto Basic (Brasile, Sudafrica, India e Cina), il ministro ha detto che con due di questi paesi (non con Johannesburg) “abbiamo concordato una bozza di base”. “E io – ha aggiunto – ho una copia di questa bozza (…) Un testo che deve servire ad incanalare il negoziato”. Ramesh ha poi minimizzato le tensioni nate con le dimissioni, formulate e poi revocate, di due degli sherpa della delegazione indiana (Chandrasekahr Dasgupta e Prodipto Gosh), delusi per quelle che consideravano “concessioni troppo grandi ai paesi industrializzati”. La nostra equipe “é compatta – ha proseguito – e noi vogliamo essere visti come costruttori e non distruttori dell’accordo” a Copenaghen. “Abbiamo – ha aggiunto – già messo nero su bianco i nostri quattro punti irrinunciabili fra cui la non accettazione di coercizioni legali per quote di riduzione delle emissioni o per anni picco per le emissioni stesse come chiesto incerti ambienti”. La tesi indiana a Copenaghen è in definitiva che pur in uno sforzo comune di tutte le nazioni del pianeta per porre un freno all’effetto serra attraverso il contenimento delle emissioni, le responsabilità fra i gruppi di paesi sono differenti, e che i paesi in via di sviluppo hanno diritto ad essere aiutati. In questo senso si sono espressi oggi a Mosca in una dichiarazione comune il premier indiano Manmohan Singh (che sarà a Copenaghen il 17 dicembre) e il presidente russo Dmitri Medvedev. India e Russia, si assicura, si impegnano a “continuare il lavoro costruttivo allo scopo di favorire il successo della Conferenza (…) in conformità ai principi e alle tesi della Convenzione dell’Onu sui cambiamenti climatici e al Piano d’azione di Bali, ma anche tenendo conto del principio della responsabilità comune ma differenziata e delle rispettive possibilità dei diversi stati”.

fonte: ANSA

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I ministri nepalesi sull’Everest contro i cambiamenti climatici

Come annunciato, il Consiglio dei ministri del Nepal si e’ riunito oggi per circa un’ora sulle propaggini dell’Everest, a Kala Patthar (5.242 metri), come gesto di allarme per le preoccupanti e mutevoli condizioni climatiche mondiale. Il governo delle Maldive aveva fatto un’azione simile, riunendosi sott’acqua. Il premier Madhav Kumar Nepal ha aperto i lavori alle 8:30(le 2:45 italiane) rivolgendo a 23 membri del suo governo un incoraggiamento a lavorare per preservare il patrimonio naturale nepalese, sottolineando che comunque ”le questioni relative al clima non riguardano solo i paesi montagnosi, ma l’intero pianeta”. In particolare il Nepal ha chiesto a tutte le grandi nazioni che emettono piu’ gas nocivi, di ridurne urgentemente l’intensita’. Per quanto riguarda il Nepal il consiglio dei ministri – che doveva riunirsi a Kala Patthar per soli 20 minuti ma che lo ha fatto per un’ora viste le favorevoli condizioni climatiche – ha deciso di estendere la regione di due parchi nazionali (Api-Nampa e Dolakha e Bardiya) e di crearne un terzo, il Banke National Park. Nella sua storica riunione odierna a 5.242 metri di quota, il Consiglio dei ministri del Nepal ha approvato una Dichiarazione dell’Everest in dieci punti. Lo riferiscono i media a Kathmandu. Il documento rivolge fra l’altro un appello per una azione coordinata volta a minimizzare gli effetti dei mutamenti climatici nella regione dell’Himalaya. In una conferenza stampa dopo il rientro, suo e dei suoi 23 ministri da Kala Patthar, il premier Mdhav Kumar Nepal ha detto ai giornalisti a Syangboche che ”attraverso la Dichiarazione dell’Everest vogliamo esprimere il nostro impegno nel contrastare le minacce poste dal mutamento climatico globale e mostrare possibili aree di cooperazione per raggiungere questo nobile obiettivo”.

fonte: ANSA

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L’India detta le regole per Copenaghen: nessun vincolo o fuori dal tavolo

Nessun vincolo sulla riduzione delle emissioni; nessun controllo e verifica delle azioni dei paesi in via di sviluppo che non sono supportati da finanziamenti e tecnologie dai paesi industrializzati; nessuna data per il raggiungimento massimo di emissioni dei paesi in via di sviluppo; la dichiarazione politica finale deve richiedere ai paesi industrializzati di non imporre barriere economiche nel nome dei cambi climatici contro beni esportati dai paesi in via di sviluppo. Queste le quattro condizioni che l’India ha deciso di imporre, con l’appoggio di Cina, Sud Africa e Brasile, al vertice di Copenaghen, contrastando una bozza di accordo, presentata dalla presidenza danese. Lo ha spiegato oggi a New Delhi il ministro indiano dell’ambiente, Jairam Ramesh. Il ministro è stato categorico: “se la bozza danese contiene indicazioni temporali, il vertice sarà un fallimento. Non escludiamo di abbandonare il tavolo”. L’India, così come gli altri tre paesi in via di sviluppo, contesta alla bozza danese, fatta circolare ad alcuni paesi in questi giorni e che sarà formalizzata da domani a Copenaghen così come la posizione indiana, di aver cambiato la forma ma non la sostanza. Nella bozza, infatti, non si parla di una data per il taglio delle emissioni, cosa che viene avversata dai paesi in via di sviluppo. Ma si utilizza il concetto di “picco delle emissioni entro una data”. In sostanza i danesi indicano in una data da decidere tra il 2020 e il 2025, il termine per raggiungere il massimo delle emissioni. Ciò significa, in pratica, che subito dopo quella data, si devono cominciare a ridurre le emissioni, anche se la parola “riduzione” non è contemplata per non urtare la suscettibilità. Ma gli indiani non ci stanno. Come hanno già più volte detto, non vogliono né limiti quantitativi né temporali sulle emissioni, considerando che, come ha detto oggi a Delhi Ramesh, “le nostre emissioni pro capite sono molto basse. Abbiamo già detto che siamo pronti a discutere sul livello di efficienza energetico. Ma dobbiamo avere un senso di realismo, che paiono non avere i paesi sviluppati, su quello che i paesi in via di sviluppo possono o non possono fare”. La strada è quindi tutta in salita, nonostante la settimana scorsa a Port of Spain un discorso del primo ministro indiano Manmohan Singh (che tra l’altro non ha ancora annunciato la sua partecipazione al vertice di Copenaghen) aveva fatto pensare ad aperture indiane. Ma l’apertura di Singh, al quale erano stati prospettati aiuti e che si era detto disponibile a impegnarsi “su obiettivi ambiziosi” in caso di “un accordo equo”, è stata subito smentita dal capo negoziatore indiano in Danimarca, Shyam Saran, che ha smentito categoricamente che l’India possa accettare tagli in tempi brevi.

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La posizione indiana sul clima

Ho scritto questo articolo qualche giorno fa sulla questione del clima rispetto alla posizione indiana. Approcciandoci al Vertice di Copenaghen, lo riporto.

‘’La sfida del mondo in via di sviluppo e’ come raggiungere i nostri obiettivi sviluppo riducendo, allo stesso tempo, i costi ecologici’’. Questa la posizione dell’India in materia di cambiamenti climatici, espressa dal Primo Ministro, Manmohan Singh, all’inaugurazione della Conferenza tenutasi nella capitale indiana sui cambiamenti climatici, sviluppo e trasferimento della tecnologia ambientale.
In attesa del Vertice di Copenaghen che si terra’ nella capitale danese a dicembre, e che dovrebbe servire a creare un nuovo accordo che possa sostituire il Protocollo di Kyoto che scadra’ nel 2012, l’India ribadisce con fermezza le sue posizioni. ”I paesi sviluppati – ha detto il premier Singh – non possono compromettere il nostro sviluppo. Cio’ non toglie che noi, quali membri della comunita’ globale, dobbiamo riconoscere che dobbiamo fare la nostra parte per mantenere le emissioni entro limiti che siano sostenibili e giusti”.
La posizione dell’India, come pure quella della Cina, e’ che siano soprattutto i paesi industrializzati a doversi impegnare di piu’. ”I paesi industrializzati – ha chiarito il PM indiano – hanno la capacita’ di passare a nuovi processi energetici anche se cio’ comporta costi addizionali. I paesi in via di sviluppo non hanno questa capacita’. Ecco perche’ e’ opportuno che il passaggio in questo caso sia agevolato da un adeguato supporto finanziario. Se tutto procedera’ bene e se quindi queste nuove tecnologie si diffonderanno, i costi pian piano scenderanno e saranno per noi piu’ abbordabili”.
L’India ha anche proposto la formazione di un network internazionale di Centri per l’innovazione climatica che dovrebbero servire come veicoli per migliorare le innovazioni tecnologiche nei paesi in via di sviluppo.
Il vertice di Copenaghen dunque, nelle intenzioni dell’India, dovrebbe riuscire a trovare una soluzione che, pur proteggendo l’ambiente, salvaguardi le possibilita’ di sviluppo econonomico dei paesi emergenti. Posizione condivisa anche con la Cina.
”La Convenzione dell’ONU sui cambiamenti climatici e il Protocollo di Kyoto – ha ancora detto Singh – devono comunque giocare un ruolo guida nella collaborazione internazionale in questo settore vitale”.
India e Cina hanno un paio di giorni fa siglato un MoU (Memorandum od Understanding) sul tema del clima per ribadire le loro posizioni comuni proprio in vista del vertice di Copenaghen.
”Non ci sono differenze tra la posizione indiana e quella cinese su questo argomento – ha detto il Ministro per l’Ambiente indiano Jairam Ramesh – e i nostri due paesi stanno cooperando per trovare delle soluzioni eque in vista della riunione di Copenaghen”.
Fino ad ora l’India si e’ duramente opposta all’eventuale fissazione di un limite legale prefissato alle emissioni per i paesi in via di sviluppo. Posizione questa ribadita dal ministro Ramesh.
”L’India e’ pronta a discutere e a rendere pubblici gli sviluppi del suo Piano Nazionale sul clima, ma non accettera’ mai imposizioni internazionali relative alla fissazione di limiti precisi alle emissioni”. Jairam Ramesh ha chiarito la posizione dell’India anche per smontare le polemiche dei giorni scorsi seguite all’invio di una sua lettera al Primo Ministro Singh nella quale era parso propenso ad un ammorbidimento della posizione indiana su questo tema.
La fermezza dell’India sul tema del taglio delle emissioni del resto era emersa con chiarezza anche durante le recenti negoziazioni sui cambiamenti climatici avvenuta a Bangkok, in cui l’India ha rifiutato una proposta australiana (appoggiata anche da Stati Uniti e dall’Unione Europea) di creare uno strumento legale per ridurre le emissioni valido per tutto il mondo.

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