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Musulmane avvelenate dai tatuaggi con le henné

Centinaia di donne musulmane sono oggi state ricoverate in numerosi ospedali degli stati indiani dell’Orissa, del West Bengala e del Bihar con sintomi da avvelenamento, vomito e rash cutanei su braccia e gambe causati dall’applicazione del mehendi (il tatuaggio realizzato con l’henne) fatto in occasione della festa di Eid (la fine del Ramadan). Solo in Orissa sono state oltre 300 le donne costrette a ricorrere alle cure mediche. “Quindici donne – ha spiegato un medico dell’ospedale di Bhadrak, in Orissa – sono state ricoverate in gravi condizioni, le altre sono state dimesse dopo poco dopo che è stato loro somministrato un farmaco antiallergico”. Nel distretto di Bant, invece, si sono verificati momenti di tensione perché nessun medico era disponibile nel locale ospedale per fare fronte all’emergenza. La popolazione è scesa in strada in segno di protesta, bloccando le strade principali e solo l’intervento della polizia ha reso possibile riportare la situazione alla normalità. Secondo i medici i malori sarebbero derivati da una reazione allergica ai componenti chimici del mehendi. Il Mehendi è un tatuaggio temporaneo eseguito con henné naturale rosso. In India è molto usato per la decorazione di mani e piedi per il rito nuziale, benaugurate e di protezione, o in occasione di feste religiose come appunto Eid che segna la fine del Ramadan.

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L’India in lista nera dei paesi senza libertà religiosa. Alla faccia della tolleranza e dei luoghi comuni

L’India ha oggi definito ”deplorevole” la decisione dell’USCIRF (la Commissione americana sulla liberta’ religiosa internazionale) di includere l’India in una lista nera, che comprende tra gli altri anche Cuba e l’Afghanistan, di paesi che non rispettano la liberta’ religiosa. La decisione americana sarebbe stata presa soprattutto a seguito delle violenze anti cristiane verificatesi nello stato indiano dell’Orissa nel 2008 e della presunta inadeguata risposta del governo indiano per porre freno a quelle violenze. ”L’India e’ un paese che conta oltre un miliardo di persone – ha commentato Vishnu Prakash, portavoce del Ministero degli Affari esteri indiano – ed e’ un paese multietnico in cui convivono molte religioni. Le aberrazioni, se pure ci sono, sono affrontate sempre prontamente nell’ambito della nostra legislazione e con l’occhio vigile di una magistratura indipendente”. ”Per questo – ha aggiunto – la decisione dell’USCIRF – e’ da considerarsi deplorevole”. Anche i leader religiosi cristiani in Orissa hanno categoricamente respinto come false le conclusioni del rapporto americano. Sembra che la decisione di includere l’India nella lista nera sia anche derivata dal rifiuto indiano di permettere, un paio di mesi fa, ad osservatori americani di recarsi nel paese per verificare la situazione delle minoranze religiose.

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Polizia a controllo dei cristiani, nell’anniversario delle violenze induiste

Oltre 2000 agenti sono stati dispiegati oggi a Kandhamal, la citta’ dell’Orissa teatro l’anno scorso degli attacchi contro la comunita’ cristiana, in vista del primo anniversario della morte del leader induista che causo’ le violenze contro i cristiani. Partiti nazionalisti hindu, come il Vishva Hindu Parishad (VHP, Concilio Mondiale Hindu) e il Rashtriya Swayamsevak Sangh (RSS, Organizzazione nazionale dei volontari), hanno annunciato che osserveranno ”il giorno del sacrificio” per il quale nei prossimi giorni saranno organizzate funzioni religiose, ribadendo che avranno tutte carattere pacifico. Ma la polizia ci crede poco e ha schierato in zona a protezione dell’ordine pubblico, ma soprattutto dei cristiani, 52 plotoni di agenti, oltre a volontari e forze paramilitari. Era il 23 agosto dell’anno scorso quando il leader religioso indi’ Swami Laxanananda venne ucciso nel suo eremo (ashram), nel distretto di Kandhamal da una ventina di sconosciuti, durante una sessione di yoga. Con lui vennero assassinate altre cinque persone, tra le quali due suoi figli. Qualcuno tra i rappresentanti religiosi indu’ accuso’ la comunita’ cristiana, nonostante i giornali avessero pubblicato una rivendicazione dei ribelli maoisti. Da quel momento fu una feroce e spietata caccia ai cristiani. Centinaia di induisti sfruttarono l’occasione per mettere in atto un piano studiato da tempo, eliminare i cristiani colpevoli, a loro giudizio, di conversioni forzate, soprattutto tra le caste basse e i fuori casta. Settimane di scontri durante i quali diversi cristiani furono bruciati vivi tra i quali donne e bambini, suore furono violentate e preti uccisi. Gli induisti distrussero e diedero alle fiamme chiese e case, fecero almeno 50 morti e costrinsero oltre 20.000 persone a lasciare le loro abitazioni e a scappare nelle foreste per scappare alla loro furia distruttrice.

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Cristiani perseguitati in India e Pakistan

Il giorno dopo il massacro di cristiani a Gojra, in Pakistan, per i quali ha levato la sua voce anche Papa Benedetto XIV, invitando a pregare per i cristiani “discriminati e perseguitati”, in India 16 tra gli induisti arrestati per le violenze anticristiane dell’anno scorso nello stato dell’Orissa, in cui furono massacrate 50 persone, sono stati oggi prosciolti da ogni accusa da un tribunale speciale. I sedici assolti in India erano accusati di reati che vanno dall’omicidio al possesso di armi, dalle violenze all’odio religioso. Fra loro, anche alcuni ritenuti tra i capi delle violenze, che fecero almeno 50 morti e costrinsero oltre 20.000 persone a lasciare le loro abitazioni e a scappare nelle foreste per scappare alla furia distruttrice di fanatici indù. Già a dicembre alcuni leader della rivolta erano stati assolti, tanto che due si sono candidati alle scorse elezioni politiche. Era il 23 agosto dell’anno scorso quando il leader religioso indù Swami Laxanananda venne ucciso nel suo eremo (ashram), nel distretto di Kandhamal da una ventina di sconosciuti, durante una sessione di yoga. Con lui vennero assassinate altre cinque persone, tra le quali due suoi figli. Qualcuno tra i rappresentanti religiosi indù accusò la comunità cristiana, nonostante i giornali avessero pubblicato una rivendicazione dei ribelli maoisti. Da quel momento fu una feroce e spietata caccia ai cristiani. Centinaia di induisti sfruttarono l’occasione per mettere in atto un piano studiato da tempo, eliminare i cristiani colpevoli, a loro giudizio, di conversioni forzate, soprattutto tra le caste basse e i fuori casta. Settimane di scontri durante i quali diversi cristiani furono bruciati vivi tra i quali donne e bambini, suore furono violentate e preti uccisi. Gli induisti distrussero e diedero alle fiamme chiese e case. Pochi giorni fa il giudice S.C. Mahapatra aveva consegnato al governo dell’Orissa le sue conclusioni sui fatti di Kandhamal, addossando molta della responsabilità ai cristiani. Le conclusioni, che poi hanno anche favorito la sentenza di oggi, hanno provocato la ferma reazione della conferenza episcopale indiana che, come gesto di distensione, aveva anche chiesto che il 23 agosto fosse ricordato e festeggiato come il giorno della pace. Una possibilità, invece, respinta dalle comunità induiste dell’Orissa. La situazione sembra invece tornata alla calma nel Punjab, in Pakistan, dove la polizia ha ripreso oggi il controllo di Gorja dopo il pogrom di ieri contro cristiani accusati di aver profanato il Corano. Oggi il Papa sulla scia di quell’episodio ha ricordato come i cristiani siano “discriminati e perseguitati a causa del nome di Cristo” e ha chiesto che vengano loro “riconosciuti i diritti umani, l’uguaglianza e la libertà religiosa” in modo che “possano vivere e professare liberamente la propria fede”. Le vittime in Pakistan, secondo alcune fonti, da sette sarebbero salite a otto o nove, mentre la polizia ha arrestato oltre 150 persone, denunciandone 200. Nella cittadina dove sono state bruciate una settantina di case di cristiani e due chiese, oltre un migliaio di musulmani hanno manifestato contro la presenza dei cristiani, mentre una processione di fedeli cristiani, con in testa esponenti della Chiesa locale in abiti religiosi, ha organizzato una processione silenziosa. Anche a Lahore c’é stata una manifestazione in favore della libertà religiosa.

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Non esistono più le mezze stagioni

Una inaspettata pioggia ha dato oggi sollievo al nord dell’India, soprattutto alla capitale New Delhi, dove nei giorni scorsi si sono registrate temperature record, per questo periodo, di 43 gradi centigradi. L’ondata di caldo nei giorni scorsi e’ stata cosi’ forte nella parte settentrionale del paese, da provocare 30 vittime nel solo stato dell’Orissa. Oltre 40, invece, le vittime di una tempesta tropicale che si e’ abbattuta nel West Bengala. I funzionari del dipartimento di meteorologia del governo indiano avevano previsto in questi giorni un abbassamento di temperature grazie anche ad alcune piogge, ma nessuno si aspettava la grandine, caduta copiosa, rarissima in questo periodo cosi’ come durante i monsoni. Il periodo monsonico nella parte settentrionale dell’India coincide con luglio e agosto, mentre maggio e giugno sono i mesi piu’ caldi, tanto che le scuole chiudono. Quest’anno l’inverno e’ stato molto lungo, fino a fine febbraio, con temperature molto basse toccando anche lo zero diverse volte a Delhi. E l’ondata di caldo e’ arrivata molto in anticipo, tanto da scombussolare i piani del governo per le elezioni e obbligare molti elettori a non uscire di casa per evitare colpi di calore. Inutile dire che, a causa del caldo, tutti accendono i condizionatori e la corrente salta anche per ore e ore. Ciò significa ore senza aria condizionata e quindi morti di caldo. La speranza del fresco.

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Alle elezioni si candidano due attivisti anticristiani

Il Bjp, il partito nazionalista hindu’, ha candidato alle prossime elezioni in India, per un collegio dello stato orientale dell’Orissa, due persone implicate in azioni violente contro cattolici. Manoj Pradhan e’ in carcere perche’ considerato tra i maggiori responsabili degli attacchi contro la comunita’ cristiana di Kandhamal, nell’Orissa, che nell’agosto scorso hanno fatto oltre 70 morti, costringendo oltre diecimila famiglie a lasciare la citta’ e scappare nelle foreste, per paura delle violenze induiste. Pradhan sara’ candidato proprio nel distretto di Kandhamal. I leader del partito nazionalista, che basano il loro manifesto politico sull’hindutva, la protezione dell’identita’ e della religione indiana, hanno annunciato la sua candidatura perche’, secondo loro, l’uomo e’ stato arrestato e condannato sulla base di false accuse. Nello stesso stato, ha presentato la sua candidatura come indipendente nelle fila del partito nazionalista, anche Dara Singh, condannato per l’uccisione del missionario protestante australiano Graham Singh nel 1999. L’uomo e’ in carcere condannato alla pena di morte poi commutata in ergastolo, quindi non potra’ partecipare alle elezioni poiche’ la legge indiana prevede l’ineleggibilita’ per coloro che sono stati condannati a pene che prevedono piu’ di due anni di carcere. Ma il segnale politico e’ forte. Dera Singh dieci anni fa guido’ il gruppo di fondamentalisti che brucio’ vivi nella loro roulotte in Orissa il missionario Staines e i suoi due figli di sei e dieci anni.

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Si prega nei templi indù per scacciare crisi finanziaria

Centinaia di persone si sono raccolte per un rito indù in una città dell’India orientale per impetrare interventi che pongano rimedio alla crisi finanziaria globale. Lo hanno riferito gli stessi organizzatori dell’iniziativa. Il rito – cui hanno partecipato 131 officianti – è stato compiuto proprio nel momento in cui la rupia ha raggiunto il suo livello più basso nei confronti del dollaro e la borsa è crollata dell’11 per cento in un solo giorno. La cerimonia, alla presenza di centinaia di fedeli, ha avuto luogo in un tempio sulla spiaggia di Puri, nello stato dell’Orissa. Le preghiere e gli inni, dopo una processione, sono stati rivolti alla dea della abbondanza, Laxmi. alla quale sono stati offerti fiori mentre veniva bruciato legno di sandalo.

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