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Cominciata l’offensiva terrestre in Sud Waziristan

Dopo giorni di annunci e oltre 150 vittime in due settimane, è cominciata alle prime luci dell’alba di questa mattina la massiccia offensiva dell’esercito pachistano contro le roccaforti dei talebani nella zona tribale del Sud Waziristan, nella parte occidentale del Pakistan ai confini con l’Afghanistan. Circa 30.000 soldati, coadiuvati da forze aeree, corpi di frontiera e volontari delle tribù dell’area riuniti in piccoli gruppi filo-governativi, stanno rastrellando la zona dove si ritiene si nascondino almeno 15.000 talebani pachistani e afghani, ai quali si sono associati almeno 500 militanti stranieri provenienti dai paesi del Golfo e dagli ex sovietici, la maggior parte legati ad al Qaida. Il governo delle Aree tribali di Amministrazione Federale (Fata), del quale fa parte il distretto del Sud Waziristan, di concerto con quello centrale di Islamabad, ha deciso di imporre il coprifuoco su tutto il territorio per aiutare l’avanzata dell’esercito e scongiurare attacchi talebani. Che però si sono verificati lo stesso: i militanti, infatti, respingono le forze di sicurezza e al termine del primo giorno di combattimenti, secondo le informazioni del servizio informazioni dell’esercito pachistano, si sono registrate 11 vittime fra i talebani e 4 fra i militari. E’ stato lasciato aperto un corridoio umanitario per permettere agli abitanti delle città e dei villaggi dell’area di lasciare le loro abitazioni verso luoghi più tranquilli. Il governo, con la collaborazione di agenzie dell’Onu e delle Ong ha costruito campi di accoglienza nelle province vicine. Secondo dati dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite, oltre 90.000 dei 350.000 civili che vivono nell’area hanno già lasciato le proprie abitazioni. Il governo di Islamabad confida di concludere l’operazione Sud Waziristan in meno di due mesi, anche per scongiurare i rigori dell’inverno che nell’area si farà sentire presto. L’operazione, nelle intenzioni dell’esercito illustrate alla stampa dal ministro degli Interni pachistano Rehman Malik, dovrebbe essere simile a quella cominciata nell’aprile scorso nella valle dello Swat, che dopo mesi ha portato alla cacciata dai talebani dall’area. L’inizio delle operazioni era stato annunciato nei giorni scorsi e i talebani, di risposta, avevano effettuato attentati nel Paese, causando oltre 150 morti. Quella iniziata oggi, è la quarta operazione militare in Sud Waziristan, ma è quella che prevede l’impiego del maggior numero di militari. Le altre missioni dell’esercito si sono concluse con delle tregue e dei fragili accordi pace sempre disattesi dai talebani. A guidare il movimento anti-governativo dal suo quartier generale di Wana in Sud Waziristan, c’é Hakemullah Mehsud, appartenente ad una tribù storicamente vicina ad al Qaida e alle posizioni dei talebani afghani e molto distante da quelle del governo di Islamabad soprattutto nell’alleanza con gli Usa. Mehsud è succeduto al cugino Baitullah, ucciso ad agosto in un attacco missilistico di un drone americano. Baitullah era ritenuto il luogotenente di Osama bin Laden in Pakistan e responsabile di una serie di attentati, tra i quali quello nel quale ha perso la vita l’ex primo ministro Benazir Bhutto. Il leader talebano aveva siglato l’ultimo accordo di pace e poi dichiarato lo stesso nullo, dando il via ad una nuova offensiva. Gli americani hanno continuamente bombardato la zona di Wana con aerei senza pilota e fornito l’esercito pachistano di armi e tecnologie, anche per i combattimenti notturni, scatenando le ire dei talebani che hanno parlato di tradimento di Islamabad.

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Pakistan, così Al Qaeda sogna la bomba atomica

Di seguito un reportage di Guido Rampoldi, inviato di Repubblica, sul Pakistan. Interessante, anche se sbaglia a scrivere “Delhi”.

RAWALPINDI (Pakistan) – La Peshawar road costeggia per due chilometri il Quartier Generale delle Forze armate, una sequenza di caserme circondate dagli unici prati verdi di Rawalpindi; sul lato opposto, palazzine impettite come ufficiali sull’attenti ospitano le sedi di quelle Fondazioni che proiettano anche nell’economia il potere straripante dei generali pachistani. Superate le caserme, il paesaggio urbano rimpicciolisce per altri due chilometri in una fila di botteghe sormontate da cartelloni pubblicitari: scuole di informatica, scuole di inglese, olio di soya, la clinica cinese, i cassoni di plastica per l’acqua. Il pomeriggio c’è sempre molto traffico, ma il viale è largo e le motociclette possono zigzagare tra le macchine.
Quel 3 luglio, quando un pullman privato si è fermato al semaforo del crocevia chiamato Choor Chawk, un motociclista lo ha affiancato e ha fatto esplodere il tritolo di cui era imbottito il serbatoio. Dell’attentatore è rimasto a sufficienza per intuire l’età: molto giovane, uno dei tanti ragazzini convinti da astuti mullah ad ascendere in paradiso dentro una nuvola di fuoco. I passeggeri del pullman, la gran parte dei 23 feriti, non erano “infedeli”, come probabilmente gli era stato fatto credere, ma dipendenti del Kahuta Research Laboratories, forse il più importante centro di ricerche nucleari del Pakistan sin da quando lì fu concepita la Bomba.

Tutto quello che riguarda il Kahuta è protetto da un rigido segreto militare. Eppure i terroristi sapevano. Chi li ha informati sembra all’improvviso rivolgere le sue attenzioni alle 60-100 testate atomiche che sono l’orgoglio del Pakistan, l’incubo dell’India e il sogno di Al Qaeda. Con quale disegno?

Risaliamo i tre chilometri più spiati del Pakistan per girare la domanda al portavoce del Quartier generale, un colonnello. La zona che traversiamo ha visto negli ultimi mesi tre attentati contro obiettivi o personalità militari, quattro calcolando anche l’attacco al pullman del Kahuta. In queste azioni, mi dice il colonnello, “i terroristi hanno dimostrato di possedere informazioni riservate cui non sono in grado di arrivare da soli: dunque deve averli informati uno spionaggio straniero”. Oppure hanno complici nelle Forze armate, e forse anche nel programma nucleare, potremmo aggiungere. In un caso o nell’altro, l’attentato di Rawalpindi racconta la proliferazione atomica come proliferazione di intrighi e di rischi colossali. E forse dice che il Pakistan si sta avvicinando al bivio fatale. Di qua il disastro, se non l’apocalisse; di là la salvezza e la pace.

La Bomba ha reso al Pakistan non poco. Prestigio internazionale, la considerazione dei Paesi islamici, un deterrente per tenere a bada il poderoso vicino indiano, l’amicizia di due alleati tuttora strategici, la Cina e l’Arabia Saudita. Ma ha suscitato anche ostilità e cospirazioni. Zulfikar Bhutto, il premier che aveva sfidato gli americani promettendo “Mangeremo erba ma costruiremo la nostra atomica”, morì sulla forca, impiccato da generali amici di Washington. Alcuni tra gli scienziati cui Bhutto aveva ordinato “implorate, prendete a prestito, rubate, ma procuratevi la Bomba”, compiuta la missione continuarono a praticare metodi discutibili, suscitando sospetti sull’affidabilità del Pakistan. Abdul Qadeer Khan, già direttore del Kahuta Research Laboratories, divenne il facilitatore occulto di altri programmi nucleari (iraniano, nordcoreano, libico) che si avvalsero della sua consulenza, se non anche della tecnologia che Khan maneggiava.
Pakistan, così Al Qaeda sogna la bomba atomica

Missile a testata nucleare portato in parata in Pakistan

Arrestato nel 2003 su pressione americana, scarcerato di recente malgrado le apprensioni dell’amministrazione Obama, tra i suoi compatrioti Khan resta il popolarissimo “padre della Bomba”. Non ha mai svelato i suoi segreti. Un suo collega, Sultan Mahmood, responsabile del reattore nucleare di Khushab e notabile di un partito filo-Taliban, ha dovuto ammettere che Osama bin Laden gli chiese una consulenza per costruire un ordigno “sul genere di Hiroshima”. E già da questi esempi si ricava che ai grandi fisici nucleari pachistani le offerte di lavoro non devono mancare, tanto più da quando le Forze armate hanno impresso al programma atomico un’accelerazione. La scoperta di un giacimento di plutonio nel Punjab ha permesso di avviare, in joint venture con i cinesi, un progetto per fabbricare testate nucleari più potenti e più piccole, dunque lanciabili non più soltanto da rampe fisse ma anche da aerei.

Oltre ad avere il programma atomico più rapido del mondo, il Pakistan ha un altro primato poco rassicurante: la più vaga tra le dottrine militari. Chi possiede l’arma atomica di regola si premura di indicare con la massima precisione – alle proprie Forze armate e allo stesso tempo a potenziali aggressori – in quali situazioni sarà premuto il bottone fatale. Il Pakistan sembra fare eccezione. La sua dottrina di difesa, denominata “Minima deterrenza accettabile”, non è in un documento pubblico. E quel che si conosce per linee generali inquieta. Islamabad si riprometterebbe di usare le sue atomiche in un ventaglio di ipotesi. Innanzitutto qualora subisse “un’invasione massiccia”, formula però vaga. Per esempio, è probabile che la Nato si sia chiesta se si esporrebbe ad una rappresaglia atomica lanciando una grande operazione in territorio pachistano per decapitare i Taliban. Non meno indefinite sono le due ipotesi successive: Islamabad ritiene motivo sufficiente per usare la Bomba sia un’interruzione delle sue maggiori linee di approvvigionamento (per esempio, se la flotta indiana bloccasse i suoi porti o Dehli riducesse la portata del fiume Indo) sia una minaccia all’unità territoriale e alla stabilità del Paese, quale potrebbe essere la sollevazione del Beluchistan, dove opera da anni un forte secessionismo armato. Tuttavia nelle tradizioni militari pachistane c’è una sana riluttanza ad annichilire popolazioni nemiche. Dopotutto, le tre guerre combattute tra India e Pakistan sono stati tutte molto brevi e poco cruente e mai uno dei contendenti ha bombardato città.

Paradossalmente, il problema è l’equilibrio del terrore. Ha evitato una quarta guerra, ma ha suggerito a India e Pakistan di combattersi per procura e secondo geometrie sghembe, come i due Blocchi durante la Guerra fredda. Il prodotto di queste ostilità è un conflitto asimmetrico oggi molto rischioso per l’intera regione. E’ successo questo. Da una parte il Pakistan ha inglobato nel suo sistema di difesa le milizie islamiche che avevano combattuto contro i sovietici, e le ha utilizzate in Kashmir e in Afghanistan. Finché Musharraf le ha scaricate per assecondare gli americani. All’improvviso quei guerrieri fondamentalisti hanno perso prestigio, soldo, ruolo e traffici indotti, insomma tutto tranne i finanziatori arabi e forse alcuni amici nei servizi segreti del Pakistan. Cercando un conflitto in cui far valere il loro mestiere, si sono avvicinati ai Taliban pachistani e ad Al Qaeda, cui hanno portato in dote una rete terroristica diffusa sul territorio nazionale. Insieme, ora combattono un conflitto che ha per posta il Pakistan e le sue bombe atomiche. “Le prenderemo e le useremo contro gli americani”, ha promesso ad una tv araba il capo di Al Qaeda per l’Afghanistan, Mustafa al Yazid, dieci giorni prima che a Rawalpindi i terroristi colpissero i dipendenti del Kahuta Research Laboratories.

A sua volta l’India ha aperto misteriosi uffici consolari in Afghanistan, lungo la frontiera con il Pakistan. Con quelli, e per il tramite di tribù afghane, riuscirebbe a far arrivare armi e denaro sia al secessionismo del Beluchistan sia ad un settore dei Taliban. Islamabad fa sapere di poterlo provare, così come lascia intendere anche il comunicato diffuso a conclusione di un incontro bilaterale, due settimane fa (“Il primo ministro del Pakistan, Gilani, ha affermato di possedere alcune informazioni circa minacce in Beluchistan e altre aree”). Finora inascoltato, l’establishment pachistano sussurra da tempo la seguente accusa: l’India vuole mantenere il Pakistan in uno stato di instabilità controllata, affinché la comunità internazionale si convinca che questo è uno Stato fallito, inaffidabile; e profittando della sua debolezza finanziaria, lo costringa a mettere le sue bombe atomiche sotto sorveglianza internazionale, o almeno a interrompere il suo tumultuoso programma nucleare. Dehli avrebbe un secondo obiettivo strategico: rendere insicura la strada che corre dalle pendici del Karakorum fino al porto di Gwadar, nel Baluchistan pachistano. Presto permetterà alle merci cinesi di raggiungere l’Oceano nominalmente ancora Indiano, e al petrolio arabo di raggiungere la Cina, risparmiando ben tre settimane e relativi costi di trasporto.

Nell’albergo di Islamabad preferito dagli stranieri ormai gli ospiti cinesi sono numerosi quanto gli occidentali. L’influenza di Pechino è discreta ma crescente. In primavera, quando i Taliban sono arrivati a cento chilometri dalla capitale, non solo gli Usa ma anche la Cina hanno incalzato il Pakistan a reagire. Il contrattacco delle Forze armate sarebbe stato blando come le altre volte, se i generali non si fossero convinti che alcune bande di Taliban sono funzionali ai progetti dello spionaggio indiano. Come folgorato da questa percezione nuova, in maggio l’Esercito ha attaccato i Taliban dello Swat e li ha combattuti con una determinazione mai mostrata in passato. Tre mesi dopo, quelle vallate sono ancora insicure; fuggita in montagna, la guerriglia continua a uccidere soldati e a terrorizzare civili. Ma questo è quasi secondario. Per quanto vada ancora verificata, la conversione di Islamabad ne migliora l’immagine internazionale e permette agli americani di aumentare la pressione su Dehli perché accetti un compromesso. Nelle speranze dell’amministrazione Obama, i due nemici rinunceranno a colpirsi per procura e avvieranno una cooperazione contro il terrorismo di cui si intravede qualche timido segnale. A quel punto non sarebbe impossibile negoziare un accordo sul Kashmir. E tutto questo sarebbe di beneficio anche alla situazione in Afghanistan.

In apparenza minuscoli ma in realtà rilevanti, alcuni gesti di disponibilità scambiati in luglio tra Dehli e Islamabad suggeriscono che un processo di pace non è impossibile. Però suscita un’opposizione occulta, mossa da interessi interni e internazionali, in India come in Pakistan. Il partito del conflitto permanente l’anno scorso si è servito del massacro di Mumbai per paralizzare il dialogo tra i due governi e da allora ha riconquistato terreno. In luglio l’India ha varato il suo primo sottomarino nucleare e il terrorismo ha messo gli occhi sulla Bomba pachistana. Il sottomarino ha un nome mitologico che sta per “Distruttore dei nemici”. La Bomba pachistana viaggia su missili chiamati come i conquistatori musulmani dell’India. Ma questo è nella tradizione locale. Di nuovo c’è il fatto che la corsa ultratecnologica all’armamento nucleare ormai bordeggia il campo di battaglia della guerra asimmetrica. Prossimità ormai perfino fisica: uno dei siti nucleari pachistani si troverebbe appunto a ridosso di un territorio “talibanizzato”. Non è difficile immaginare dove potrebbe condurre tutto questo se il contenzioso indo-pachistano fosse abbandonato alla sua deriva.

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Arrestato leader talebano già liberato in favore di Mastrogiacomo

la polizia pachistana ha arrestato uno dei leader di Al Qaeda, liberato precedentemente in cambio del giornalista italiano Daniele Mastrogiacomo avvenuto nel 2007. Lo riferisce la televisione pachistana Dawn. L’intelligence di Islamabad ha annunciato di aver arrestato giovedi’ Ustad Mohammad Yasir, ex portavoce del leader talebano Mullah Omar, numero due di Al Qaeda. Yasir e’ stato arrestato a Peshawar, la capitale della Provincia frontaliera di Nord Ovest (North West Frontier Province, NWFP), ai confini con l’Afghanistan. L’uomo era stato gia’ arrestato nel 2005 sempre in Pakistan e trasferito in Afghanistan come richiesto dal governo di Kabul. Fu poi liberato insieme ad altri quattro leader talebani nel marzo 2007 in cambio della liberazione di Daniele Mastrogiacomo, l’inviato di La Repubblica sequestrato il 5 marzo dai talebani mentre si recava dal mullah Dadullah, nei pressi di Lashkargah. Secondo le autorita’ pachistane, il vero nome di Yasir sarebbe Ustad Zumarck ed era un professore dell’universita’ di Kabul, prima di diventare assistente politico di Abdur Rab Rasool Sayyaf, capo del gruppo Ittehad-i-Islami che si era distinto nel combattere l’invasione sovietica dell’Afghanistan. Successivamente, Yasid si uni’ ai talebani dopo che Sayyaf si alleo’ con Karzai e con il suo governo filo americano.

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La giornata in Pakistan

Riporto di seguito una serie di notizie che riguardano la giornata odierna in Pakistan. Partono dalle più recenti alle più vecchie.

Il presidente pachistano Asif ALi Zardari e il primo ministro Yousuf Raza Gilani sarebbero dovuti essere all’hotel Marriott sabato sera quando è esploso il camion bomba che ha provocato almeno 60 vittime e 260 feriti. Lo ha detto in conferenza stampa a Islamabad il ministro degli interni Rehman Malik. Il ministro ha spiegato che entrambi, insieme ad altri ministri e politici, oltre che a dignitari stranieri, avrebbero dovuto partecipare al ricevimento in onore di Zardari, in occasione del suo primo discorso da presidente dinanzi al parlamento riunito, organizzato dal presidente della camera Fehmida Mirza. All’ultimo momento, forse anche per il informazioni di sicurezza che avevano parlato di un attentato in quei giorni, il ricevimento è stato spostato alla residenza del primo ministro, non lontana dall’hotel Marriot. Malik ha ribadito che il bilancio delle vittime è ufficialmente fermo a 60, anche se ci sono alcuni corpi non identificati per i quali si dovranno fare dei test del DNA. Tra questi si cercano un diplomatico danese e uno egiziano.

Gli investigatori pachistani stanno cercando una cellula di Al Qaida che ha base ad Islamabad. Da qui sarebbero partiti i kamikaze che hanno messo a segno l’attentato.

Intanto a Peshawar è stato rapito il console afghano Abdul Khalil Farahi e uccisa la sua guardia del corpo.

Gli americani continuano ad entrare su suolo pachistano senza autorizzazione. E i pachistani non ci stanno e sparano. L’ultimo episodio stamattina, quando truppe pachistane hanno sparato contro elicotteri americani. Secondo la televisione pachistana Dawn, l’episodio e’ avvenuto nei pressi del villaggio di Lwara Mubndi, nel Nord Waziristan, a 80 chilometri dalla città più importante del distretto, Miranshah. Qui le forze di sicurezza pachistane, sia truppe regolari dell’esercito che forze paramilitari sotto il comando del ministro degli interni pachistano, sono impegnate da mesi in scontri con i taleban e militanti di al Qaida. Non ci sono commenti immediati da parte dei militari pachistani ne’ da parte di ufficiali americani di stanza in Afghanistan. Un altro episodio simile era stato registrato la settimana scorsa nella stessa area, ma fu smentito da entrambe le parti in causa. Si parlo’ di militanti delle tribù pachistane che, spaventati dalle incursioni aeree, avevano sparato in aria per impedire l’arrivo di soldati americani.

Sono considerate concluse, in molte parti dell’Hotel Marriott, le operazioni di ricerca di altre vittime. Lo riferisce la televisione pachistana Geo Tv. I soccorritori avrebbero cercato in tutte le 298 stanze dell’albergo e nella maggior parte della struttura e, secondo quanto ha riferito la tv, non ci sarebbero possibilità di trovare altre vittime nell’albergo distrutto. Gli investigatori hanno comunicato di aver completato le prime indagini sull’attentato terroristico e che un primo dossier sulle modalità dell’attentato sarà reso noto oggi. Gli ingegneri hanno detto che la struttura e le fondamenta dell’albergo sono solide e sicure, il piano terra e il tetto sono state danneggiati dall’esplosione. Nonostante il crollo di una piccola parte della parte posteriore, gli ingeneri escludono la possibilità che l’intera struttura possa crollare. Sadruddin Hashwani, il proprietario pachistano dell’albergo, ha detto di voler ricostruire in tre mesi l’hotel e che nessun dipendente perderà il lavoro.

La British Airways ha deciso di sospendere i voil in Pakistan. “Abbiamo provvisoriamente fermato i nostri voli verso il Pakistan in seguito all’attentato suicida di sabato”, ha detto all’Afp, Sohail Rehman, portavoce del portavoce di British Airways a Islamabad. L’ultimo collegamento aereo Londra-Islamabad assicurato dalla compagnia aerea britannica risale a ieri. “La nostra sede di Londra sta valutando la situazione e, per il momento, non siamo ancora in grado di fornire informazioni sulla ripresa delle nostre operazioni”, ha aggiunto il portavoce.

Potrebbe esserci il gruppo jihadista taleban Harkatul Jehadul Islam (HUJI) dietro l’attentato di sabato sera all’hotel Marriott di Islamabad e non il Tehrik-e-Taliban di Baiatullah Mehsud come si è detto dall’inizio delle indagini. Lo scrive stamattina il quotidiano The News, riferendo informazioni di intelligence. Secondo quanto scrive il quotidiano, l’attacco di sabato ha dei precedenti chiari nei modi e per i materiali usati, che fanno pensare al coinvolgimento dell’Huji. In particolare, sono quattro gli attentati simili a quello di sabato sera che fanno propendere per la responsabilità dell’Huji anche nell’attacco al Marriott. Il 4 marzo di quest’anno, un kamikaze tentò di sfondare il cancello di ingresso del Naval War College di Lahore, facendosi esplodere con il suo camion pieno di esplosivo. Dopo sette giorni, l’undici marzo,sempre a Lahore con le medesime modalità fu preso d’assalto il quartier generale della Federal Investigation Agency (FIA). A giugno, il 3, l’obiettivo fu l’ambasciata danese ad Islamabad. Il 25 dicembre del 2003, invece, due kamikaze a bordo di autobomba, cercarono di far saltare in aria il convoglio di auto che trasportava e seguiva l’allora presidente Pervez Musharraf. L’Huji è anche ritenuto responsabile dell’attentato al ristorante italiano di Islamabad ‘Luna Caprese’ che a marzo scorso fece un centinaio di feriti e una vittima. Secondo l’intelligence pachistana, il movimento si muoverebbe per effettuare pressioni sul governo affinché rinunci alla sua alleanza con gli Usa, sarebbe questo il motivo dietro la scelta dell’obiettivo colpito sabato sera, un albergo di una catena americana molto frequentato da occidentali, in particolare statunitensi.

Due sospetti terroristi legati all’attentato di sabato sera all’hotel Marriott di Islamabad sono stati arrestati dalla polizia pachistana. Lo riferisce la televisione Dawn. I due sarebbero legati ad al Qaida e uno dei due già ricercato per un tentativo di uccisione dell’ex presidente pachistano Pervez Musharraf. L’arresto è avvenuto a Gujaranwala, una città della provincia orientale pachistana del Punjab, tra Lahore e Islamabad. Altre tre persone sono state arrestate, per essere interrogate, in una moschea del distretto di Kharian, tra Lahore e Islamabad.

Il governo federale pachistano ha deciso di intensificare le operazioni anti-terrorismo nella zona del FATA, l’acronimo con il quale sono note le zone tribali della parte occidentale del paese ai confini con l’Afghanistan. Secondo la televisione pachistana, nelle prossime 48 ore sarà dato il via ad una possente operazione delle forze di sicurezza in quei territori, da dove si crede siano partiti i terroristi responsabili dell’attentato di sabato sera. Sarà anche aumentato il numero dei militari che operano nei distretto dello Swat e di Bajaur e in altri distretti tribali teatro, nell’ultimo anno, di scontri cruenti tra ribelli ed esercito. Scopo del governo, dice la televisione, è di non mostrare nessun segno di cedimento nei confronti dei ribelli.

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La vittoria di Zardari, tra bombe e il fantasma di Benazir Bhutto

Come largamente annunciato, Asif Ali Zardari, vedovo di Benazir Bhutto e co-presidente del Partito del Popolo PAchistano (PPP) ha vinto le elezioni presidenziali in Pakistan. Zardari, secondo i dati ufficiosi della commissione elettorale, ha ottenuto 481 dei 702 voti necessari per l’elezione, ottenendo la maggioranza dei consensi nel senato, nell’assemblea nazionale (l’equivalente della nostra camera dei deputati) e nelle quattro provincie in cui e’ diviso il paese. Nella provincia del Sindh, la cui capitale Karachi e’ stata per anni il luogo dove la famiglia di Zardari e quella della Bhutto hanno vissuto, il nuovo presidente pachistano ha conquistato tutti i 65 voti disponibili, acquistando in totale un margine superiore ai 350 necessari per essere eletto. Molto distanti i due altri candidati: l’ex giudice Saeed-uz-Zaman Siddiqui della Lega Pachistana Musulmana-N (PML-N) di Nawaz Sharif e Mushahid Hussain Syed della Lega Pachistana Musulmana-Q (PML-Q) vicina all’ex presidente Musharraf. Ma neanche nel giorno che molti in Pakistan definiscono ‘storico’ (il ministro degli esteri Qureshi a caldo ha commentato l’elezione come la svolta del paese), e’ cessato il rumore delle bombe che hanno continuato a scuotere soprattutto la tormentata regione del nord ovest. Mentre il vedovo della Bhutto si assicurava il 90% dei consensi nella Provincia di Nord Ovest (NWFP), nella capitale di questa, Peshawar, un’autobomba e’ esplosa per far ricordare a tutti che possono cambiare i presidenti e i governi, ma nel paese la minaccia terroristica interna ed esterna e’ ancora grave. Oggi almeno 16 persone sono morte e oltre 80 ferite quando un’auto carica di esplosivo e’ stata fatta esplodere nei pressi di un posto di controllo della polizia a Zangi, sulla Kohat Road, facendo crollare tre palazzi attorno e distruggendo un mercato. Sotto le macerie, ci sono ancora alcune persone. Secondo la polizia locale, l’attentato di oggi ”e’ un atto di terrorismo” ed e’ legato alle operazioni militari che l’esercito da mesi sta tenendo contro i taleban nell’area. Zardari ha promesso di occuparsi in prima persona del problema terrorismo e ha ribadito, dopo le dure prese di posizione dei giorni scorsi del governo pachistano a seguito delle infiltrazioni dell’esercito USA sul suolo pachistano, il suo appoggio incondizionato alla lotta al terrorismo degli americani. Una scelta dettata piu’ dalla necessita’ di non perdere gli ingenti finanziamenti di Washington che per altro. La preoccupazione maggiore dei rivali di Zardari, e’ che il vedovo di Benazir possa essere un secondo Musharraf, il suo compagno di scuola che ha sostituito alla piu’ alta carica pachistana dopo le dimissioni dell’ex generale in procinto di essere assoggetto ad una procedura di impeachment. Zardari, infatti, non ha acconsentito prima delle elezioni ai cambiamenti costituzionali che avrebbero cancellato le modifiche volute da Musharraf, ritornando cosi’ a limitare i poteri del presidente. Il vedovo di Benazir Bhutto ha pero’ voluto tranquillizzare tutti annunciando, dopo la sua elezione, che ‘il presidente dovra’ essere subordinato al parlamento’. Zardari non ha neanche detto che lascera’ il ruolo di presidente del partito che occupa insieme al figlio Bilawal, ma ha ricordato come la sua elezione rientra nella scia di vittorie per la democrazia secondo il detto di sua moglie che ”la democrazia e’ la migliore vendetta”. E il fantasma dell’ex primo ministro uccisa in un attentato il 27 dicembre scorso, e’ aleggiato per tutto il giorno sia dentro l’aula del parlamento dove si votava, sia per le strade di tutto il Pakistan. Alla notizia della vittoria di Zardari, migliaia di sostenitori del Partito popolare pachistano sono scesi per strada non per gridare il nome del nuovo presidente, ma quello della Bhutto. Cosa che e’ avvenuta anche nel parlamento, dove molti parlamentari hanno inneggiato all’ex primo ministro pachistano. Con Zardari, ad assistere alle operazioni di votazione, le due sue figlie Bakhtawar e Asifa. La prima, teneva un poster con la foto della madre uccisa in un attentato ed entrambe ne inneggiavano il nome. Quello di Benazir sara’ una presenza che Zardari non potra’ mai rimuovere. Ma, fino ad ora, la cosa lo ha giovato, portandolo dall’essere il figlio di un proprietario di cinema al raggiungere la presidenza del piu’ grande partito pachistano e, soprattutto, quella del paese, passando attraverso anni di galera per omicidio e corruzione, la nomea di mister 10%.

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