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Paura attentati alla vigilia della festa nazionale

E’ allarme attentati in India alla vigilia della festa della repubblica di domani. La polizia postale dello stato indiano meridionale del Kerala ha rintracciato una e-mail contenente la minaccia di compiere una serie di attentati se non verra’ creato uno stato separato musulmano, comprendente alcuni distretti settentrionali del Kerala. La e-mail, secondo quanto reso noto dalla polizia, sarebbe stata ricevuta ieri da alcuni giornali locali, proverrebbe dagli Emirati Arabi da un dominio Yahoo! a firma di Zakhir Hussain che si qualifica come il capo di una organizzazione di recente formazione, la Malabar Mujahid, che ha la sua base a Karachi e che godrebbe del supporto anche della LeT (Lashar-e-Taiba). ”Se la richiesta della formazione di uno stato separato musulmano non verra’ accolta – si legge nella mail – allora una serie di esplosioni si verificheranno e la prima della serie ci sara’ come esempio oggi (venerdi’), giorno dell’indipendenza del Pakistan”. A seguito delle minacce tutto lo stato del Kerala e’ stato posto in stato di massima allerta e tutte le misure di sicurezza sono state rafforzate. L’allarme e’ scattato anche nello stato settentrionale del Bihar, uno dei piu’ poveri dell’India, dopo che i maoisti hanno dichiarato di voler boicottare le celebrazioni del giorno dell’indipendenza indiana, previste per domani. Le forze di sicurezza hanno rafforzato la loro presenza soprattutto nella capitale Patna, nei luoghi considerati sensibili, come gli aeroporti, le stazioni, i terminal degli autobus, per paura di possibili attentati. Stessa misura adottata nei confronti di tutti gli obiettivi sensibili indiani: dai palazzi governativi di Delhi a quelli finanziari di Mumbai, ai porti, aeroporti e stazioni ferroviarie.

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Pakistan, così Al Qaeda sogna la bomba atomica

Di seguito un reportage di Guido Rampoldi, inviato di Repubblica, sul Pakistan. Interessante, anche se sbaglia a scrivere “Delhi”.

RAWALPINDI (Pakistan) – La Peshawar road costeggia per due chilometri il Quartier Generale delle Forze armate, una sequenza di caserme circondate dagli unici prati verdi di Rawalpindi; sul lato opposto, palazzine impettite come ufficiali sull’attenti ospitano le sedi di quelle Fondazioni che proiettano anche nell’economia il potere straripante dei generali pachistani. Superate le caserme, il paesaggio urbano rimpicciolisce per altri due chilometri in una fila di botteghe sormontate da cartelloni pubblicitari: scuole di informatica, scuole di inglese, olio di soya, la clinica cinese, i cassoni di plastica per l’acqua. Il pomeriggio c’è sempre molto traffico, ma il viale è largo e le motociclette possono zigzagare tra le macchine.
Quel 3 luglio, quando un pullman privato si è fermato al semaforo del crocevia chiamato Choor Chawk, un motociclista lo ha affiancato e ha fatto esplodere il tritolo di cui era imbottito il serbatoio. Dell’attentatore è rimasto a sufficienza per intuire l’età: molto giovane, uno dei tanti ragazzini convinti da astuti mullah ad ascendere in paradiso dentro una nuvola di fuoco. I passeggeri del pullman, la gran parte dei 23 feriti, non erano “infedeli”, come probabilmente gli era stato fatto credere, ma dipendenti del Kahuta Research Laboratories, forse il più importante centro di ricerche nucleari del Pakistan sin da quando lì fu concepita la Bomba.

Tutto quello che riguarda il Kahuta è protetto da un rigido segreto militare. Eppure i terroristi sapevano. Chi li ha informati sembra all’improvviso rivolgere le sue attenzioni alle 60-100 testate atomiche che sono l’orgoglio del Pakistan, l’incubo dell’India e il sogno di Al Qaeda. Con quale disegno?

Risaliamo i tre chilometri più spiati del Pakistan per girare la domanda al portavoce del Quartier generale, un colonnello. La zona che traversiamo ha visto negli ultimi mesi tre attentati contro obiettivi o personalità militari, quattro calcolando anche l’attacco al pullman del Kahuta. In queste azioni, mi dice il colonnello, “i terroristi hanno dimostrato di possedere informazioni riservate cui non sono in grado di arrivare da soli: dunque deve averli informati uno spionaggio straniero”. Oppure hanno complici nelle Forze armate, e forse anche nel programma nucleare, potremmo aggiungere. In un caso o nell’altro, l’attentato di Rawalpindi racconta la proliferazione atomica come proliferazione di intrighi e di rischi colossali. E forse dice che il Pakistan si sta avvicinando al bivio fatale. Di qua il disastro, se non l’apocalisse; di là la salvezza e la pace.

La Bomba ha reso al Pakistan non poco. Prestigio internazionale, la considerazione dei Paesi islamici, un deterrente per tenere a bada il poderoso vicino indiano, l’amicizia di due alleati tuttora strategici, la Cina e l’Arabia Saudita. Ma ha suscitato anche ostilità e cospirazioni. Zulfikar Bhutto, il premier che aveva sfidato gli americani promettendo “Mangeremo erba ma costruiremo la nostra atomica”, morì sulla forca, impiccato da generali amici di Washington. Alcuni tra gli scienziati cui Bhutto aveva ordinato “implorate, prendete a prestito, rubate, ma procuratevi la Bomba”, compiuta la missione continuarono a praticare metodi discutibili, suscitando sospetti sull’affidabilità del Pakistan. Abdul Qadeer Khan, già direttore del Kahuta Research Laboratories, divenne il facilitatore occulto di altri programmi nucleari (iraniano, nordcoreano, libico) che si avvalsero della sua consulenza, se non anche della tecnologia che Khan maneggiava.
Pakistan, così Al Qaeda sogna la bomba atomica

Missile a testata nucleare portato in parata in Pakistan

Arrestato nel 2003 su pressione americana, scarcerato di recente malgrado le apprensioni dell’amministrazione Obama, tra i suoi compatrioti Khan resta il popolarissimo “padre della Bomba”. Non ha mai svelato i suoi segreti. Un suo collega, Sultan Mahmood, responsabile del reattore nucleare di Khushab e notabile di un partito filo-Taliban, ha dovuto ammettere che Osama bin Laden gli chiese una consulenza per costruire un ordigno “sul genere di Hiroshima”. E già da questi esempi si ricava che ai grandi fisici nucleari pachistani le offerte di lavoro non devono mancare, tanto più da quando le Forze armate hanno impresso al programma atomico un’accelerazione. La scoperta di un giacimento di plutonio nel Punjab ha permesso di avviare, in joint venture con i cinesi, un progetto per fabbricare testate nucleari più potenti e più piccole, dunque lanciabili non più soltanto da rampe fisse ma anche da aerei.

Oltre ad avere il programma atomico più rapido del mondo, il Pakistan ha un altro primato poco rassicurante: la più vaga tra le dottrine militari. Chi possiede l’arma atomica di regola si premura di indicare con la massima precisione – alle proprie Forze armate e allo stesso tempo a potenziali aggressori – in quali situazioni sarà premuto il bottone fatale. Il Pakistan sembra fare eccezione. La sua dottrina di difesa, denominata “Minima deterrenza accettabile”, non è in un documento pubblico. E quel che si conosce per linee generali inquieta. Islamabad si riprometterebbe di usare le sue atomiche in un ventaglio di ipotesi. Innanzitutto qualora subisse “un’invasione massiccia”, formula però vaga. Per esempio, è probabile che la Nato si sia chiesta se si esporrebbe ad una rappresaglia atomica lanciando una grande operazione in territorio pachistano per decapitare i Taliban. Non meno indefinite sono le due ipotesi successive: Islamabad ritiene motivo sufficiente per usare la Bomba sia un’interruzione delle sue maggiori linee di approvvigionamento (per esempio, se la flotta indiana bloccasse i suoi porti o Dehli riducesse la portata del fiume Indo) sia una minaccia all’unità territoriale e alla stabilità del Paese, quale potrebbe essere la sollevazione del Beluchistan, dove opera da anni un forte secessionismo armato. Tuttavia nelle tradizioni militari pachistane c’è una sana riluttanza ad annichilire popolazioni nemiche. Dopotutto, le tre guerre combattute tra India e Pakistan sono stati tutte molto brevi e poco cruente e mai uno dei contendenti ha bombardato città.

Paradossalmente, il problema è l’equilibrio del terrore. Ha evitato una quarta guerra, ma ha suggerito a India e Pakistan di combattersi per procura e secondo geometrie sghembe, come i due Blocchi durante la Guerra fredda. Il prodotto di queste ostilità è un conflitto asimmetrico oggi molto rischioso per l’intera regione. E’ successo questo. Da una parte il Pakistan ha inglobato nel suo sistema di difesa le milizie islamiche che avevano combattuto contro i sovietici, e le ha utilizzate in Kashmir e in Afghanistan. Finché Musharraf le ha scaricate per assecondare gli americani. All’improvviso quei guerrieri fondamentalisti hanno perso prestigio, soldo, ruolo e traffici indotti, insomma tutto tranne i finanziatori arabi e forse alcuni amici nei servizi segreti del Pakistan. Cercando un conflitto in cui far valere il loro mestiere, si sono avvicinati ai Taliban pachistani e ad Al Qaeda, cui hanno portato in dote una rete terroristica diffusa sul territorio nazionale. Insieme, ora combattono un conflitto che ha per posta il Pakistan e le sue bombe atomiche. “Le prenderemo e le useremo contro gli americani”, ha promesso ad una tv araba il capo di Al Qaeda per l’Afghanistan, Mustafa al Yazid, dieci giorni prima che a Rawalpindi i terroristi colpissero i dipendenti del Kahuta Research Laboratories.

A sua volta l’India ha aperto misteriosi uffici consolari in Afghanistan, lungo la frontiera con il Pakistan. Con quelli, e per il tramite di tribù afghane, riuscirebbe a far arrivare armi e denaro sia al secessionismo del Beluchistan sia ad un settore dei Taliban. Islamabad fa sapere di poterlo provare, così come lascia intendere anche il comunicato diffuso a conclusione di un incontro bilaterale, due settimane fa (“Il primo ministro del Pakistan, Gilani, ha affermato di possedere alcune informazioni circa minacce in Beluchistan e altre aree”). Finora inascoltato, l’establishment pachistano sussurra da tempo la seguente accusa: l’India vuole mantenere il Pakistan in uno stato di instabilità controllata, affinché la comunità internazionale si convinca che questo è uno Stato fallito, inaffidabile; e profittando della sua debolezza finanziaria, lo costringa a mettere le sue bombe atomiche sotto sorveglianza internazionale, o almeno a interrompere il suo tumultuoso programma nucleare. Dehli avrebbe un secondo obiettivo strategico: rendere insicura la strada che corre dalle pendici del Karakorum fino al porto di Gwadar, nel Baluchistan pachistano. Presto permetterà alle merci cinesi di raggiungere l’Oceano nominalmente ancora Indiano, e al petrolio arabo di raggiungere la Cina, risparmiando ben tre settimane e relativi costi di trasporto.

Nell’albergo di Islamabad preferito dagli stranieri ormai gli ospiti cinesi sono numerosi quanto gli occidentali. L’influenza di Pechino è discreta ma crescente. In primavera, quando i Taliban sono arrivati a cento chilometri dalla capitale, non solo gli Usa ma anche la Cina hanno incalzato il Pakistan a reagire. Il contrattacco delle Forze armate sarebbe stato blando come le altre volte, se i generali non si fossero convinti che alcune bande di Taliban sono funzionali ai progetti dello spionaggio indiano. Come folgorato da questa percezione nuova, in maggio l’Esercito ha attaccato i Taliban dello Swat e li ha combattuti con una determinazione mai mostrata in passato. Tre mesi dopo, quelle vallate sono ancora insicure; fuggita in montagna, la guerriglia continua a uccidere soldati e a terrorizzare civili. Ma questo è quasi secondario. Per quanto vada ancora verificata, la conversione di Islamabad ne migliora l’immagine internazionale e permette agli americani di aumentare la pressione su Dehli perché accetti un compromesso. Nelle speranze dell’amministrazione Obama, i due nemici rinunceranno a colpirsi per procura e avvieranno una cooperazione contro il terrorismo di cui si intravede qualche timido segnale. A quel punto non sarebbe impossibile negoziare un accordo sul Kashmir. E tutto questo sarebbe di beneficio anche alla situazione in Afghanistan.

In apparenza minuscoli ma in realtà rilevanti, alcuni gesti di disponibilità scambiati in luglio tra Dehli e Islamabad suggeriscono che un processo di pace non è impossibile. Però suscita un’opposizione occulta, mossa da interessi interni e internazionali, in India come in Pakistan. Il partito del conflitto permanente l’anno scorso si è servito del massacro di Mumbai per paralizzare il dialogo tra i due governi e da allora ha riconquistato terreno. In luglio l’India ha varato il suo primo sottomarino nucleare e il terrorismo ha messo gli occhi sulla Bomba pachistana. Il sottomarino ha un nome mitologico che sta per “Distruttore dei nemici”. La Bomba pachistana viaggia su missili chiamati come i conquistatori musulmani dell’India. Ma questo è nella tradizione locale. Di nuovo c’è il fatto che la corsa ultratecnologica all’armamento nucleare ormai bordeggia il campo di battaglia della guerra asimmetrica. Prossimità ormai perfino fisica: uno dei siti nucleari pachistani si troverebbe appunto a ridosso di un territorio “talibanizzato”. Non è difficile immaginare dove potrebbe condurre tutto questo se il contenzioso indo-pachistano fosse abbandonato alla sua deriva.

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L’alabarda spaziale di Hopeman

Come il più grande dei supereroi, Hopeman è tornato sfoggiando le sue armi spaziali. E’ lui, sempre lui. Grazie di esistere. Hopeman colpisce ancora. A parte la commovente e lacrimosa biografia di Mayawati, nel pezzo di oggi scrive: “Eppure lei (Mayawati, ndr) è riuscita a dare la scalata al potere politico nell’Uttar Pradesh, uno Stato di 190 milioni di abitanti (se fosse indipendente sarebbe la sesta nazione del mondo), che l’ha rieletta primo ministro per quattro volte consecutive.” Quattro volte consecutive? ma scherziamo? basta andare sul sito del governo dell’UP oppure su wikipedia per scoprire che non è così.
Si lo so, sono io esagerato, mi applico a cose che non interessano a nessuno. Ma anche il contenuto e l’idea di fondo è una chiavica. L’unica cosa condivisibile è la dichiarazione del direttore di The Hindu e che avvalora sempre di più la mia idea sulla democrazia delle elezioni indiane, dove la gente vota per appartenenza.”La vera funzione del voto per noi è la catarsi. E’ il momento in cui la democrazia ci unisce davvero perché rappresenta tutte le nostre diversità. La politica delle identità in India è molto più importante dell’arte di governare”. Non foss’altro per il fatto che ad esempio i numeri relativi al voto nullo sono pressoché 0.

Ma questa è un’altra cosa.

Ma, ripeto, sono io.

Devo dire che Hopeman è in buona compagnia. Chi ha acquistato il Corriere oggi, ha potuto apprezzare un paio di articoli stile Hopeman che, purtroppo, passano sotto silenzio perchè pochi conoscono le cose. Baggianate, ovvietà, cose errate, dichiarazioni senza senso. L’importante è che Corriere e Repubblica lo scrivano, non è importante cosa sia vero.

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L’uomo della speranza ci ricade di nuovo

No, non voglio saperlo. Che nessuno si azzardi a dire che ce l’ho con lui. Assolutamente non è vero. Però, caro speranzoso mio, così non va. Devi fare più attenzione. Ho la buona abitudine di non leggerlo. Dopo essermi sorbito i due libri  mentre recitavo il mantra “e questo mo dove vuole arrivare?”, ho deciso che sarebbe stato troppo, per me, leggere anche i blog o gli articoli del Nostro. Così, ci butto l’occhio qualche volta. Tempo fa l’ho beccato in fallo. Era da tempo che non lo leggevo, così mi sono ributtato a vedere cosa avesse scritto. Et voilà, la speranza di sbagliare ritorna. In questo pezzo, il buon speranzoso, fa cominciare le elezioni tre giorni prima, il 13 anziché il 16. Forse dipende dal fatto che lui è avanti rispetto agli altri. Oppure che subisce il fuso orario cinese. Chissà. Per carità, l’errore è possibile, è di tutti. Ma dai grandi, sono cose che non ci si aspetta, quindi… Nei giorni scorsi, anche il suo giornale aveva subito il suo influsso e si era dato alle notizie non vere. E’ una malattia dilagante. Ci sarà un vaccino?

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Ui ar oll fluent in inglish

Navigando sul web, mi sono imbattuto in questo articolo di Borgomeo su Repubblica, sulla pericolosità delle strade indiane. Nulla di nuovo. Se non foss’altro che l’articolo mi ha fatto sorgere qualche dubbio. Leggetelo bene, non vi sembra che qualcosa non vada? Sarò io malpensante, ma credo che si sia preso spunto da un altro articolo, e usato babelfish o qualcosa di simile per la traduzione di alcuni pezzi.

Non a caso, nell’articolo di Borgomeo, l’intervistato viene citato:

…ha spiegato infatti Rohit Baluja di Delhi l’Istituto di Istruzione sulla circolazione stradale…

e nell’articolo originario c’è scritto:

…Rohit Baluja of Delhi’s Institute of Road Traffic Education said…

La cosa mi ha fatto venire alla mente uno spassosissimo post dell’amico Tuttoqua, che analizza gli italiani che parlano un Fluent English.

Della serie, Noio Volevam Savuar.

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L’uomo della speranza indiana in fallo. Again?

L’uomo della speranza indiana è caduto in fallo. Leggendo l’articolo scritto sul numero 613 del settimanale D di Repubblica, pag. 46, ci sono diverse inesattezze, per non dire errori. A cominciare dell’evento. Già, perché chiunque passi per Delhi anche un solo istante, da qualsiasi punto passi, viene a sapere che nel 2010 la capitale indiana ospiterà i Commonwealth Game e non i giochi asiatici o Asian Games che, dopo Doha 2006, andranno in Cina, a Guanzhou nel 2010. Delle due l’una: o lui a Delhi non c’è mai stato negli ultimi due anni, oppure, se c’è stato, non ha visto che in ogni angolo di strada, negli aeroporti, sulle strade, sui giornali, si parla dei Commonwealth Game ma li confonde con gli Asian Game.

Basta farsi un giro su internet per capire la differenza, se non si conosce quella semantica tra Commonwealth e Asia (partendo dal presupposto che il significato di games sia noto). I giochi del Commonwealth riguardano tutti i paesi del gruppo: asiatici come India e Pakistan, europei come Gran Bretagna e Malta, africani come Camerun e Gambia, americani come Canada e Belize per dirne solo alcuni. Gli asiatici, invece riguardano solo l’Asia.

A parte questa cosa che, ripeto, è evidente se si passa per Delhi perché DOVUNQUE c’è scritto che la città ospiterà i Commonwealth Game, anche nell’articolo ci sono delle inesattezze. Non è vero che i lavori sono fermi, anzi. Da oltre un anno la capitale indiana è invivibile. Dovunque stanno costruendo nuove strade, la metropolitana, tutto proprio per i Commonwealth game, come è scritto su tutti i tabelloni sparsi sul percorso dei lavori. L’aeroporto è un cantiere aperto e leggi dovunque nella struttura che lo stanno facendo per i Commonwealth game. Stanno costruendo il villaggio atleti, certo con grossi problemi sociali e ambientali, ma i lavori vanno avanti. Molto a rilento, con la flemma indiana, ma vanno avanti. Anch’io ho scritto di queste cose, già l’anno scorso.

Inoltre è verissimo che l’India alle scorse olimpiadi non ha raccolto neanche un decimo delle medaglie cinesi. Ma questo perché non ha neanche un millesimo delle strutture che hanno gli altri. Certo, per colpa delle classi politiche se si sono succedute alla guida del paese, ma è così. A Pechino l’unica medaglia d’oro indiana, è arrivata dalla carabina 10 metri. E’ stata la prima medaglia d’oro assoluta individuale nella storia del paese. Abhinav Bindra, il giovane che l’ha vinta, si allena in una struttura privata costruita dal padre. Al suo ritorno, accolto con i massimi onori, ha puntato l’attenzione sulla necessità di costruire strutture sportive pubbliche per consentire a tutti di praticare sport.

Signor speranza indiana, la prossima volta, prima di scrivere, fatti un giro in questo paese. Vienici almeno una volta ed esci dagli alberghi a cinque stelle che frequenti, fatti un giro per strada. O, almeno, usa meglio internet. Esiste una cosa che si chiama motore di ricerca. Scegli tu quello che ti piace di più. Basta che digiti quello che ti serve nello spazio della ricerca e oplà, hai tutto quello che ti serve.

Ahi ahi ahi signor speranza indiana, mi è scivolato sulla tigre (simbolo dei Commonwealth Game di Delhi del 2010).

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Sull’Orissa e la questione religiosa

Ho letto e commentato questo post del blog di Enrica Garzilli, ottimo come sempre. Vi stimolo a continuare la discussione. Intanto, però, leggo da Repubblica, che prende le notizie dall’agenzia del Pontificio Istituto Missioni estere, che alcune suore di Madre Teresa sono state aggredite (mi pare, leggendo il pezzo, più appropriato il termine ‘minacciate’ e quello ‘bloccate’) in una stazione. Che scandalo! Ovviamente non che le suore siano state bloccate, ma che Repubblica lo scrivi. Ma vi rendete conto di quello che fate? Che giornalismo è questo? Raccontare cose che sono nella, purtroppo, quotidianità di questo paese, non fa altro che alimentare questi atti. Mi sembra di sentire quegli italiani che dicono, riferendosi ai musulmani, “noi li ospitiamo nel nostro paese e gli costruiamo le moschee e loro non ci fanno costruire le chiese nei loro”. Ma basta con questi noi e loro. E soprattutto basta con questi articoli.  Ci siamo già dimenticati dei tre preti che sono stati barbaramente picchiati a Torino. Ah già, dimenticavo, sono stati degli extracomunitari a farlo. Magari degli induisti dell’Orissa. Intendiamoci: io sono cattolico apostolico (ma poco romano) e confido nella libertà religiosa. Non ho letto in nessun passo del vangelo l’obbligatorietà di ricevere questa libertà, anzi, il cristianesimo ha nei martiri della fede, figure fantastiche. Ovviamente non tutti sono votati al martirio e alla santità, ma a me interessa quello che faccio io per gli altri, non quello che gli altri fanno per me.

Intanto, leggo dall’Ansa, nell’articolo che parla della riunione informale di ieri dei ministri dell’unione europea, che

…il titolare della Farnesina ha avuto modo di mettere sul tavolo anche un tema particolarmente caro al governo Berlusconi: la tutela della liberta’ religiosa. Dopo le violenze anti-cristiane dei giorni scorsi nello stato indiano dell’Orissa, Frattini aveva gia’ convocato l’ambasciatore indiano alla Farnesina per avere informazioni dirette su quanto stesse accadendo. E oggi la presidenza francese ha accolto la richiesta proprio di Frattini di inserire la questione nell’agenda del vertice Ue-India che si terra’ il prossimo 29 settembre a Marsiglia: l’Italia, ha osservato il ministro, e’ stato ”l’unico paese europeo ad aver sollevato il tema della liberta’ religiosa in India” e ”oggi la mia richiesta e’ stata accolta senza nessuna obiezione dalla presidenza francese”.

Come dice il mio amico Claudio: meji coglioni!

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La velocità dell’informazione

Ieri e oggi sia l’edizione cartacea de Il Corriere della Sera che quella on line di Repubblica, riportano la notizia (anche in prima pagina, il Corriere) delle proteste contro la tennista indiana Sania Mirza. Agli assidui frequentatori di questo blog non sarà mancato notare che la notizia era stata qui riportata già il 15 di questo mese. Si vede che a via Solferino e a piazza Indipendenza sono stanchi, oberati, disattenti o, peggio, che non leggono questo blog come, fatemelo dire, intelligentemente fate voi.

sania-mirza-38.jpg Sania Mirza in azione

09celeb-sania1.jpg Sania con la mamma in abiti musulmani

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Ancora problemi per la tennista Mirza

Sania Mirza, la tennista indiana al centro di veementi polemiche negli scorsi giorni perche’ accusata di aver mancato di rispetto alla bandiera nazionale poggiandovi un piede, ha ammesso di aver considerato la possibilita’ di lasciare il tennis. Ma la ventunenne tennista, che oggi ha battuto negli open di Australia la uzbeka Iroda Tulyaganova con un 6-4 6-2, ha poi poco fatto marcia indietro. ”Moltissimi pensieri hanno affollato la mia mente nell’ultimo paio di giorni – ha detto la Mirza – e uno dei miei pensieri e’ stato quello, ma non direi che e’ stato serio abbastanza da farmi lasciare il tennis proprio ora”. Le polemiche contro la tennista erano state provocate, secondo quanto riportato dalla stampa indiana, perche’ la Mirza, mentre guardava una partita a Perth, in Australia, aveva alzato il piede destro poggiandolo contro la bandiera nazionale. Un avvocato indiano del Madhya Pradesh ha sporto denuncia contro di lei, accusandola di vilipendio alla bandiera. Se verra’ riconosciuta colpevole la giovane tennista potrebbe rischiare fino a tre anni di prigione oltre ad una multa in denaro. Già in passato l’atleta aveva avuto problemi con i fondamentalisti musulmani per aver girato uno spot pubblicitario in una moschea e per giocare con i pantaloncini corti.

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