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Hacker cinesi attaccano sistemi sicurezza indiani

Hacker cinesi hanno provato a penetrare nei computer del consulente indiano alla Sicurezza Nazionale, M K Narayanan. Lo ha rivelato lo stesso responsabile della sicurezza indiana a Londra, dove è in visita. L’attacco sarebbe stato portato il 15 dicembre scorso, nello stesso giorno nel quale furono presi di miria il ministero americano per la difesa, enti e sistituzioni finanziare di tutto il mondo, società tecnologiche come Google. La Cina ha ovviamente smentito di avere un ruolo nella cosa. Come già in passato, gli hacker hanno inviato email con allegati virus. Gli indiani sono sicuri che gli attacchi sono partiti dalla Cina, ma Pechino smentisce “è una cosa illegale in Cina”, ha detto il portavoce del ministro degli esteri cinese. Ma Narayan teme che attacchi possano arrivare anche dal Pakistan, dal momento che, secondo lui, il governo pachistano non ha fatto nulla per smantellare le “strutture del terrore”. La cosa comica è che, soprattutto grazie a persone tipo Hopeman, l’India è conosciuta anche per ospitare i più bravi ingegneri informatici del mondo. Sarà. Tuttoqua e Bixx non la pensano così.

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Buon risultato i colloqui con Pechino, presto incontri formali

E’ cominciata a Dharamsala, nel nord dell’India, sede del governo tibetano in esilio, la conferenza stampa dei due inviati del Dalai Lama, Lodi Gyari e Kelsang Gyaltsen, tornati tre giorni fa dalla Cina dove hanno incontrato le autorità di Pechino per discutere di Tibet. Lodi Gyari ha detto che nonostante ci fossero grandi divergenze fra le parti, il dialogo è stato sereno. Gli inviati hanno chiesto a Pechino il rilascio dei prigionieri arrestati durante i moti di Lhasa del marzo scorso così da poter garantire loro assistenza medica, e hanno rigettato le accuse secondo le quali sarebbe il Dalai Lama a organizzare le manifestazioni anti cinesi, confermando che il leader tibetano sostiene le Olimpiadi di Pechino. Gyari e Gyaltesn hanno inoltre chiesto la fine della rieducazione culturale in Tibet che sta totalmente annullando la cultura e le tradizioni tibetane nella regione a scapito di quelle cinesi. Gli inviati hanno parlato di volontà espressa da entrambe le parti di risolvere la situazione. Presto verranno decise le date per altri incontri. Saranno formali i prossimi incontri tra il governo tibetano in esilio e il governo cinese. Lo scrivono in un comunicato i due inviati del Dalai Lama che hanno incontrato lo scorso fine settimana a Shenzen esponenti del goveno di Pechino in colloqui informali, sulla situazione in Tibet dopo i fatti di Lhasa del marzo scorso. ”Nonostante divergenze sostanziali – scrivono Lodi Gyari e Kelsang Gyaltsen – le parti hanno dimostrato volonta’ di trovare un approccio comune. Abbiamo entrambi fatto proposte concrete che faranno parte dell’agenda futura. Come risultato dell’incontro, abbiamo deciso di incontrarci nuovamente per un giro formale di discussioni. La data per il settimo giro di consultazioni sara’ finalizzata presto”. Dal 2002 al 2007 il governo tibetano in esilio e quello cinese si sono incontrati sei volte in modo formale senza giungere a risultati. Intanto il governo cinese è “onesto e sincero” nei colloqui sul futuro del Tibet con i rappresentanti del Dalai Lama, che sono ripresi domenica scorsa dopo un anno di interruzione. Lo ha affermato oggi il portavoce cinese Qin Gang. aggiungendo che Pechino si augura che il leader tibetano mostri “la stessa sincerità”. In un comunicato sull’ incontro avvenuto domenica nel sud della Cina i due inviati del Dalai Lama, Lodi Gyari e Kelsang Gyaltsen , scrivono che “nonostante divergenze sostanziali le parti hanno dimostrato volontà di trovare un approccio comune”. Da quasi due mesi è in corso in Tibet una rivolta anticinese che in alcuni casi è sfociata in violenze. Gli esuli tibetani affermano che almeno duecento persone hanno perso la vita mentre il governo di Pechino parla di 22 vittime, in grande maggioranza cittadini uccisi dai rivoltosi. La stampa cinese ha continuato a rivolgere pesanti attacchi al leader tibetano, accusandolo di aver organizzato le proteste e di puntare, al contrario di quello che dichiara, all’ indipendenza del Tibet.

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La fiaccola sull’Everest e’ una mossa politica

La scalata con la fiaccola olimpica sulla cima dell’Everest è stata denunciata oggi come “una mossa politica per riaffermare il controllo della Cina sul Tibet” dal gruppo tibetano in esilio Students for a Free Tibet (Stf). In un documento inviato via fax ai mezzi d’informazioni stranieri in Cina, Tenzin Dorjee, vice direttore di Stf, aggiunge che “l’ossessione del governo cinese di mettere la fiaccola delle Olimpiadi sulla cima dell’Everest (che è in territorio tibetano) tradisce l’insicurezza della sua presa sul Tibet, che tanto chiaramente è stata sfidata dai tibetani in marzo e aprile”. La fiaccola è stata portata oggi sulla cima più alta del mondo, a 8.848 metri, da un gruppo di 36 alpinisti cinesi, alcuni dei quali di etnia tibetana. Secondo il programma del Bocog, il Comitato organizzatore delle Olimpiadi di Pechino, la fiaccola tornerà a passare dal Tibet il 20 e 21 giugno prossimi. La rivolta tibetana è iniziata il 10 marzo scorso con manifestazioni a Lhasa, capitale della Regione Autonoma del Tibet, e poi si è estesa ad altre zone a popolazione tibetana della Cina. Gli esuli tibetani affermano che almeno 200 persone hanno perso la vita mentre il governo di Pechino parla di 22 vittime, in grande maggioranza cittadini uccisi dai rivoltosi. Fonti tibetane affermano che circa 5.000 persone sono state arrestate, mentre le autorità cinesi non hanno fornito cifre.

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La torcia è arrivata sull’Everest

La torcia olimpica è arrivata alla sommità dell’Everest. E’ stata accesa alle 9 ora di pechino agli 8848 metri della vetta più alta del mondo. Spero illumini la speranza di un mondo libero. Ma temo che non sia così.

Ecco il lancio dell’Ansa

La fiaccola olimpica e’ stata portata oggi sulla cima piu’ alta del mondo, quella del monte Everest (Qomolangma in tibetano), a 8.848 metri di altezza. Le fasi finali dell’ascesa di un gruppo di alpinisti cinesi sono state trasmesse dalla televisione di Stato cinese, la Cctv. Per compiere l’impresa la fiaccola e’ stata divisa in due, e gli alpinisti hanno atteso per due settimane al campo base sul versante cinese della montagna che si verificassero le opportune condizioni atmosferiche. Il viaggio della fiaccola per il mondo, che, secondo le autorita’ cinesi, avrebbe dovuto essere un ”viaggio dell’armonia” e’ stato segnato dalle contestazioni degli attivisti dei gruppi per i diritti umani. La fiaccola sta ora viaggiando per tutte le province della Cina e arrivera’ a Pechino nel giorno dell’apertura delle Olimpiadi, l’8 agosto.

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Inviati Dalai Lama ritornati in India

Riferiranno domani al Dalai Lama i due inviati di ritorno dalla Cina dove hanno avuto colloqui con il governo di Pechino sulla situazione tibetana. Kasur Lodi Gyaltsen Gyari e Kelsang Gyaltsen, atterrati stamattina all’aeroporto di New Delhi, arriveranno domani a Dharamsala, la città del nord dell’India sede del governo tibetano in esilio e residenza del Dalai Lama. Qui i due inviati metteranno al corrente il leader buddista degli incontri cominciati il 4 maggio scorso a Schenzen, nella Cina meridionale, e incontreranno poi la stampa giovedì presso il ministero dell’informazione e delle relazioni internazionali del governo in esilio

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La fiaccola a Hong Kong

La fiaccola olimpica ha cominciato la sua staffetta in territorio cinese, dopo un pellegrinaggio cominciato a marzo e che ha toccato 5 continenti e 21 citta’. A Hong Kong il sacro fuoco di Olimpia e’ stato portato per 8 ore da 120 tedofori, sotto una pioggerellina e senza molte proteste, con una ventina di fermati. E domani in Cina arriveranno anche due inviati del Dalai Lama per ”colloqui informali” che, secondo molti osservatori, non porteranno a nulla. La politica di ”un paese, due sistemi”, non ha funzionato come doveva nella ex colonia britannica, annessa alla Cina nel 1997. Ad Hong Kong il governo assicura maggiore liberta’ di informazione e di espressione rispetto alla Cina, ma le autorita’ locali hanno dovuto vedersela con le pressanti richieste di Pechino di non permettere manifestazioni anti cinesi o pro Tibet. Gia’ da qualche giorno era cominciato un repulisti della polizia di Hong Kong, che aveva soprattutto innalzato barriere agli aeroporti, vietando in particolare l’accesso in citta’ a stranieri se considerati vicini alle posizioni tibetane. Ne ha fatto parzialmente le spese anche Mia Farrow, alla quale e’ stato permesso di entrare dietro promessa di non interferire con la staffetta. E l’attrice, da sempre sostenitrice dei diritti umani e critica nei confronti di Pechino anche per il suo appoggio al regime di Kartoum che non cessa le violenze in Darfur, si e’ limitata, dopo una conferenza stampa, ad accendere una simbolica fiaccola dinanzi agli uffici della municipalita’ di Hong Kong. Partita dal porto Victoria Harbour di Kowloon, la fiaccola ha visto come primo tedoforo l’unica medaglia d’oro di Hong Kong, Lee Lai-shan, olimpionico nel windsurf ad Atlanta. La torcia, come in ogni altra citta’, era scortata da agenti a piedi e sui mezzi mentre in totale 3000 uomini ne assicuravano un passaggio tranquillo per le vie di Hong Kong. Migliaia i sostenitori della fiaccola sparsi sul percorso con bandiere e abiti rossi, un centinaio i manifestanti tenuti a distanza. Non solo manifestanti pro Tibet, ma anche per i diritti civili e la liberta’ di stampa e di espressione in Cina. La polizia ha impedito loro di raggiungere la fiaccola e una ventina sono stati arrestati, dopo che erano entrati in contatto con cinesi sostenitori di Pechino. Domani sara’ la volta di Macao, e poi la fiaccola comincera’ il suo giro in continente da Hainan, per arrivare l’8 agosto a Pechino. La sorella gemella, sta aspettando invece a quota 6000 sull’Everest che migliori condizioni meteorologiche le permettano di arrivare agli 8848 metri. Saranno Lodi Gyaltsen Gyari e Kelsang Gyaltsen i due inviati del Dalai Lama che domani a Pechino avranno ”colloqui informali”, con le autorita’ cinesi. Chhime R. Chhoekyapa, segretario del Dalai Lama, ha detto che gli inviati della visita, che si annuncia breve, discuteranno della situazione nelle aree tibetane. ”Essi – ha scritto Chooekyapa in un comunicato – esprimeranno la preoccupazione del Dalai circa la gestione da parte delle autorita’ cinesi della situazione in Tibet e forniranno dei suggerimenti per portare pace nella regione”. Ma secondo molti osservatori, la visita ha solo uno scopo promozionale di Pechino, al quale comunque i tibetani non potevano sottrarsi. Dal 2002 ci sono stati sei incontri tra emissari del Dalai Lama e governo cinese, risolti in un nulla di fatto. Oggi il governo tibetano in esilio a Dharamsala ha denunciato che poliziotti cinesi hanno cremato oltre 80 corpi di tibetani a Lhasa, morti durante i moti del marzo scorso, per nascondere le prove degli scontri.

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Polizia cinese brucia cadaveri tibetani per far sparire prove

La polizia cinese brucerebbe in Tibet i corpi dei tibetani morti durante i moti di Lhasa cominciati lo scorso 14 marzo. Lo denuncia il governo tibetano in esilio in un comunicato apparso sul loro sito web ufficiale. Secondo il comunicato, il 28 marzo circa 83 corpi sono stati bruciati nel crematorio elettrico nella città di Dhongkar Yabdha, nel distretto di Toelung Dechen, che rientra sotto la Municipalità di Lhasa. Il motivo – viene denunciato nel documento -sarebbe stato quello di “pulire interamente dall’interno ogni prova relativa alle recenti proteste in Tibet”. Il comunicato riferisce di testimoni che hanno visto diversi corpi di tibetani morti durante gli scontri caricati e portati in due camion dell’esercito nella parte orientale di Lhasa, dai quali si vedeva sangue che colava. Altri testimoni hanno riferito di altri camion visti in diverse parti dei dintorni di Lhasa. Il comunicato denuncia che molti tibetani rimasti feriti durante gli scontri, trasportati al Peoplés Hospital, sono morti e stanno ancora morendo senza cure. La famiglia di un tassista scomparso durante le violenze di Lhasa, si è vista recapitare dalla polizia un sacchetto con il nome dell’uomo, contenente le ceneri del tassista.

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