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Ghirlande milionarie per la regina dei dalit

Due gigantesche ghirlande di banconote per un valore di diverse decine di migliaia di euro sono state regalate in India negli ultimi due giorni a Mayawati, la ‘Regina dei Dalit’ (gli intoccabili sotto-casta), Premier dello Stato settentrionale dell’Uttar Pradesh. Qualche giorno fa per celebrare il 25mo anniversario del partito sono stati spesi 42 milioni di euro (due miliardi di rupie) in tutto il paese per i festeggiamenti. Il primo dono, eccentrico per una leader politica che si definisce ‘paladino dei poveri’, le è stato consegnato lunedì durante una cerimonia celebrativa del Bahujan Samaj Party (BSP), il ‘Partito dell’elefante’ da lei guidato. Le tv indiane hanno mostrato la leader che sul palco del comizio salutava la folla con intorno al collo la mega ghirlanda composta da banconote da mille rupie e sostenuta da diverse persone. Le immagini hanno provocato una vera e propria bufera politica che è sfociata anche in Parlamento. La seconda ghirlanda le è stata invece regalata oggi a una riunione di partito, ma a differenza della prima era formata in parte da banconote di taglio più piccolo. Il gesto ripetuto è stato definito come una sfida da parte del BSP dopo la pioggia di critiche provenienti dal rivale regionale Samajwady Party, ma anche dal Congresso di Sonia Gandhi. Uno dei ministri di Mayawati, Naseemuddin Siddiqui, citato dall’agenzia di stampa indiana Pti, ha reso noto che “la ghirlanda ha un valore di un milione e 800 mila rupie (circa 30.000 euro), raccolte da sedi di partito in Uttar Pradesh”. Più volte in passato Mayawati è stata al centro di polemiche per la passione per i gioielli e in generale per l’ostentazione della ricchezza accumulata in anni di potere in Uttar Pradesh, Stato che con i suoi 190 milioni di abitanti è fra i più grandi, ma anche più poveri, dell’India. Il clamoroso gesto di Mayawati ha già trovato altri emuli. Un parlamentare del Bihar, altro povero Stato del nord, è stato festeggiato dai suoi sostenitori con una simile, anche se più piccola, ghirlanda di banconote, intorno al collo. Eyaz Ali, riferisce la Pti, di recente espulso dal partito regionale Janata Dal (United), è stato ricevuto all’aeroporto di Patna con il costoso dono perché si è opposto alla legge sulle “quote rosa” recentemente approvata dal Senato. Ma a differenza di quanto avvenuto nel caso di Mayawati, la ghirlanda è stata in parte “sfogliata” dei suoi preziosi petali da alcuni anonimi passanti.

fonte: ANSA

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Cadavere sul tetto della stazione di polizia per due anni

Nel nord dell’India è stato scoperto il cadavere di un uomo sul tetto di un commissariato di polizia, dove fu abbandonato due anni fa nel corso di un’inchiesta. Lo scrive oggi il quotidiano indiano Mail Today. Chukkan Nishad, 22 anni, morì nel luglio del 2007 e il suo corpo fu portato al commissariato per un prelievo di Dna. Secondo la ricostruzione fatta dal quotidiano indiano, per mancanza di fondi la polizia non poté fare l’esame e il corpo, chiuso in un sacco nero, fu abbandonato sul tetto dell’edificio. Negli ultimi due anni i famigliari non hanno mai smesso di reclamare il corpo, ma la polizia avrebbe sempre risposto che l’inchiesta sulla morte del giovane era ancora in corso. “Riconosco che è un cosa orribile, forse la prima del suo genere. Ho preso servizio qui da poco e ignoravo che il cadavere fosse sul tetto”, ha dichiarato Ram Sabad Ram, il nuovo responsabile del commissariato di Azamgarh, nello stato dell’Uttar Pradesh (nord). La polizia ha annunciato che consegnerà i resti del cadavere alla famiglia.

Fonte: ANSA

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La Mayawati usa denaro pubblico per farsi costruire statue

Il Primo Ministro dell’Uttar Paradesh, Kumari Mayawati, inaugurera’, il prossimo tre luglio, quaranta statue raffiguranti importanti leader politici, tra le quali sei raffiguranti se’ stessa.
Secondo quanto affermato dal Times of India le statue, raffigurano leader indiani tra i quali la stessa presidente considerata ”la regina dei dalit” e il suo mentore politico fondatore del partito della Mayawati, il BSP. I monumenti sono stati eretti in vari punti di Lucknow, la capitale dello Stato piu’ popoloso dell’India, e fatte costruire dall’LDA (Lucknow Development Authority) sarebbero costate 6.68 crore di rupie, quasi 1 milione e mezzo di euro. Altri 52 crore (circa 10 milioni di euro) sarebbero stati spesi poi per la costruzione di 60 statue di elefanti di marmo (l’elefante e’ il simbolo del partito del BSP) dinanzi all’Ambedkar memorial, il monumento all’intoccabile che ha scritto la costituzione indiana. La notizia ha suscitato nello stato numerose polemiche e sono in molti a criticare quella che e’ considerata dai piu’ una volonta’ di glorificare se stessa e il suo partito da parte del Premier Mayawati.
Venerdi’ scorso e’ stata infatti firmata e presentata presso la Suprema Corte una petizione pubblica nella quale si chiede che il Primo Ministro Mayawati sia fermata e non possa usare il denaro pubblico per costruire statue raffiguranti se stessa o simboli del suo partito. Nella petizione si chiede anche l’apertura di un’inchiesta da parte del CBI (Central Bureau Investigation) per abuso di pubblico denaro. Redatta dall’avvocato Ravi Kant, nella petizione si chiede poi che il governo dell’Uttar Pradesh rimuova le statue della Mayawati e i simboli del suo partito dal suolo pubblico.
Kumari Mayawati, considerata la ”regina dei dalit” degli intoccabili, e’ emersa prepotentemente negli anni scorsi conquistando al presidenza dell’Uttar Pradesh, nel nord dell’India, lo stato piu’ popoloso dell’Unione, conquistando tutti i voti dei dalit. La donna, che risulta essere la piu’ ricca dell’India, e’ molto contestata, in quanto ha un passato e un presente fatto di accuse e condanne per appropriazione indebita di denaro pubblico e di fondi del suo partito. Nonostante abbia ricevuto i voti degli intoccabili e con questi sia stata eletta, ha formato un governo senza intoccabili. Gia’ in passato la Mayawati si era fatta erigere delle statue, alcune di quali fatte abbattere e rifare piu’ alte perche’ erano piu’ basse di quelle di Nehru, Gandhi e degli altri grandi leader indiani.

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I giovani e le curiosità del nuovo governo

E’ Agatha Sangma, 28 anni, la mascotte del secondo governo di Manmohan Singh. La giovane avvocato proveniente dallo stato nord orientale del Meghalaya, ha riscosso sorrisi e applausi, anche da Sonia Gandhi, quando oggi, nelle mani del presidente indiano Pratibha Patil, ha giurato come ”minister of state”, sottosegretario del governo indiano. Sangma e’ alla sua prima esperienza, ma vanta una famiglia di politici di lungo corso nel piccolissimo stato montuoso nord orientale, al di la’ del Bangladesh. Suo padre Purno Agitok Sangma, presenta al giuramento, fondatore del Nationalist Congress Party, e’ stato parlamentare dal 1977, primo ministro del Meghalaya e presidente della camera bassa del parlamento indiano (Lokh Saba). Un altro giovane astro della politica indiana, Sachin Pilot, 32 anni, ha giurato oggi, un’ora dopo il giuramento di suo suocero, Farooq Abdullah. 37 i ministri che hanno meno di 40 anni, anche se l’eta’ media del governo e’ di 57 anni. Dal piu’ anziano, il ministro degli esteri SM Krishna che ha 77 anni, alla piu’ giovane, il sottosegretario Agatha Sangma, passano 50 anni. Uno solo, il sikh MS Gill, alla cerimonia era vestito con giacca e cravatta, la maggior parte vestiva con abiti tradizionali. Sachin Pilot ha giurato indossando un tipico e colorato turbante rajasthano.

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Ha giurato il nuovo governo di Manmohan Singh

Hanno giurato i ministri che formeranno il nuovo governo di Manmohan Singh, il secondo consecutivo dell’economista sikh. Nelle mani del presidente dell’Unione Indiana Pratibha Patil hanno giurato 59 tra ministri, ministri indipendenti (una sorta di vice ministri) e i sottosegretari (‘ministers of state’), portando a 79 il numero dei componenti del governo. Singh e 19 avevano gia’ giurato la settimana scorsa, quando il primo ministro aveva anche affidato le deleghe piu’ importanti, interni, esteri, finanze e ferrovie. Il primo ministro non ha ancora deciso invece le deleghe per questi nuovi ministri, che sta discutendo in queste ore con Sonia Gandhi, presidente del Partito del Congresso e dell’alleanza (UPA) che governa il paese.
E sara’ una strada in salita quella che aspetta il nuovo governo e Singh, l’unico primo ministro, dopo Nehru, ad essere riconfermato dopo la fine naturale del primo mandato.
La sfida del nuovo esecutivo sara’ da un lato quella di tendere una mano alle classi meno abbienti, non toccate dalla crescita economica del paese ma che anzi hanno sofferto, soprattutto i contadini, di una crisi quasi senza precedenti, e dall’altro la necessita’ di non fermare lo sviluppo del paese che, contestualmente all’uscita del mondo dalla crisi economica globale, potrebbe vedere di nuovo l’economia indiana crescere a ritmi dell’8% annuo.
Singh, fautore gia’ in passato di riforme economiche liberali, deve far fronte alle minori entrate fiscali dello stato e contestualmente trovare una soluzione ai problemi degli ultimi, ancora troppi. Il 90% della popolazione vive e lavora in una economia informale (e il dato e’ in crescita dopo la liberalizzazione del 1991), in cui i diritti dei lavoratori non sono tutelati in alcun modo, dove non esiste il diritto alla pensione, all’assistenza sanitaria, dove viene evasa sistematicamente la legislazione sull’orario di lavoro e sulle condizioni di sicurezza sul posto di lavoro, dove le donne e le caste basse sono escluse a priori dalle progressioni di carriera nei posti di lavoro. Il mondo guarda all’India e Delhi vuole farsi trovare preparata.
Assente eccellente nel governo, Rahul Gandhi, il rampollo della dinastia Gandhi Nehru, uno dei grandi vincitori delle elezioni appena passate. Rahul, per il quale si parlava di un viceministero, ha detto di preferire un ”lavoro alla volta”, scegliendo di impegnarsi nel partito del Congresso, nel quale e’ segretario generale e responsabile dei giovani, piuttosto che accettare un incarico di governo.
Il gabinetto di Manmohan Singh sara’ composto da 34 ministri, 7 viceministri e 38 sottosegretari, tra i quali spicca la giovane Agatha Sangma di 28 anni. Le nomine non hanno mancato di suscitare proteste, per la presenza di parenti eccellenti ma soprattutto per l’assenza ministri di religione musulmana e per quella di esponenti dello stato dell’Uttar Pradesh, il piu’ popoloso d’India. In questo stato, Sonia e Rahul hanno il loro collegio e il Congresso ha avuto un ottimo risultato alle ultime elezioni guadagnando 10 voti. Qui regna incontrastata Kumari Mayawati, la ”regina dei dalit”, che si aspettava un risultato elettorale notevole tanto da diventare primo ministro, e che invece si e’ limitata a dare un appoggio esterno al governo di Manmohan Singh.

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Nominati 6 ministri e decisa prima seduta parlamento

Tra i 19 ministri che hanno giurato ieri, il primo ministro ha annunciato poco fa gli incarichi ad alcuni di loro. Somanahalli Mallaiah Krishna e’ stato nominato ministro degli esteri, l’ex capo della diplomazia Pranab Mukherjee e’ stato nominato ministro delle finanze. La presidente del Trinamool Congress Mamata Banerjee sara’ il nuovo ministro delle ferrovie, incarico molto importante nel gabinetto indiano. Conferme per Palanippan Chidambaram agli interni, Sharad Pawar all’agricoltura e AK Antony alla difesa. Gli altri incarichi dovrebbero essere annunciati nelle prossime ore. E si terra’ dall’1 al 9 giugno la prima sessione del nuovo parlamento indiano, uscito dalle elezioni finite lo scorso 13 maggio e i cui risultati sono stati resi noti il 16. Lo ha annunciato il ministro degli interni uscente Palanippan Chidambaram, il giorno dopo il giuramento del nuovo esecutivo e del primo ministro Manmohan Singh. Il presidente indiano Pratibha Patil parlera’ alle camere in seduta congiunta il 4 giugno, i nuovi membri del parlamento giureranno il 1 e il 2, mentre il presidente della camera sara’ eletto il 3. Le prime discussioni sule mozioni di ringraziamento al discorso del presidente saranno il 5, l’8 e il 9. Entro il 31 luglio si dovra’ discutere del bilancio generale. Il parlamento indiano non si riunisce di continuo, ma a sessioni. La situazione con il DMK, che aveva annunciato l’uscita dal governo e il solo appoggio esterno, dovrebbe rientrare presto.

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Il governo perde pezzi prima di giurare

Il governo indiano non ancora in carica perde gia’ i suoi primi pezzi. Il Dravida Munnetra Kazhagam (DMK) partito che governa in Tamil Nadu nel sud dell’India e che prima delle elezioni aveva garantito il suo appoggio al Congresso, ha annunciato oggi che uscira’ dalla coalizione di governo, pur mantenendo un appoggio esterno all’UPA (United Progressive Alliance) che governa il paese, guidata dal Congresso. Alle elezioni il DMK ha conquistato 18 seggi ed ha chiesto al primo ministro incaricato Manmohan Singh e a Sonia Gandhi, presidente del Congresso e dell’UPA, di avere 7 tra ministri e sottosegretari, con tre ministri importanti e il resto sottosegretari. Questi incarichi sarebebro stati accusati dai figli e nipoti del leader del partito, l’anziano primo ministro del Tamil Nadu Karunanidhi. Il Congresso, invece, ha offerto sei posti, con al massimo tre ministeri minori. Il leader del DMK, ha cosi’ deciso di tirare fuori dla governo i suoi, garantendo pero’ un appoggio esterno. A causa della rinuncia del DMK, e’ saltato oggi l’incontro tra il primo ministro Singh e il presidente Pratibha Patil. Il DMK e’ risultata la terza forza all’interno dell’UPA secondo i risultati delle elezioni resi noti il 16 maggio, dopo il Congresso e il Trinamool Congress, partito del West Bengala. Domani e’ previsto il giuramento del governo indiano guidato, per la seconda volta consecutiva, da Manmohan Singh.

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Sulla democrazia indiana e le elezioni

Da più parti sono stato stimolato ad un commento elettorale. Io sono un cronista, non un politologo, per cui mi sono sottratto. Ma è giusto , credo,  da osservatore privilegiato per stare qui da sei anni, che anch’io esprima il mio parere. Di seguito propongo una riflessione della professoressa Elisabetta Basile, docente di economia alla Sapienza, che ho avuto il piacere e l’onore di conoscere e le cui idee  condivido pienamente. A seguire l’intervento della Basile, in corsivo un mio contributo. Entrambi sono stati diffusi sulla lista dell’associazione Italindia.

[…] ti scrivo per comunicarti il disagio crescente che provo di fronte ai commenti sui risultati delle elezioni indiane. In particolare, sta crescendo la mia perplessità sull’uso corrente che viene fatto nella stampa e dagli specialisti dell’espressione che afferma che l’India è la democrazia più grande del mondo. Più studio l’India, e più mi pare un paese di una estrema complessità, e forse questa complessità è all’origine dell’interesse che io personalmente provo per essa. Nel tentativo di cogliere questa complessità, gli analisti usano categorie concettuali di uso comune e diffuso, come quella di democrazia. Affermare che l’India è una grande democrazia è vero, ma è anche banale allo stesso tempo. E’ certamente un paese grande, ed è certamente un paese basato su di un sistema politico che poggia su meccanismi elettorali che appaiono ‘democratici’ . Ma ciò basta a definire l’India un grande paese democratico? Più osservo l’India, più mi accorgo come sia difficile applicare il concetto di democrazia, così come io lo interpreto, al caso indiano. L’india mi appare sempre più un grande e complesso paese, ma sempre meno un paese democratico Devo dire che l’esito di queste elezioni (di cui peraltro sono contenta perché una vittoria del BJP mi sarebbe sembrata un segnale molto brutto) mi ha scosso e mi ha fatto molto riflettere. Più conosco l’India, più mi rendo conto che è una società profondamente autoritaria e antidemocratica, sia in relazione alla organizzazione economica sia con riferimento alla struttura politica. Può essere considerato democratico un paese in cui oltre il 90% della popolazione vive e lavora in una economia informale (e il dato è in crescita dopo la liberalizzazione del 1991), in cui i diritti dei lavoratori non sono tutelati in alcun modo? dove non esiste il diritto alla pensione, all’assistenza sanitaria, dove viene evasa sistematicamente la legislazione sull’orario di lavoro e sulle condizioni di sicurezza sul posto di lavoro? dove le donne e le caste basse sono escluse a priori dalle progressioni di carriera nei posti di lavoro? dove l’appartenenza castale ed etnica influenza le remunerazioni e la collocazione professionale? Può essere considerato democratico un paese in cui il dibattito politico viene in larga parte condizionato dall’appartenenza religiosa e castale, dove esistono partiti che sono espressione esclusivamente di tale logica? dove operano meccanismi ideologici forti, come per l’appunto l’ideologia religiosa e castale e i miti ad essa collegati (si veda il BJP e la Mayawati), che condizionano in modo forte le percezioni degli interessi individuali e di gruppo? Un paese in cui la gestione democratica stessa delle elezioni è messa in discussione dalla letteratura e dalla narrativa corrente (si veda ad esempio la descrizione che ne fa Aravind Adiga in The White Tiger), dove oltre il 40% della popolazione è analfabeta e fa fatica a capire per chi vota e come vota? Quando penso a questo contesto, mi interrogo sul significato della parola ‘democrazia? e mi chiedo se abbia ancora senso usarla in India (come peraltro in Italia) e mi chiedo anche come valutare il contrasto fra la grande libertà di stampa di cui l’India gode (ben più ampia di quella italiana) e la gestione effettiva del potere economico e politico. E mi chiedo – io che non sono una politologa, ma sono una economista che si occupa di capitalismo e povertà – con quale aggettivo si possa definire la società indiana in cui esistono alcune elite che dominano sulla base di un insieme di posizioni di potere sostenute da fattori economici, culturali e ideologici, che ricordano da vicino l’egemonia del capitale sul lavoro nell’epoca fascista in Italia, così come è stata descritta da Antonio Gramsci.

Non posso che essere d’accordo con Elisabetta, con la quale ho avuto il piacere di confrontarmi anche de visu. Non sono un analista, ne un politologo, ma porto l’esperienza di chi, da sei anni, vive quotidianamente in India e cerca di raccontarla, cercando nel contempo di fare in modo che venga compresa.
Ho sempre avuto remore nell’utilizzo de ‘la più grossa democrazia del mondo’. Se fate un giro sul mio blog, non trovate mai, o quasi (se non perché citata da altri), l’utilizzo di questa definizione, se non per attaccarla. Ultimamente ho usato l’espressione “la più grossa democrazia del mondo”. Ebbi modo di discuterne con il prof. Aldo Masullo, eminente filosofo, alla presentazione del libro del prof. Domenico Amirante. Anch’egli, reduce da un viaggio in India, mi espresse le sue riserve sulla cosa, a siamo su altri campi.
Ho i miei dubbi anche sulle elezioni. Si, è vero, gli indiani numericamente rappresentano il popolo più numeroso che va a votare liberamente, ma da qui a parlare di democrazia, in senso ideale e filosofico, siamo lontani. Non sto a parlare di sperequazioni sociali, di problemi economici, dei quali tutti voi siete maestri e io un semplice osservatore. Ma è indubbio che in India non si voti per “opinione” ma per “appartenenza”. Non nascondiamoci dietro ad un dito. I Yadav votano i Yadav, gli appartenenti ad un gruppo votano per il loro gruppo (che sia religioso, castale, tribale, etc, poco importa). E poi si vota Gandhi. E, stavolta, c’era una ragione in più. Rahul.
Dico questo perchè la sensazione che ho avuto durante la campagna elettorale era che non ci fosse nessun altro se non i Gandhi. Il BJP si è visto poco, così come gli altri, mentre i tre Gandhi sfuriavano dovunque.
La politica del Congresso, nei cinque anni di governo, ha fallito li dove aveva pescato la sua base elettorale nel 2004, nelle classi più basse. Eppure ha avuto oggi un consenso non indifferente. Come era successo all’indomani degli attentati di Mumbai. Gli indiani sono scesi in piazza in tutto il paese per protestare contro la mancanza di sicurezza e contro il governo che non si era impegnato a fondo. Per giorni le televisioni e i giornali mostravano gente per strada con cartelli e slogan antigovernativi. Eppure, agli inizi di dicembre, il Congresso e quindi il governo, non solo vincono per la quarta volta Delhi, ma strappano il Rajasthan al BJP che, vale dire, non era stato in grado di cavalcare l’ondata antigovernativa soprattutto nella critica al governo per la sua politica di lotta al terrorismo di matrice islamica interno ed esterno. Il BJP nelle elezioni del 2004 come in quelle appena concluse, non ha fatto una campagna elettorale propositiva, ma anti: anti congresso, anti Sonia, per certi versi antimusulmana.
Ultime due considerazioni. La percentuale dei votanti è stata del 58,4% cinque anni fa del 58,07%, quindi uguale. Sono aumentati i votanti, i primo ministro ieri ha detto che dalle loro analisi dei voti è risultato che il Congresso ha avuto i voti dei giovani. Non mi meraviglia, non foss’altro che almeno il partito di Sonia aveva tra i leader più esposti un giovane che, tra l’altro, possiede un carisma, secondo gli indiani, non foss’altro che assomiglia molto a suo padre, speranza dei giovani degli anni 90.
La seconda considerazione è sul fatto che manca, come sempre, soprattutto ora nel voto elettronico, il dato relativo alle schede nulle o bianche. Sulla macchinetta ci sarebbe un pulsante per esprimere questo tipo di voto, ma nessuno lo pigia. Ciò avvalora la mia idea del voto per appartenenza, perchè la gente comunque vota per il proprio candidato, il più delle volte locale o in qualche modo legato alle situazioni locali.
La percentuale dei non votanti non è data da coloro che non sono andati a votare per protesta, ma da una serie di fattori. Tra questi, come mi hanno fatto notare sapientemente pochi giorni fa i prof. Maiello e Amirante, c’è stata una riscrizione delle circoscrizioni elettorali. La difficoltà di raggiungerne alcune, in giorni tra l’altro nei quali il caldo era atroce (ci sono stati morti) ha portato a rinunce. Ma questo è solo un motivo, non tanto banale, credete, come possa sembrare. E poi, permettetemi una ultima considerazione, che va soprattutto contro la mia professione. Di India sui giornali si parla solamente per immagini. Situazioni iconografiche, quasi diapositive. Interessano molto i sadhu, la macchina a 1700 euro, gli elefanti, i poveri, il software, etc. Senza andare a vedere cosa c’è dietro. Ed anche quando gli articoli meriterebbero gli approfondimenti, si ragiona per immagini, come è appunto la definizione “l’esercizio democratico più grande del mondo” o “la più grande democrazia del mondo”. E’ una banalizzazione, lo so. Ma meno male che c’è. Altrimenti, non se ne parlerebbe neanche in queste occasioni.

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Manmohan primo ministro, dopodomani giuramento

Manmohan Singh, l’economista che per cinque anni e’ stato capo del governo indiano uscente, e’ stato rinomato alla guida dell’esecutivo. Singh ha avuto l’incarico di formare il nuovo governo dal presidente dell’Unione Indiana Pratibha Patil, durante un incontro con lo stesso Singh e Sonia Gandhi, presidente del Partito del Congresso, che ha vinto le elezioni fine il 13 maggio, e dell’UPA (United Progressive Alliance) che guidera’ il paese. Il 22 maggio, come annunciato, ci sara’ il giuramento del governo. Singh e la Gandhi stanno ora definendo le nomine dei ministri. Il Congresso, insieme ai suoi alleati pre elettorali (DMK, Trinamool, etc.) arriva a 274 seggi, due oltre la maggioranza. Ma il Congresso oggi ha ricevuto le lettere di supporto, l’appoggio esterno, dal Rashtriya Janata Dal (il partito di Laloo Prasad ex ministro delle ferrovie), dal Samajwadi Party e soprattutto dal Bahujan Samaj Party di Kumari Mayawati, la regina dei Dalit. Insieme a questi partiti, il Congresso e l’UPA possono contare su un appoggio di 322 parlamentari. Tra i ministri, Chidambaran dovrebbe rimanere ministro dell’Interno e AK Antony ministro della difesa. Pranab Mukherjee dovrebbe passare dagli esteri alle finanze. Rahul dovrebbe avere o un ministero senza portafoglio o nulla. Il Trinamool Congresso dovrebbe avere 3 ministri, mentre il DMK 2.

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Sonia e il pm cercano la moralità nei ministri

Sonia Gandhi detta le regole per moralizzare il nuovo governo, chiedendo ai suoi di lavorare per il partito e per l’India, piu’ che per pensare ai propri interessi e assicurarsi posti di potere. Alla richiesta moralizzatrice di Sonia ha fatto eco anche il premier uscente Manomhan Singh, il quale ha detto ai cuoi che non tollerera’ nel prossimo governo ”l’usuale attitudine agli affari”. Manmohan Singh ha ricordato come il suo partito e il suo governo abbiano ricevuto ”un grande mandato, soprattutto dai giovani che sono impazienti. Si aspettano che il governo porti a termine le loro aspettative. Si aspettano un governo molto piu’ responsabile”. Il presidente del partito vincitore delle ultime elezioni sta ultimando gli incontri con i partiti che vogliono entrare nella coalizione di governo. A Sonia e ai suoi alleati, banstano una decina di voti per poter superare il quorum di 272 seggi necessari per avere la maggioranza in parlamento. E alla porta del governo ha bussato stamattina Kumari Mayawati, il primo ministro dello stato settentrionale dell’Uttar Pradesh, conosciuta come la ”regina dei dalit”. La Mayawati, nonostante la delusione elettorale per aver ottenuto un risultato di molto inferiore alle sue aspettative, che erano quelle di guidare il paese da primo ministro, e nonostante le divergenze con i Gandhi, ha offerto al partito del Congresso un appoggio anche esterno attraverso i suoi 20 seggi. Alla stessa porta hanno bussato anche i rivali della Mayawati, il Samajwadi Party, che di seggi ne ha 23. Pare invece che si allontani la possibilita’ per Lalu Prasad Yadav, ex ministro delle ferrovie, di rientrare nell’esecutivo. Lalu ha ammesso di aver commesso un errore ad andare da solo, perdendo molti voti, e conta nel fatto di essere stato l’unico ministro delle ferrovie che, nella storia del paese, pur procedendo allo sviluppo del settore, ha riportato un bilancio in attivo. Per ora, Sonia e Manmohan Singh lo tengono sulla porta. Per Rahul, figlio di Sonia, si prospetta un ministero senza portafoglio. Il secondo governo di Manmohan Singh dovrebbe cominciare il prossimo 22 maggio, con il giuramento nelle mani del presidente Pratibha Patil.

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